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"Fare libri è una sfida ancora aperta, per chi ha voglia di cercare nuove strade"
Controlacrisi ha intervistato Ilaria Bussoni, di Dervie Approdi,ovvero una casa editrice che vanta un catalogo con un profilo importante, per la gran parte “fuori mercato” e nello stesso tempo cerca di stabilire una nuova relazione basata sull’idea della cultura come strumento per capire la realtà e come bagaglio di riferimento per provare a trasformarla.

Domani si chiude a Roma la fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”. Aspettando l’uscita dei dati ufficiali, la sensazione è che nel 2014 a parità di giorni l'iniziativa editoriale non sia riuscita a ripercorrere l’andamento del 2013 quando i visitatori furono 54mila. Quest’anno l’apertura è stata di un giorno in più. Il mercato è in crisi. E la risposta del mondo editoriale non sembra sia all’altezza della situazione. La cannibalizzazione tra le case editrici è all’ordine del giorno. E l’idea di sperimentare nuove forme di “alfabetizzazione” deilettori, nuovi canali di distribuzione e anche di pubblicizzazione e commercializzazione non sembrano attrarre più di tanto le case editrici, che ancora non riescono a capire l’importanza di “fare rete”. Le copie di libri di carta venduti nei primi dieci mesi del 2014 segnano un -7,1% (pari a circa 5.5milioni di copie vendute in meno rispetto allo stesso periodo del 2013). Dati, questi, che fanno parte dell'indagine Nielsen presentata proprio nel giorno dell’inagurazione della fiera.
Nella crisi del cartaceo si parla sempre poco di editoria,che tra l’altro dovrebbe riuscire a manterene quel che di “riflessione”, ormai incompatibile con la velocità di produzione e consumo dei testi.
Innanzitutto, va detto che l’editoria cartacea subisce in generale da diversi anni una contrazione in termini di vendite unitarie. Banalmente, si vendono meno libri di prima. In realtà in Italia si legge ancora poco. E questo va messo nel conto. In Francia la differenza si è mantenuta costante. A parità di titoli pubblicati all’anno in Francia si legge dieci volte di più. Questo ad esempio con l’associazione degli editori, ovvero l’Osservatorio degli editori indipendenti con circa una settantina di case editrici, si è cercato di considerarla una specificità e punto di debolezza, rispondendo con un’idea di ecosistema. Cioè, considerando che sono tanti i fattori che determinano questa debolezza, dalla scuola alla formazione universitaria o semplicemente il modo in cui disi è andato costruendo dil mercato nei suoi aspetti proprietari, con le liberariae di caetna e la proprietà dei marchi, allora c’è bisogno di un approccio quanto meno sistemico. Per venire alla domandam, in generale il modello just in time per quanto riguarda la lettura è qualcosa che esiste ed è largamente diffuso nell’editoria cartacea che teoricamente, invece, dovrebbero avere una durata diversa. Di fatto non è così perché negli ultimi anni da un alto c’è una permanenza dei libri negli scaffali delle librerie che è molto bassa, stiamo parlando di 30-40 giorni. Le novità stanno per un tempo limitato e se non realizazno la vendita entro quella finestra l’organizzazione delle librerie fa posto ad altri titoli. E questo non avvantaggia un certo tipo di editoria che per esempio è molto basata sulla saggistica.

Appunto, quei gioielli del pensiero che si chiamano riflessione, elaborazione critica, approfondimento…
Un’editoria perenne, la saggistica, che vende poco e su un tempo e uno spazio più lunghi. Se pensi anche a questo modello che si è imposto nella narrativa, ovvero titoli che puntano a grandi vendite e vengono presentati sul modello commerciale del best seller. In realtà c’è una grande produzione dove però il risultato è molto scarso. Questo modello non è sempre detto che sia una editoria di qualità. Questa strategia commerciale determina il centro dell’organizzazione delle librerie con un danno più che altro sui lettori. Le loro abitudini, così come in altri settori come il cinema e la televisione, vengono ritenute da chi ha la responsabilità di produrre la proposta culturale sempre di basso livello abbassando quindi il profilo dei contenuti. Si dice sempre che il pubblico pubblico non è abbastanza pronto e abbastanza all’avanguardia. C’è in realtà, dietro, un lavoro di addomesticazione fatto dai produttori stessi.

Le piccole e medie case editrici sono state una “grande invenzione” negli anni passati. Ora però sembrano stentare parecchio…
Quello che è accaduto nel mondo editoriale è un po’ uno specchio di quello che è accaduto sul piano della produzione industriale.Fino a qualche decennio fa il modello editoriale italiano era un modello che ricalcava il modello fordista di organizzazione del lavoro. Nelle città dove c’erano i principali insediamenti industriali le famiglie di cultura borghese e liberale erano anche gli editori, con un profilo di livello nazionale. A partire dagli anni ’90 con l’esplosione dei tessuti produtti e con i territori regionali la stessa dinamica si è verificata sul piano dell’editoria. Il panorama attuale è in qualche misura figlio del lavoro autonomo. Il fatto che abbia avuto una particolare rilevanza una città come Roma è che tra i novanta e il duemila ha avuto un particolare clima di trasformazione e di vivacità. Qui il settore dei servizi e quello culturale hanno avuto una performance rilevante. E questo ha agevolato un’economia di autoimpresa, grazie al costo della vita più basso e agli affitti più convenienti. Oggi, lo scenario sta cambiando, perché rispetto a questo tipo di editoria non si sono pensate misure specifiche con infrastrutture o altro. E’ cresciuta fino a un certo punto nel proprio isolamento senza alcuna relazione com l’amministrazione e le istituzioni territoriali. E quindi credo che quello che vedremo nei prossimi anni, e che già si vede sul piano nazionale, è il fatto che in assenza di politiche specifiche ci saranno difficoltà enormi.

Derive Approdi si sta caratterizzando sempre più per un virtuoso lavoro di costruzioni di reti, con altri editori da una parte e con i lettori dall’altra…
Senz’altro, il tentaivo dell’Osservatorio e la sua sfida vanno un po’ in questo senso. In fondo possiamo dire che questa dinamica per cui ogni singola casa editrice aveva l’ambizione di fare il classico salto facendosi portatrice di una specie di missione culturale somiglia, usando un termine psicnalitico, a una sorta di egotismo editoriale, che ha ovviamente impedito il fatto di immaginare delle forme di coordinamento, mutualismo e autodifesa. E individuare dei fronti possibili di lavoro comune, riogarnizzazione e resistenza. Questo è accaduto come in tutto il lavoro autonomo. Questa frammentazione è undato che appartiene a tutte le forme di impresa.

Dicevamo delle strategie di vendita delle librerie e delle scelte delle case editrici…
L’arrivo di un colosso come Amazon in realtà risponde a bisogni reali, e cioè che esistono nicchie di lettori che non trovano quello che vogliono leggere nei posti in cui vivono. Questo colosso arriva con un modello di impresa, investendo parecchi soldi e dicendo che possono arrivare in ogni parte. Quelli che vogliono leggere Emilio Villa alla fine ricorreranno a uno store come Amazon. Amazon si configura come un competitor che ha determinato la chiusura di molte librerie ma dal punto di vista del lettore offre un servizio che altri non offrivano alle stesse condizioni. C’è una grande responsabilità anche da parte dei gruppi italiani ovvero della specificità del capitalismo che non ha investito altrettanto nel settore del libro. E non si è posto il problema di come riorganizzare la logistica.

La vostra strategia, invece?
Da parte nostra abbiamo sempre cercato di costruire delle occasioni per il pubblico perché abbiamo sempre verificato che laddove si crea un evento o un’occasione e si raduna il pubblico i libri poi si vendono. E questo abbiamo cercato di farlo materialmente con fiere e presentazioni di libri nell’ottica della filiera corta, la vendita diretta,che è sempre stata un elemento forte. Abbiamo sempre saputo che per i nostri libri qualcuno c’e, basta trovarlo. Vorrei aggiungere che la questione della distribuzione è in questo momento un tema centrale che riguarda non solo l’editoria ma in realtà tutti i settori di fruizione culturale, la fruizione e il diritto all’accesso.

Con la vostra proposta della coop doc(k)s in qualche modo state rispondendo alla necessità di reinventare il lettore…
In fondo non abbiamo inventato granché. E’ un po’ come le rateali Einaudi che erano fondate su un patto di fiducia tra un marchio editoriale e il proprio pubblico. Questa nostra proposta di abbonamento ricalca un po’ questo modello. C’è un pezzo di pubblico che ha fiducia nel marchio Derive Approdi e quindi è disponibile a sottoscrivere delle forme di abbonamento e diventa un modo per diventare co-produttori. E questo pubblico è qualcosa che abbiamo sempre avuto. E’ uno zoccolo mutevole, ma un dato che c’è sempre stato e fatto parte del nostro marchio editoriale. Questo ci consente di continuare il lavoro su una editoria di un certo tipo che è di lunga durata che continua a mantenere aperto uno spazio che è difficile da tenere, ovvero la saggistica non universitaria, di profondità e di rigore.

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