Lunedì 26 Agosto 2019 - Ultimo aggiornamento 12:54
MioGiornale.com
Logo ControLaCrisi.org
Filtra per luogo...
Filtra per tema...
Filtra per data ...
Nascondi


Libri & Conflitti. L'intervista a Dario Leone di Le gabbie sociali della globalizzazione

Libri & Conflitti E' uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni.
Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato.

l'estratto QUI

Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.

La tesi centrale del tuo lavoro è che in quest’epoca in cui il “capitalismo globalizzato” è “trionfante” è venuta meno la dimensione collettiva. Secondo la tua analisi, quali ambiti di comunità sono stati intaccati dalla globalizzazione?

Direi tutti. La comunità oggi si regge su un localismo sterile e vuoto rispetto ad un potere reale e concreto che è globale. E gli aspetti psico-sociali terribili che questa condizione produce sull’individuo sono i veri protagonisti di questo mio lavoro.

Affermi che “il risultato è che il dissenso non si canalizza verso una piattaforma d’azione collettiva per un cambiamento, ma diventa un semplice e passeggero sfogo collettivo." Quali sono secondo te le conseguenze di questo risultato?

Il nemico non è più il classico padrone o il caporale. E’ l’agenzia interinale (percepita come una benedizione), sono gli azionisti, i mercati finanziari. Manca un nemico in carne ed ossa, con un nome; un nemico riconoscibile come il male comune contro il quale combattere. La rabbia dunque, viene espressa contro l’assassino, il pedofilo, il ladro, il rom… Insomma viene espressa attraverso nemici in carne ed ossa, gli unici che in modo riconoscibile possono supplire all’assenza apparente del nemico autentico. Dunque, essendo questi nemici protagonisti di eventi passeggeri, lo scagliarsi contro uno di loro è niente più che uno sfogo passeggero ed è collettivo solo per il fatto che temporaneamente viene condiviso. Le grandi questioni come il cambiamento politico e sociale non producono più piattaforme di azione collettiva durature e granitiche come un tempo a causa dell’assenza della dimensione collettiva che porta l’attore sociale ad avere ritmi così pressanti a causa della ridefinizione del mercato del lavoro che lo investe e che lo porta a pensare che qualsiasi battaglia comune autentica e politica sia solo una mera perdita di tempo. Tempo che preferisce riservare alla coltivazione del suo orticello. Orticello che non produce nulla se non ansia, negazione del presente e assenza di futuro che sono le patologie sociali che avrebbero come unica cura la rinascita della dimensione collettiva alla cui costruzione l’individuo si sottrae.

La tua analisi ti porta a considerare l’individuo come un soggetto che finisce per ‘tornare a capo e ricominciare’ e che questa condizione è causa del rigetto di qualsiasi impegno costante, di qualsiasi coinvolgimento. La crisi dei soggetti collettivi (partiti, sindacati, ecc.) è da considerare, secondo te, come conseguenze di questa condizione?

L’uomo postmoderno non è “l’uomo senza qualità” di Musil, ma un uomo con troppe qualità. Ne ha così tante che si annullano a vicenda. Parlo nel libro del concetto dell’uomo modulare che adatta i suoi moduli identitari a seconda del momento. Questo porta l’individuo in una condizione di continua costruzione della propria identità. Un processo che non ha fine. Pertanto la sua adesione a partiti e sindacati è fragile e momentanea. I partiti sono diventati dei taxi. Quando uno di questi rimane senza benzina se ne prende un altro. Basti osservare come ad esempio l’Italia dei valori abbia svolto il ruolo del taxi nei confronti di tanti nostri ex compagni. Le conseguenze sulla credibilità dei soggetti politici è sotto gli occhi di tutti. Ma aggiungo anche che i partiti delegando il proprio ruolo decisionale al libero mercato non sono oggi più nelle condizioni di offrire risposte autenticamente risolutive. Sono semplicemente esecutori materiali di ordini indirettamente imposti da questo nuovo e inedito capitalismo. La loro crisi ha come causa la perdita della loro funzione più che il loro malcostume.

Tu vieni da una formazione marxista. Eppure noto che nel tuo libro le classi sociali rimangono sullo sfondo e la tua analisi si concentra sull’individuo osservato da un punto di vista sociologico. Da cosa deriva questa impostazione analitica?

Nel libro ho dimostrato durkhenianamente la presenza di una forza extrasociale più che extraindividuale (e cioè la globalizzazione e chi la determina) attraverso l’individualismo metodologico popperiano. Questo perché penso che alla base di tutto vi sia la percezione individuale degli eventi. Il superamento delle classi in questo contesto storico ha prodotto una babele di miserie inedite e di oppressi così differenti e numerosi che definire una classe oppressa è difficile così come definire una classe di oppressori che si perdono nella nube del libero mercato. Venendo meno la dimensione collettiva che è la classe, l’unico modo per partire nell’analisi è l’individuo. Cerco di capire quali sono gli ostacoli che gli impediscono di comprendere il suo essere sociale e quindi la sua coscienza. Pertanto lo sforzo è proprio quello di ricercare (o ritrovare) una dicotomia di classe sulla quale poter lavorare politicamente (nel mio caso teoricamente). L’idea di una nuova dicotomia postmoderna che ho ricavato è nell’ultimo capitolo del libro intitolato “risoluzioni o sogni”.

Le gabbie sociali della globalizzazione
di Dario Leone
Susil
ISBN 8897880177
Pagine 176
Euro 13,00

Dona il tuo 5x1000 a controlacrisi