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"Lascia che il mare entri", la sfida letteraria di Barbara Balzerani alla catastrofe del capitalismo
“Le vicende del mondo mi sono entrate dentro, mi hanno attraversata come una carta geografica aperta, e mi sono ritrovata in ogni Vietnam senza attraversare nessuna frontiera”.
In queste poche parole dell’autrice è racchiuso tutto il tesoro di questo “Lascia che il mare entri”.
Anche se per l’editore, Derive Approdi (pp. 102, 12 euro), la classificazione è quella del romanzo, è difficile che chiudendo il libro si rimanga convinti della bontà della scelta. “Lascia che il mare entri” è inanzitutto un caleidoscopio nello stile, e poi anche per i contenuti, presenti e nascosti, e nel confronto con le altre opere di Barbara Balzerani.

Il legame con il romanzo, in senso classico, tuttavia c’è. Ed è la trasformazione del protagonista. Ed essendo un romanzo risogorosamente autobiografico, la trasformazione è vissuta per “fingere”nel corpo e nella mente una delle domande centrali dell’epoca presente: anche ammesso che continuasse a durare, che faccia aliena avrà il mondo dopodomani, e come possiamo affrontarlo noi che l’abbiamo percepito prima della catastrofe?
Un interrogativo sul futuro, piuttosto incombente, che l’autrice affronta riconnettendo in maniera robusta i fili della memoria. La memoria, posta quindi dichiaratamente a fondamento dell’impresa narrativa, parte dalla sua bsinonna e passa per la madre prima di approdare alla protagonista. Tre generazioni di donne che raccontano e rappresentano, ognuna a suo modo, le drammatiche trasformazioni del novecento: prima guerra mondiale e secondo dopoguerra, ovvero il miracolo economico, terzo millennio.

Quanto il “miracolo economico” avesse poco a che fare con la religione e quanto invece con lo sfruttamento e la depredazione l’aveva già capito la bisnonna, che chiuse il suo vaticinio in un mutismo oracolare. Perché la convinzione dovesse compiersi c’era quindi bisogno di altre generazioni di donne, che avrebbero aggiunto ognuna al filo che le legava la loro parte di scelta esistenziale. Una matassa colorata per svelare l’atroce inganno del potere attraversandolo letteralmente con le proprie esistenze: l'abbandono delle campagne, la fabbrica-paese, lo sviluppo rapido e bruciante, l'università, la lotta. 

E qual è, letterariamente parlando, il compimento di questa “lunga storia”? E’ in un incontro che la protagonista fa con un luogo, dove le case sono costruite in modo che “il mare entri”. La metafora si fa realtà, e storia. Il mare entra ed esce nella quotidianità degli uomini e delle donne e con la marea lunatica regola e sfida le loro intelligenze. E chi sa aprire le porte al mare ha in mano l’arma per difendersi dalla violenza, e dalla barbarie. Il luogo esiste davvero, ma lasciamo al lettore il mistero del disvelamento. Quello che conta è la visione, esattamente come ce la presenta l’autrice. La sola forma che dà l’unità alla memoria e quindi a tutto l’antefatto rappresentato dal filo della memoria femminile.
Perché ciò che osserva Balzerani e porta così poeticamente all’attenzione del lettore, “lascia che il mare entri” è un luogo che potrebbe essere in mille luoghi del mondo. Laddove l’opera umana ha escogitato la giusta collocazione della propria esistenza materiale nel grande respiro del mondo, usando il tempo come unica risorsa stupendamente illimitata e sostanza della memoria, appunto. Quella stessa intelligenza del reale che ha permesso all’umanità di sopravviere millenni in un mondo senza capitalismo trovando continuamente il punto di equilibrio in un ambiente tutto sommato ostile sì, ma mai nemico.

Su questa riflessione entra in crisi non solo il modello capitalista, che ha talmente stravolto questo equilibrio da condurci verso la lenta morte della biosfera, senza appello alcuno, e quindi senza senso, ma anche con tutta la tradizione politica e filosofica della sinistra che in qualche modo è connessa all’idea dello sviluppismo. E se per la protagonista è il modo, forse l’unico, per provare che una delle verità professate dalla bisnonna – “non si può andare oltre il perimetro segnato dalla natura” - è ora una verità rivelata, il libro consegna al lettore l’immane compito di uno sviluppo, questo sì illimitato, affidato all’intelligenza di ognuno, nel sapersi interrogare, nel saper costruire e ricostruire un sapere comune, unica barriera a un mondo ostile, e nemico. Balzerani chiama questo immane percorso colletivo “costruzione di senso”. E c’è da crederci, connotata come è la lotta sul simbolico dalla follia totale del capitalismo giunto ormai davanti al bivio della sua storia. Ancora di più nell'epoca della ristrettezza e della fine delle risorse decidere cosa ha valore e cosa non lo ha e come deve avvenire lo scambio tra gli uomini è un nodo fondamentale per la strutturazione e la gestione del potere. Di fronte alla natura esausta e "s-finita" la borghesia non ha più niente da dire se non la pervicace difesa dei propri interessi di casta. 

Un’ultima annotazione sullo stile. Spingersi come fa Balzerani a visitare la regione sempre ignota tra la prosa e la poesia, tra descrizione e riflessione, tra emozione e racconto, ha da sempre rappresentato uno sforzo davvero fuori del comune. Tanto più in questo caso in cui il taglio è quello della ricostruzione di ben tre esistenze. L’autrice l’affronta mettendoci corpo e anima e attribuendo un senso mirabile a parole stracciate dall’uso quotidiano e dalla mercificazione della pubblicità. Solo per questo il libro andrebbe letto e divulgato.

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