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#robertward. L'estratto da IO SONO RED BAKER. A Roma oggi e domani...
. Roma presentazione di "IO SONO RED BAKER", di Robert Ward (Barney edizioni): giovedì 20 febbraio 2014 Roma. Libreria Fahrenheit 18.30 -  venerdì 21 febbraio 2014 Roma. John Cabot University 18.00

Per i nostri lettori da Satisifction, ringraziando Gian Paolo Serino e Paolo Melissi, abbiamo ripreso l'anticipazione di “Io sono Red Baker” di Robert Ward (Barney edizioni). Si tratta di romanzo pubblicato in Italia in questi giorni, curato e tradotto da Nicola Manuppelli. Il libro è uscito nella collana “I fuorilegge” che, ascoltando le parole di Manuppelli, "si propone di presentare (in Italia, e in futuro anche in Europa) una serie di scrittori cnegli Stati Uniti sono rimasti ai margini della letteratura ufficiale, molto spesso lontani dai grossi circuiti di New York".

Ma chi è Robert Ward? Scrittore culto negli Stati Uniti nonché apprezzato da autori come Cristopher Hitchens, Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, James Crumley, Dennis Lehane. "Un libro straordinario - scrive Gian Paolo Serino - fulminante, sul diventare responsabili attraverso le tentazioni. Con un finale che lo avvicina a Steinbeck: perché entrambi parlano di sogni. Ma lasciamo ai lettori la magia di scoprirlo".


L'estratto

La storia che sto per raccontarvi parla di come io, Red Baker, abbia perso lavoro, orgoglio e famiglia e sia stato tremendamente vicino a rimetterci anche la casa e la vita, ma grazie a un atto di ingenuità, sia riuscito (almeno per il momento) a riavere tutto quanto.

Non c’è mai stata una storia a lieto fine a Baltimora, ma questa è quanto di più vicino a un lieto fine abbia mai sentito.

Quello che successe fu questo.

Nell’inverno dell’83, mentre il Presidente e la sua banda di sceneggiatori televisivi se ne andavano in giro a dire quanto l’economia fosse in grande ascesa, al sessanta per cento degli operai della Larmel Steel fu comunicato che potevano pure afferrare le scatolette per il pranzo, ripulire gli armadietti e iniziare ad avviarsi verso casa. Non c’era bisogno che ci amareggiassimo, dato che avevamo un’intera settimana di preavviso.

In fondo la notizia non era questa gran sorpresa. La gente non vende acciaio solo perché le piace tirare su case. La verità era che gli affari non andavano un granché. E comunque fu un brutto colpo.

Ricordo la fabbrica quell’ultima sera. Sembrava una di quelle città fantasma che si vedono nel film di John Wayne. Oltrepassai i mucchi di scorie, divenuti freddi adesso che i forni erano spenti. Tutte le macchine erano lì immobili, ricoperte da una sottile polvere d’acciaio – i ragazzi si muovevano lentamente, in un silenzio innaturale, fissandosi l’un l’altro coi visi spenti e strizzando gli occhi sotto la luce fastidiosa dei faretti. Mentre stavo lì ad aspettare che il mio amico Dog Donahue recuperasse la giacca, guardai i rulli del laminatoio, dove avevo trascorso gli ultimi dodici anni della mia vita a far passare con le pinze grosse sbarre d’acciaio. Quante volte avevo sognato di filarmela da lì. Ma adesso che quel posto lo stavano chiudendo davvero – e girava voce che la chiusura fosse definitiva – avrei dato quasi ogni cosa per arrampicarmi di nuovo lassù, infilarmi gli occhiali protettivi e tornare al lavoro. Mi mancava già il rumore delle pinze mentre Dog e io facevano passare l’acciaio fuso attraverso i rulli per dargli forma. Riuscivo a vedere il vecchio Billy Bramdowski da sopra, sulla piattaforma, che gesticolava verso di noi, sorridendo e lanciandoci grida d’incoraggiamento. Era come se si stessero portando via una parte di me, il che mi lasciava sconvolto perché non mi ero mai immaginato potesse mancarmi tutto quel fumo e quel rumore assordante.

L’intero stabilimento – dalla zona macchinari, all’impianto chimico, fino al cortile – era spento e morto, e mi sentii sopraffare da una sensazione di paura che mi trasmise come una scarica elettrica su per il petto e le braccia. Era una paura che mi faceva incazzare, e mi faceva venire voglia di spaccare e fare a pezzi qualcosa. Ma che cosa? O chi?

Prima che il silenzio divenisse insopportabile, uscii nel parcheggio, tirai su il colletto della giacca a vento e sollevai lo sguardo verso il cielo scuro e i fiocchi bianchi di neve che cadevano attraverso i fili dell’alta tensione. La luna era bianca, perfettamente tonda, e tutto intorno a me i ragazzi si dirigevano lentamente verso auto e camion – alcuni a testa bassa, altri in gruppo, chiacchierando ancora un po’ prima di fare ritorno a casa. Non c’era bisogno che mi unissi a loro per sapere di che cosa stessero parlando. Tutti quanti si stavano domandando soltanto una cosa. Era l’ultima volta che uscivamo dalla Larmel Steel? E se davvero era così, che diavolo ci sarebbe accaduto?

Alla fine Dog uscì, portandosi dietro il secchiello per il pranzo e con addosso la giacca sportiva a scacchi rossi e bianchi che Wanda e io gli avevamo regalato il Natale precedente. Mi guardò, mi sorrise coi denti disordinati e mi colpì sul braccio col proprio enorme pugno.

“Andiamocene di qui, Red,” mi disse.

“Esatto, Doggie.”

Si girò a guardare i macchinari silenziosi e al buio. Poi si voltò di nuovo verso di me.

“Sai chi è stato?” chiese.

“No, chi è stato?”

“Sono quei cazzo di giapponesi. Quegli stronzi di giapponesi che esportano l’acciaio e ce lo mettono nel culo. Sai perché? Perché li fanno lavorare come fottuti schiavi da quelle parti. Fra giapponesi e governo abbiamo la stessa possibilità di cavarcela di una palla di neve all’inferno. Se smettessero di importare materiale, potremmo tornare ad avere lavoro. Ma non lo faranno mai. Ai pezzi grossi di Washington non gliene potrebbe fregare di meno, lo sai.”

“Avanti, Dog,” dissi. “Andiamo al Paradise a farci un paio di bicchieri. Fa un freddo cane qua fuori.”

Annuì col testone, e attraversammo il parcheggio, facendo scricchiolare gli stivali sul catrame.

“I giapponesi finiranno col comandare questo paese fra poco. Hai sentito cos’hanno fatto alla Blackwell?”

“No. Perché non me lo racconti, Doggie?”

Mi guardò e fece un piccolo, mezzo sorriso.

“Non mi prendere per il culo,” disse. “Lo sai benissimo. Si sono comprati tutto il cazzo di posto e lo hanno trasformato in un magazzino. Pensi che allo stato gliene sia fregato qualcosa? Assolutamente, amico.”

Annuii, ma non dissi nulla. Dog ormai era partito e stava buttando fuori tutto quanto.

Adesso toccava ai giapponesi prendersi le proprie colpe, qualunque esse fossero.

Salimmo sul suo furgone. I sedili erano congelati, la plastica liscia come vetro. Aprii il cruscotto e tirai fuori una bottiglia di Wild Turkey. Ne ingollai una lunga sorsata e la passai a Dog, che ne trangugiò quasi mezza bottiglia.

“Ehi, lasciamene un po’.”

“Fanculo,” disse, restituendomi la bottiglia. “E adesso che cazzo facciamo?”

“Che ne dici di accendere il motore?”

Mi guardò con la sua grossa testa inclinata di lato e quello strano luccichio negli occhi, come se improvvisamente non mi riconoscesse affatto. Poi scoppiò a ridere e afferrò la bottiglia.

“Non mi ci voleva questo, Red … sul serio.”

“D’accordo, d’accordo, ma perché non partiamo adesso?”

Girò la chiave e schiacciò il piede sull’acceleratore. Il vecchio furgono Ford borbottò e poi si spense.

“Così la ingolfi questa figlia di una cagna, Dog!”

“Ehi, cos’è? Una lezione di scuola guida?”

Non aggiunsi altro, ma bevvi ancora un po’ di Wild Turkey, fissando la neve all’esterno, che si depositava delicatamente sui vetri.

Dog diede di nuovo gas. Questa volta il motore si avviò e uscimmo dal parcheggio. Mi sforzai di non pensare a che cosa avrei detto a Wanda e Ace, concentrandomi invece sul Paradise e su Crystal. Poi chiusi gli occhi per un secondo e il whisky cominciò a scorrermi nella testa mescolando immagini di me e Crystal in autostrada verso la Florida, coi i salici piangenti a proiettare ombre sull’auto e chioschetti di succo d’arancia ovunque. Poi una lunga spiaggia bianca, il sole che ci bruciava la pelle e i raggi più luminosi, più chiari che si fossero mai visti, e io e Crystal davanti alla riva del mare.

Per circa trenta secondi fui davvero lì, coi pantaloni arrotolati sulle gambe e Crystal in un bikini nuovo a esaltarne lo splendido e sottile fondoschiena. Poi la voce rauca e bassa di Dog spazzò via l’intera immagine e mi ritrovai sulla North Point Boulevard, mentre passavamo davanti a Bud’s Bait, al Tackle Shop e al Michey’s Package Goods con le insegne al neon rosa lampeggianti.

“Ehi, Red, che cos’era quella cosa che quel tipo ha scritto sul foglio?”

“Quale cosa?”

“Lo sai. Quella che il tipo ha scritto sul foglio l’altro giorno.”

“Sui Colts?” dissi. Nessun momento era mai tanto triste da impedirmi di stuzzicare Dog sul football.

“No,” disse Dog. “Cristo santo, non sto parlando dei cazzo di Colts. La cosa che ha scritto il ragazzo che ci ha fatto quelle domande allo stabilimento.”

“Ehi, ma che ti frega? Accendi il riscaldamento, mi si stanno congelando le palle.”

Dog tirò un lungo respiro infuriato e mi fissò.

Aveva i denti serrati e l’espressione così crucciata che pareva avere un unico lungo sopracciglio.

“Hai proprio un bell’aspetto quando sei incazzato, Dog. Sembri uno di quegli uomini di Neanderthal.”

“Ehi, Red, adesso inizio anche a farlo l’uomo di Neanderthal se non mi dici che cos’ha scritto quel tizio.”

“Di che tizio stai parlando?” dissi, sforzandomi di non ridere.

Ma probabilmente l’avevo tirata troppo per le lunghe, perché Dog girò il volante a destra e schiacciò con forza sul freno. Andai a sbattere con la spalla sulla portiera e la testa mi sbalzò in avanti, colpendo il parabrezza. Dog allungò l’enorme mano e mi afferrò per il colletto della giacca.

“Cazzo, Red. Non mi trattare come un idiota. Sai che cosa ha scritto quel tipo. Dimmelo …”

Perle di sudore iniziarono a gocciolargli dalla fronte. Aveva il tipico sguardo con gli occhi spalancati che avevo visto fin troppe volte nel corso degli anni. Sono uno che sa cavarsela, ma fare incazzare Dog non è mai una bella faccenda.

“Forse inizio a ricordarmi qualcosa,” dissi. “Lo stronzo ha scritto che le nostre competenze non erano trasferibili ad altri campi.”

Non appena ebbi pronunciato queste parole, Dog cominciò ad annuire. Mi tolse le mani dalla gola e si accasciò sul sedile.

“Competenze non trasferibili. Ce l’avevo lì, ma non mi veniva in mente l’espressione. Sono stato in piedi tutta la notte a cercare di ricordarmela.”

“Oh, ti capisco. Mi capita spesso con le vecchie canzoni..”

“Questa non è una canzone. Ci ha detto che siamo finiti.”

“Ehi, fanculo quel tizio e chi ce lo ha mandato. Due settimane e ci richiameranno allo stabilimento. Nel frattempo possiamo cercarci nuovi lavori, incassare qualche vecchio assegno di disoccupazione e riposarci un po’. Ho lavorato fin troppo, in ogni caso.”

Dog si asciugò la testa e si morse il labbro inferiore.

“Competenze non trasferibili,” mormorò sottovoce. “Cosa pensa che siamo, solo un mucchio di stronzi? Hai sentito cosa dicono, Red? Che lo stabilimento non riaprirà più. Fra i giapponesi e i Walsh Brothers a York, in Pennsylvania, non possiamo competere. Quei tipi fanno tutto coi macchinari.”

“Ehi, non ti devi preoccupare così tanto, Doggie. Su, andiamo al bar. Per questa sera non ci possiamo far nulla. Vivi un giorno alla volta, amico.”

Allungai la mano e gli diedi una pacca dietro il collo. Sentii i muscoli curvi e tesi. A dire il vero non ero in disaccordo con Dog ma non c’era nient’altro che potessi dire. Perché la verità era che lo stabilimento della Walsh poteva produrre masselli, lingotti, blocchi, cilindri di metallo nella metà del tempo impiegato da noi. Se stavi costruendo un centro commerciale, di certo non ti rivolgevi alla Larmel Steel.

Ma mi dicevo anche di non stare lì a rimuginarci sopra. Qualcosa sarebbe saltato fuori. Era sempre stato così. Era la filosofia di Red Baker: sei sempre con la testa nel fango, ma fin quando puoi respirare continui a essere in vantaggio.

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