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Libri & Conflitti. L'intervista a Marco Dotti, autore di SLOT CITY
Libri & Conflitti. Slot machine, videopoker, roulette. Sono oltre cinquecentomila gli “apparecchi elettronici da divertimento” legalmente installati e funzionanti in tutta Italia. anche di questo tratta Slot City. Brianza-Milano ritorno (pagine 110, euro 12,00 Robin round)
Una crescita esponenziale che nel 2012 ha portato alla raccolta di quarantaquattro miliardi di euro. Molti di questi apparecchi sono oggi presenti in Lombardia, nell’area un tempo “ricca” e “imprenditoriale”, attorno al cuore finanziario di Milano. I dati, però, non dicono tutto. Dietro le cifre ci sono storie e territori. Oltre la “patologia” c’è una normalità sulla quale si concentra questa inchiesta.
Partendo dalla Brianza di Consonno, città fantasma costruita negli anni Sessanta dall’imprenditore e sedicente “conte” Mario Bagno, passando per Arcore e i quartieri-cintura di Milano. Un reportage “post-industriale” tra capannoni costruiti con le agevolazioni della legge Tremonti Bis, abbandonati e oggi adibiti a “sale slot”, lungo le strade e nelle fermate dei pendolari (bar, stazioni, autogrill). Una mappa della catastrofe della “provincia imprenditrice”, un bilancio degli investimenti “artefici” del miracolo, spostati dalle piccole fabbriche, alla borsa e, infine, al comparto del gioco“legalizzato”.

L'estratto dal libro
L'intervista a Marco Dotti

Gioco d’azzardo. Lo vendono, tramite pubblicità, come divertimento puro, tralasciando quanti danni possa provocare. Tu, nello specifico coordini un gruppo di ricerca sul gioco d’azzardo. Ci racconti la tua esperienza per introdurre Slot City. Brianza-Milano e ritorno?
Quando voglio capire qualcosa, cerco di aprire gli occhi e guardarmi attorno. Si tratta di rieducare la nostra capacità di guardare e cogliere, in questo caso, le piccole intensità che animano e talvolta perturbano la vita quotidiana. L’azzardo di massa è stato a lungo sottovalutato perché si è insediato sotto pelle e sotto traccia, a bassa intensità. Eppure, come scriveva Victor Hugo, è col viso dei giorni che si delinea il profilo degli anni. Sondare le zone d’ombra è necessario, soprattutto oggi.

Nel tuo saggio si parte con la presentazione di Consonno: questa città che è stata per un periodo un vero regno dell’azzardo poi a seguito di una frana è crollata. Racconta i di questo borgo, dove per dieci anni hanno regnato sale da gioco…
Consonno è una cittadina Brianzola. Una storia esemplare di sradicamento, per questo la racconto nel libro. Fu il sogno della Las Vegas italiana (fatta ancora di feste, balli, giochi e partite a carte) radicata a pochi km da Milano. Un sogno finito miseramente. Oggi, Consonno è una città fantasma. Una ghost-town che ancora perturba i sogni della “smart city”, di Milano. Ma presto anche a Milano regnerà il deserto, se non si capisce una elementare verità, a cui Simone Weil non smetteva di richiamarci: “chi è sradicato sradica”. Il radicamente è qui da intendere in un senso preciso: è la capacità di abitare lo spazio, di renderlo luogo praticato, vissuto. Lo spazio vissuto è sotto attacco. Non a caso slot machine & co. si “radicano” come piante malate là dove gli uomini si radicavano nell’incontro: circoli ricreativi, bar, e via discorrendo.

Leggendo le tue pagine mi viene da puntualizzare che il gioco d’azzardo e la società in cui viviamo oggi è molto legata alla sovraeccitazione e alla dipendenza. Qual è oggi dunque il legame tra gioco d’azzardo, sovraeccitazione, dipendenza, speranza di redenzione e illusione? E quale dovrebbe essere per non danneggiare?
Conformarsi ad aspettative troppo alte, alla lunga, apre infatti scenari disumanizzanti e deserti di senso. Addiction, dipendenze, debito e azzardo sono legati a questo deserto. Un deserto antropologicamente inteso che si è prodotto negli scorsi anni. Per descrivere uno di questi scenari, alla fine degli Novanta, in Germania divenne luogo comune ricorrere a al termine Leistungsdruck. Come spesso accade, sono le parole a riportarci alle cose e a segnalarci una realtà che stava già disertando le grandi narrazioni. Una realtà che si lasciava pur tuttavia intravvedere nei piccoli sommovimenti del linguaggio. Leistungsdruck è una parola composta, che rimanda a certi situazioni o stati di pressione (Druck) ritenuti necessari per migliorare una prestazione o il proprio rendimento (Leistung). Una situazione o meglio un groviglio all'apparenza inestricabile di situazioni a cui l'individuo socialmente sotto stress si è trovato esposto e sovraesposto, nell'euforia post-fordista della tutt'altro che gloriosa fin-de-siècle. Il gioco deve essere sembrato a molti al tempo stesso una soglia e uno scarico. Una soglia che permettesse non di entrare, ma di uscire da questi nodi tensione individualmente e socialmente avvertiti.

Ma il gioco d’azzardo produce oggi grandi numeri. Nel tuo paragrafo in cui parli della situazione a Milano emerge un quadro pressoché inquietante. 35,000,000 sono gli italiani dediti al gioco, il 72% di sesso maschile. La Sindrome da Gioco Compulsivo pare coinvolgere un milione e mezzo di italiani e negli ultimi sei e dal 2008 proprio questi vi avrebbero dilapidato più di 200 miliardi di euro. Come influisce la crisi nell’ambito del gioco d’azzardo sulle persone? E poi, spieghiamo, ai nostri lettori, chi ci guadagna da tutto questo…
La crisi è parte del gioco. Non solo perché, storicamente nei grandi momenti di crisi, c’è una funzione biologico-compensativa del gioco stesso: ci si affida, si tenta, si spera, ci si illude di recuperare con un coup ciò che il lavoro o l’intrapresa – se ci sono, dove ci sono – riuscivano a dare. Sul chi ci guadagna non guarderei solo ai soggetti. Certo, ci guadagna lo Stato (siamo sui 9 miliardi annui complessivi di entrate), ci guadagnano i concessionari dello Stato (i “privati” che hanno in concessione il business), i gestori e via discorrendo. Credo invece che sia il sistema finanziario nel suo complesso a guadagnarci, soprattutto grazie alla circolazione di immensi flussi di denaro. Denaro che mai “atterra” sui luoghi, mai si ferma, mai determina – quanto meno – investimento o occupazione. L’azzardo di massa (che gli inglesi chiamano gambling) non produce, ma trasferisce ricchezza. Nella fattispecie: dalle tasche dei più poveri, a fondi impersonali. Secondo l’Economist, gli italiani perdono ogni anno 23,9 miliardi di euro. Sono quarti nella classifica mondiale, dopo Usa, Cina e Giappone.

C’è un fattore che reputo assolutamente sconcertante, forse il più dannoso. Non tanto tutto quello che nella materia che tratti ruota intorno all’illegalità, ma quello che è permesso “legalmente”. E questo mi è parso uno dei punti principali del tuo libro…
Per molti anni, nel campo della critica al gambling (ma non solo) si è usata un’opposizione quasi caricaturale fra “legalità” e “illegalità”. Si tratta di una opposizione in qualche modo ingenua nei suoi fini, ma drammatica nei suoi effetti. Nei sistemi complessi come quello mafioso, l'illegalità trova una sua estensione, non una contraddizione, nella legalità. Questo è chiaro, ad esempio, per quanto riguarda i temi che affronto nel libro: non c'è discontinuità fra produzione del debito, lavoro non retribuito ma lecito e lavoro illecitamente retribuito ma lecito o lavoro illecito e illecitamente retribuito con il grande buco rappresentato dal sistema del riciclaggio legale tramite "macchinette".

Talvolta si ragiona come se la legalità fosse un quadrato, al centro di un foglio che spetta al Legislatore ritagliare e l’illegalità fosse tutto il resto, ovvero tutto ciò che la legalità ritaglia e getta lontano da sé. Ma è un errore...
È una lente deformata e deformante al tempo stesso. Sul terreno dell’azzardo questa lente ampiamente deformante scoppia. In Italia l’azzardo è legale e illegale al tempo stesso. Il Codice Penale lo vieta, all’articolo 718. Eppure, una modifica introdotta nel 2003 al Testo Unico delle leggi di Pubblica sicurezza ha innestato nel nostro ordinamento la dizione giuridicamente stravagante di “gioco lecito” (sottinteso: con puntate e vincite in denaro). È grazie a questo cavallo di Troia del “gioco lecito” che slot machine, videolotteries e via discorrendo sfuggono alla classificazione “illecito penale”.

Tra legale-illegale c’è un problema: si tende oramai a considerare lecito tutto ciò che è legale, ma questo sarebbe ancora nulla. C’è un altro passaggio, più delicato ed è relativo a una legalità che ha “sussunto” in sé l’illegalità stessa. Insomma, quando l'illegalità si mette la maschera della legalità?
Sono guai per tutti, perché non solo fuori, ma anche dentro il pieno dominio della legge non si danno più spazi aperti. Il racket legale (per questo apprezzo particolarmente la dizione “azzardo legale” introdotta da una recente legge della Regione Lombardia) diventa così una dimensione fondamentale e persino universale della forma del capitalismo finanziario e senza spirito (il cosiddetto Finanzmarkt-kapitalism) che avanza. È un sistema che sa estrarre valore da tutto, dagli uomini, dalle cose, dagli ecosistemi. Figuriamoci se non sa piegare a sé la “legalità” e tutto ciò – retoriche comprese – che ne consegue.


Marco Dotti, lavora per Vita magazine, dove coordina un gruppo di ricerca sul gioco d’azzardo, e insegna Professioni dell’editoria al corso di laurea specialistica in Comunicazione (CPM) dell’Università di Pavia. Ha pubblicato saggi su e traduzioni da Antonin Artaud, Jean Cocteau, Catherine Pozzi, Léon-Paul Fargue, Jean Genet. Il suo ultimo libro è Il calcolo dei dadi. Azzardo e vita quotidiana (ObarraO, Milano 2013).

Slot city. Brianza-Milano e ritorno
di Marco Dotti (con infografiche di Teo Riva)
robin round
pagine 110
euro 12.00
ISBN 978.88.95731.87.2

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