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Prima guerra mondiale, cent'anni dopo il nodo è sempre lo stesso: il capitalismo. Intervento di Domenico Moro
Quest’anno cade il centenario della Prima guerra mondiale, iniziata con la firma della dichiarazione di guerra da parte dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe il 28 luglio 1914. Per la prima volta nella storia e dopo cento anni di pace relativa, tutte le maggiori potenze furono coinvolte in una guerra di carattere mondiale. Il grado di violenza, le sofferenze dei combattenti e il costo in vite umane (16 milioni di morti, 650mila quelli italiani) furono senza precedenti. Gli equilibri politici e sociali furono stravolti, producendo eventi rivoluzionari come l’Ottobre sovietico. Alla fine l’Europa ne uscì stremata e con in grembo il frutto avvelenato del fascismo, che portò alla Seconda Guerra mondiale, un ancor più drammatico “secondo tempo” della Prima Guerra Mondiale.

Per queste ragioni la “Grande Guerra”, come fu chiamata dai contemporanei, rimane impressa nella psicologia collettiva ancora oggi, come è testimoniato dall’uscita recente di decine di pubblicazioni e dall’attenzione dei media, che gli dedicano trasmissioni Tv e articoli sui quotidiani. A questo si aggiunge la coincidenza tra il centenario e lo scoppio di nuove guerre non solo nel martoriato Medio Oriente ma anche nel cuore stesso dell’Europa, in Ucraina, all’interno di un contesto internazionale di sempre più diffuso caos, che induce a stabilire analogie tra quanto accade ora e quanto accadde allora. È possibile, però, parlare di analogie e, se sì, in che misura e a quale riguardo?

In genere, le ricostruzioni delle cause della Prima Guerra Mondiale tendono a mostrare lo scoppio della guerra come un evento nel quale le cancellerie europee furono tutte trascinate quasi loro malgrado, come in una sorta di effetto domino, senza aver previsto la portata di quel che sarebbe accaduto. Esemplificativo di questo atteggiamento è quanto scritto da Gianni Toniolo sul Sole24ore del 27 luglio: <<Alla guerra si arrivò con una successione di piccoli passi muovendosi con la metafora di Clarke come sonnambuli. (…) Colpe di omissione, indifferenza, scarsa lucidità nel valutare le conseguenze di lungo periodo di decisioni apparentemente poco rilevanti si distribuiscono tra le élites di tutti i paesi coinvolti. Se il 28 luglio impone una riflessione essa riguarda innanzi tutto la necessità di guardare oltre l’immediato nell’affrontare le crisi, apparentemente poco correlate di un mondo nuovamente multipolare, siano esse nel mar della Cina, nel Medio Oriente, ai confini orientali della dell’Ucraina.>>.

Per la verità, lo scoppio della Grande Guerra e le sue dimensioni non furono del tutto inattese. Con incredibile preveggenza così scrisse Friedrich Engels già nel 1886 a proposito dei contrasti tra potenze europee: <<In breve, c’è un grande caos e un unico risultato sicuro: un massacro di massa di un’ampiezza sinora mai vista, l’Europa stremata ad un punto mai visto, infine il crollo di tutto il vecchio sistema…la cosa migliore sarebbe una rivoluzione russa.>> Comunque, c’è da dire che le cause di una guerra globale stavano maturando già da decenni. Esse dipendevano dalla crisi del modo di produzione capitalistico, che aveva dato luogo al fenomeno dell’imperialismo e alla lotta sempre più accesa tra le maggiori potenze capitalistiche per la conquista di mercati di sbocco di merci e capitali e per il controllo delle fonti delle materie prime.
In particolare, l’egemonia britannica, che a partire dalla fine delle guerre napoleoniche aveva garantito la pace attraverso il “concerto europeo”, stava venendo meno per la decadenza dell’economia britannica a favore di nuove potenze industriali.

Tra il 1870 e il 1880 gli Usa e la Germania passarono rispettivamente, fra i Paesi industriali, al primo e al secondo posto superando la Gran Bretagna e la Francia. Però, mentre la Gran Bretagna e la Francia disponevano di vasti imperi coloniali e gli Usa di un mercato domestico colossale, la Germania, di piccole dimensioni e priva di colonie, aveva bisogno di assicurarsi un mercato di sbocco alle sue merci, a rischio di veder scoppiare la contraddizione fra le enormi potenzialità della sua industria e le possibilità di smercio. Un’identica competizione si era sviluppata per il controllo del petrolio, in particolare di quello della Mesopotamia, allora sotto il controllo turco e ora coincidente con l’attuale Iraq. Qui la Gran Bretagna proprio nel marzo del 1914 bloccò il progetto della Germania che, attraverso la costruzione di una ferrovia tra Costantinopoli e Bagdad, mirava ad ottenere dal governo ottomano i diritti di estrazione petrolifera. Quindi, la Prima Guerra Mondiale fu tutt’altro che il risultato della improvvida superficialità dei governi europei, bensì il necessario sbocco della crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e la consapevole resa dei conti tra Stati imperialisti a fronte della crisi della potenza egemone.

Su questa base non viene molto difficile individuare alcune analogie con la fase attuale. Anche oggi siamo di fronte ad una crisi del capitalismo di dimensioni inusitate che non trova soluzioni e che si manifesta successivamente ad una seconda e più forte globalizzazione. Anche oggi siamo dinanzi alla crisi d’egemonia della potenza egemone statunitense e ad una situazione di caos internazionale. Si prevede che nel giro di pochi anni il prodotto interno della Cina sopravanzerà quello degli Usa. Intanto, nel 2013 fra le prime dieci multinazionali se ne contavano quattro di Paesi “emergenti”, una cinese, due russe (Gazprom che è al primo posto) e una brasiliana, mentre nel 2004 ce n’era una sola. La crisi degli Usa, però, presenta delle differenze importanti con quella della Gran Bretagna.

La Gran Bretagna poteva compensare il proprio debito del commercio estero e statale con lo sfruttamento dell’India, mantenendo in questo modo la stabilità e l’egemonia della sterlina. Al contrario, gli Usa non hanno alcuna colonia che possa assolvere alla stessa funzione e per finanziare i propri deficit devono poter mantenere il dollaro come valuta mondiale, in modo da attrarre dall’estero i capitali che gli necessitano. Visto che il dollaro rimane moneta mondiale solamente nella misura in cui viene utilizzata per le transazioni delle materie prime ed in particolare del petrolio, gli Usa non possono permettersi di perdere il controllo delle fonti energetiche e indirettamente dei propri concorrenti. Fonti energetiche vuol dire soprattutto Medio Oriente, dove sono le maggiori riserve mondiali e da cui importano la maggior parte del loro fabbisogno l’Europa, il Giappone e la Cina stessa.

Il declino e la fragilità delle basi della loro egemonia portano gli Usa, e le altre potenze in difficoltà come la Francia e la Gran Bretagna, ad assumere comportamenti sempre più aggressivi. Le guerre di Bush in Iraq e in Afghanistan rientravano in una strategia di attacco mirante a ristabilire l’egemonia Usa. La difficoltà nella gestione degli interventi diretti ha condotto l’amministrazione Obama a scegliere una strategia basata su un mix di incursioni soprattutto aeree e guerre per procura, come si è visto in Pakistan-Afghanistan, Libia, Siria e quest’anno in Ucraina. L’obiettivo non è quello di acquisire il controllo di nuovi territori, ma quello di logorare gli Stati considerati pericolosi, istigando il conflitto tra i suoi alleati e portando la guerra fino ai suoi confini, come nel caso della Russia. Le divisioni sociali, religiose ed etnico-linguistiche sono le leve utilizzate a questo scopo. Il risultato è una situazione di instabilità e caos crescente a livello internazionale.

L’escalation degli ultimi mesi non solo in Ucraina, ma anche in Iraq – dove il ruolo degli Usa è quanto meno ambiguo - e a Gaza non è estranea ad alcuni fatti nuovi che rendono più oscure le prospettive dell’imperialismo occidentale a guida Usa. A giugno la russa Rosnet ha siglato con la Cina un contratto venticinquennale di fornitura di petrolio per 600 mila barili al giorno, il doppio di quanto viene fornito oggi, e Putin non esclude di salire a 900 mila barili. Nel mese in corso, inoltre, la Cina ha mosso i primi passi per rendere convertibile lo yuan renminbi, preparandone così l’ascesa a valuta internazionale di riserva e di scambio. Infine, la Cina, insieme alla Russia e agli altri Paesi del Brics, ha annunciato la costituzione di una banca di sviluppo mondiale per finanziare progetti di sviluppo a Paesi emergenti. Tutto questo minaccia il controllo dell’imperialismo occidentale sui flussi finanziari e delle materie prime energetiche.

È molto difficile fare previsioni o delineare scenari, valutando se esiste la possibilità che le tensioni che si vanno accumulando possano sfociare in una guerra globale e dispiegata tra grandi potenze. Esistono molte variabili da considerare (tra le quali il ruolo della Germania) e non è compito di questo articolo farlo. Il punto da considerare è che anche noi siamo già in guerra. L’Italia negli ultimi anni è stata impegnata in Iraq, in Afghanistan e in Liba e rischia, per il ruolo internazionale che la sua classe dirigente ha deciso di assumere, di essere coinvolta sempre di più nell’escalation bellica. È a questo proposito che l’esperienza storica della socialdemocrazia dinanzi alla prima guerra mondiale dovrebbe essere di ammaestramento. Nonostante le previsioni di Engels, l’impegno eroico di leader come Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht e Jean Jaurés, assassinato da un nazionalista il 31 luglio 1914, e l’impegno della II Internazionale dei lavoratori al congresso del 1912 di lottare contro la guerra, i maggiori partiti socialisti, soprattutto quelli tedesco e francese, si accodarono ai rispettivi imperialismi.

Solo una minoranza rimase salda sulle posizioni dell’Internazionale, in particolare la componente bolscevica della socialdemocrazia russa, che riuscì addirittura a trasformare il disastro della guerra in punto di partenza per la costruzione del primo vero tentativo di stato socialista della Storia. La lotta contro la pace non è un fatto solo etico o morale, come pure è giusto che sia, ma deve tradursi in termini politici e sociali. La lotta per la pace non può che essere una lotta contro l’imperialismo e, in primo luogo, contro il proprio imperialismo e per un modello di società alternativo a quello capitalistico.

 

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