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Wu Ming, "L'armata dei sonnanbuli" e il potere della contronarrazione
Di Wu Ming è uscito da poco un romanzo che può essere considerato, così come ha ripetutamente sottolineato lo stesso collettivo, un’opera di svolta.
Da dove e verso dove? Nel giro di presentazioni che Wu Ming sta effettuando in Italia, viene fuori con forza che ormai l’aspetto simbolico delle rivolte e la sua capacità di aderire a ciò che di più profondo muove le coscienze non è post ma ante. Qualcuno potrà dire che questo è sicuramente un must dell’opera dei bolognesi, ma certamente con “L’armata dei sonnambuli”, romanzo non meglio identificato, su e nella Rivoluzione Francese, l’esplicitazione del tema è portata a tal punto da farne un meraviglioso oggetto/soggetto di approfondimento.

Il potere è narrazione
Da dove, dunque? Il viaggio inizia ne 1999 con “Q”, e la consapevolezza del collettivo di scrittori, all’epoca Luther Blissett, è già quella di piegare la forma romanzo - corale e coreutica - per dare voce ai senza voce, per tessere una narrazione che sia contro, critica, conflittuale tesa a dare un nuovo colore al mito, all’epos, non di mainstream, ma dei dimenticati dalla Storia. Il potere siamo noi. Noi riflettiamo potere; assimiliamo potere. Ne vestiamo le vie infinite, ne trasmettiamo tramite mani, bocche, occhi, le propaggini più variegate. Nell’era massmediatica in cui un continuum turbolento di piattaforme, protesi e maschere crea una catena relazionale che tanto si ossida e crea più anelli di giunzione, quanto noi parliamo, comunichiamo, dialoghiamo: il potere è racconto. Il potere è storia. Il potere è narrazione.Il potere ha stabilito una nuova forma di governo, lontana dall’immagine da litografia del monarca che tiranneggia sul picco più elevato della piramide, e impone la sua violenza, il suo governo, verticalmente. Viviamo ora nel contagio virale delle storie che le protesi del governo, i media - nelle loro più varie entità: libri, film, mezzi di comunicazione e informazione - fanno circolare tra noi. Storie che, scenarizzate e articolate in disegni e schemi, provocano in noi reazioni, atti e affezioni, delineano pensieri, veicolano opinioni, formano mentalità, in molteplici strati. Se il potere allora si presenta come un canalizzatore di condotte, di comportamenti e capace di indurre condizionamenti che rimbalzano tra un soggetto e l’altro forgiandone i desideri è con il lavoro dei Wu Ming che gli insorti del XXI Secolo devono fare i conti, chiosandone i messaggi indossati dai loro scenari.

Salta il romanzo storico
Verso dove, allora? Nuovi scenari, nuovi eroi, nuovi miti. Squadrati, spezzettati e ricomposti, scevri da ogni assolutizzazione storica, epurati. La nuova storia, o narrazione, o racconto, o plot che dirsi voglia, riemerge così dalle pagine di un loro romanzo storico e instilla dubbi, problematizza la Storia stessa. Chiaro è che perfino la struttura sulla quale poggia il genere “romanzo storico” venga messa in discussione. Totale coerenza storica? E perché? La Storia si avviluppa, ritorna indietro, si congela, assume nuovi colori nei canali e nelle narrazioni tossiche e mainstream dei potenti, diventa spuria, contaminata, e perché no, strumentalizzata. Nelle viscere pulsanti del Terrore e della contro-rivoluzione reazionaria post-terrore si mescolano documenti storici tratti dai quotidiani del tempo a figure estranee, ma in qualche modo familiari, che molto bene si prestano a provocare quello straniamento brechtiano, che approda molto facilmente ad uno step successivo, già scalato dal collettivo di scrittori: l’allegoria storica. E allora che compaiano pure nei cortili dei manicomi mesmerizzatori in grado di controllare le volontà altrui. Compaia pure Scaramouche, personificazione del popolo parigino, con annessa maschera, a infilzare neo-borghesi speculatori e muschiatini proto-camicie nere braccioarmato dei monarchici. L’allegoria non è nemmeno troppo velata, anzi in certi passi urla e si dibatte, chiedendo sfrontata d’esser colta e assimilata.

La rivoluzione è donna
“La rivoluzione è donna”, diceva qualcuno, e al giorno d’oggi lo dicono anche i muri. E difatti in questo romanzo, la donna è motore propulsore della fabula, riuscendo a stigmatizzare gli eventi truculenti del Terrore e post-terrore parigino. Se in “Q” le donne comparivano come delle oleografie, come caratteri piuttosto vaghi che vivevano solo in funzione degli impulsi sessuali dei personaggi maschili. Come potrebbero Marie Nozière o Claire Lacombe, rivoluzionarie, accontentarsi del perimetro delle vicende? Impossibile. Queste figure nello sviluppo della fabula hanno vissuto un divenire parallelo alla storia stessa, e nei cunicoli di questa hanno forgiato gli elementi affinché l’ingranaggio potesse continuare a funzionare.
Peccato che molti giornalisti o sedicenti tali abbiano fatalisticamente ignorato questo aspetto. Non a caso Wu Ming1 durante recenti interviste ha spesso parlato di un “divenire donna” che il Collettivo ha imposto alla creazione dei loro “oggetti letterari”. Senza dubbio, la maturazione è giunta. Lo si coglie anche nel linguaggio, giunto ad un mistilinguismo veramente gustoso, già affrontato, certo, nulla di nuovo nella contaminazione di più registri di linguaggio, dal dialetto bolognese orientale, al riemergere lacaniano della lingua d’origine in un flusso di coscienza. Ma ciò che è interessante è come il linguaggio riesca ad accoppiarsi ai soggetti, giungendo anche ad elevarsi a voce collettiva, riuscire cioè a fornire la plebe, il popolo, di un linguaggio vero e proprio, che vive nel romanzo come una nube sempre gravida di tuoni e fulmini, pronta a esplodere nei colori di contaminazioni dialettali, in brulicanti canali di informazione ora distorta, ora gonfiata, pronti a riversarsi nelle onde dell’immaginario collettivo, spesso vivo grazie a quelle fatali “voci di corridoio” e “leggende metropolitane”.

La vertigine del V Atto
Ma ciò che nel romanzo provoca veramente vertigine e disorientamento, in perfetta coerenza con la poetica della contronarrazione, è il V Atto. Un corrispondente a quello che erano negli altri libri i cosiddetti “titoli di coda”, in cui venivano enumerate le fonti, i dati storici, insomma la materia prima, carne e sangue. Ma questa volta non si tratta di una semplice appendice, di una sterile enumerazione di dati storici. E’ una parte integrante nel racconto. E’ come se i personaggi stessi si spogliassero di fronte ai lettori, in uno slancio da Opera all’Italiana, con gli attori cantanti che fanno ammenda al pubblico, enunciando la morale della vicenda. Ma qui non c’è un’etica dimostrata, c’è il dato storico, c’è la sorpresa di (ri-)scoprire il dato storico in coerenza con l’intera narrazione; i personaggi ritornano in maniera conturbante, sconvolgente, a strapparti dalla tua propria condizione di lettore, facendoti diventare allo stesso tempo osservatore e demiurgo di quelle vicende. E’ come se Wu Ming ti stesse dicendo: “la Storia e questa, puoi crederci oppure no, la scelta è tua, hai vie infinite d’interpretazione”.

Il web una possibilità di narrazione collettiva?
Le briglie del potere non reggono. Ma la strada da battere per giungere a una liberazione dal capitalismo tossico, almeno nelle forme artistiche che esso avviluppa, è ancora zeppa di zolle. Sicuramente queste righe che incespicano nella loro insufficienza, nella loro incompletezza, tentando di chiosare qualcosa che non è solo un libro in senso stretto, con un intreccio e uno scioglimento, non saranno d’aiuto, ma magari potranno formare un altro tassello. Un tassello ad unirsi nel processo spettacolare (non si colga come aggettivo) che ha visto il web popolarsi di pratiche interattive, interventi di varia natura, fotografie, origami addirittua, ad arricchire l’essenza estetica del romanzo, a farsi strumento critico celato dalla giocosità del partecipare a un nuovo livello di canalizzazione del racconto.

Sopravvivere alle controrivoluzioni
In conclusione pare proprio che questa piattaforma politica, quella del raccontare nuove storie ad ogni costo, in questi tempi di desertificazione del reale debba essere assunta soggettivamente e collettivamente. Tutto ciò per fornire un campo di azione resistente per tutti e tutte coloro che vogliono sopravvivere alle controrivoluzioni d’ogni tempo e luogo. Per rivoltare l’egemonia delle immagini televisive, multimediali, che con la loro tossicità e facilità di trasmissione e assunzione, incarnano una chimera fatale per lo sviluppo di un pensiero che sia veramente critico e militante. Per costruire una mitopoiesi che, come auspica Citton nel suo volume “mitocrazia”, possa essere veramente di sinistra, scevra da quelle mitologie ipocrite, banali e banalizzatrici, che forniscono il corredo a quella élite politicamente non identificabile che popola i principali canali di alfabetizzazione e indottrinamento.
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