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Libri & Conflitti. L'estratto di CIE E COMPLICITA' DELLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE
Libri & Conflitti. In Italia, in tredici Centri di Identificazione ed Espulsione sono recluse oggi migliaia di persone – nel 2012, 7.012 uomini e 932 donne – che hanno la sola colpa di essere migranti. Miliardi di euro vengono spesi per trattenere queste persone e poi espellerle, verso i Paesi dai quali erano faticosamente e onerosamente partite. Molti di questi soldi pubblici finiscono nelle tasche delle organizzazioni “umanitarie” che hanno accettato di gestire i CIE, ben sapendo che i dispositivi fondamentali sui quali questi non-luoghi sono costruiti sono gli stessi che hanno caratterizzato i campi di internamento storici, compresi i lager nazisti. Le frequenti manifestazioni di disagio dei reclusi nei Centri non lasciano dubbio alcuno sulle condizioni di vita al loro interno. E, d’altra parte, chiudere in gabbia delle persone che si spostano nel mondo non sembra in ogni caso una risposta accettabile. Questo libro vuole aprire una riflessione seria e non ideologica sull’istituzione CIE e invita ciascuno di noi a confrontarsi con la propria personale responsabilità riguardo alla loro esistenza.



6.4 ACCOGLIENZA O CARCERAZIONE?
In alcuni CIE il personale di queste organizzazioni gestisce le chia-vi delle gabbie in cui i migranti sono rinchiusi, cioè materialmente
quelle gabbie le apre e le chiude ogni giorno. In altri CIE le chiavi sono invece in mano solo ai poliziotti. Queste organizzazioni si dovrebbero occupare di tanti progetti in ambito sociale, ma certamente non di tenere in condizioni di carcerazione le persone, né direttamente né indirettamente.
Anche se le persone che lavorano nei CIE per conto di queste organizzazioni non tengono materialmente in mano le chiavi delle gabbie, anche se non partecipano direttamente ai pestaggi (ma chiudono gli occhi quando questi avvengono), anche se non ridono quando i reclusi, disperati, si mutilano e urlano di dolore, anche se non compiono abusi sessuali contro le detenute o non sono negligenti di fronte ai malori, anche gravi, dei prigionieri, anche se tanti ragazzi non fossero morti nei CIE, sotto i loro occhi indifferenti, e anche se immaginassimo per un attimo che tutte queste cose non fossero mai accadute, essi assolvono comunque alla funzione, diretta o complice, di carcerieri.
L’imparzialità e l’equidistanza di queste organizzazioni tra lo Stato e i reclusi, quando non le millantate solidarietà ed empatia verso i migranti, sono sempre e tutte sbilanciate verso la fedeltà alle leggi dello Stato che rinchiude i migranti. Essere equidistanti e imparziali, quando non solidali ed empatici, a rigore di logica, vorrebbe dire valutare, tra le tante, la possibilità di disobbedire alle leggi, di violarle, e quindi di aprire le gabbie. Che disobbedire alle leggi ingiuste sia lecito, soprattutto moralmente giusto e segno di umanità, è stato insegnato e ricordato agli uomini del nostro tempo, ad esempio, da due importanti figure profetiche che hanno riaffermato il primato della coscienza sulla legge. Mi riferisco qui a Don Lorenzo Milani77 e a Don Tonino Bello,78 che rivolsero un forte invito alla disobbedienza civile contro le leggi ingiuste e contro gli apparati militari del proprio tempo.
Perché non considerare allora gli appelli alla disobbedienza rivolti agli operatori sociali per far cessare la loro oggettiva complicità
con il sistema dei CIE? E come considerare le loro risposte a questi appelli?
È evidente che quando questi operatori si riempiono la bocca di equidistanza, imparzialità o fedeltà alle proprie organizzazioni, non
fanno riferimento che a vuoti artifici retorici. Il dipendente di queste organizzazioni che volesse accogliere questi inviti, dovrebbe ovviamente partire dal pretendere che l’organizzazione per la quale lavora esca dalla gestione dei Centri. Questo discorso deve valere per la Croce Rossa, come per gli operatori delle Misericordie e delle cooperative sociali.
Alla luce del ragionamento proposto e fin qui sviluppato, se davvero le nuove leggi sull’immigrazione sono realmente leggi razziste e
i CIE sono veramente paragonabili ai campi storici, non ci possono essere più equivoci, né scuse: volerli gestire è cosa infame, e va detto forte. E i primi a dirlo devono essere gli operatori del sociale, trasformando il loro non essere d’accordo con il fatto che l’ente per cui lavorano gestisca (e/o si proponga di gestire) questi posti aberranti, in atti di disobbedienza efficace e concreta. Di fronte a un campo di internamento la non-collaborazione è il minimo e bisogna saperla pretendere da sé e dai propri colleghi, fuoriuscendo dal ricatto della sicurezza del proprio posto di lavoro e da tutte quelle logiche, prettamente aziendalistiche, che producono questo tipo di pensieri. Gli operatori sociali devono sapere che – se le leggi sull’immigrazione sono davvero leggi razziali – a nulla servono la delega, le petizioni e i cortei, se poi lo Stato applica queste leggi con il lavoro delle loro mani.
O si sceglie la non-collaborazione, e poi l’opposizione attiva, pratica e determinata, o si finisce in un ginepraio fatto di dichiarazioni
roboanti e compromessi, di bei principi e pratiche collaborazioniste, di discorsi forbiti e di equivoci interessati. Un ginepraio nel quale
ogni tensione etica svanisce e con essa anche il senso stesso delle parole e del nostro essere uomini.
Qui di seguito propongo le interviste a due operatori sociali che, si badi bene, in momenti storici diversi, hanno lavorato all’interno dei CPT/CIE e che nei confronti di questo stato di cose hanno reagito e si sono posti criticamente.

Gradisca d’Isonzo, 13 febbraio 2009


Davide Cadeddu (1974), educatore, insegnante e formatore. Vive a Torino, dove, negli ultimi 16 anni, ha promosso e coordinato progetti socioeducativi e formativi nell’ambito del lavoro di strada, delle tossicodipendenze, dell’aggregazione giovanile, dell’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo politico; ha lavorato nella formazione professionale con giovani e adulti. Attualmente lavora come educatore in una comunità per minori. Ha dato vita all’Associazione Onda Urbana e al progetto “Tana Libera Tutti”, nel quartiere torinese di Porta Palazzo.


Cie e le complicità delle organizzazini umanitarie
di Davide Cadeddu
Sensibili alle foglie
isbn 978-88-89883-80-8
Euro 15,00 
pagine 128

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