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La scuola è una «grande» opera
Per chi suona la campanella. La «sorpresa» di Renzi-Giannini non può calcare le orme delle troppe «rivoluzioni» fallite negli ultimi decenni. Investire nell’istruzione, non solo «riformarla», è la chiave del futuro

Sono con­vinta che le poli­ti­che dell’istruzione non pos­sano essere sle­gate da un pro­getto di svi­luppo eco­no­mico, cul­tu­rale e civile com­ples­sivo del paese, da una rifles­sione sui modelli cul­tu­rali, sulle forme odierne di pro­du­zione e dif­fu­sione del sapere, sulla neces­sità di intro­durre nella scuola sapere tec­no­lo­gico — che è rifles­sione pra­tica e teo­rica sugli stru­menti tec­no­lo­gici, esplo­ra­zione di un modello pos­si­bile di cono­scenza -, sul fatto che la scuola debba diven­tare sem­pre di più una fine­stra aperta sul mondo (del lavoro e non solo).

SCUOLA E PAESE DESTINI INCROCIATI

Insomma che esse deb­bano fon­darsi su una idea di società e su un’idea di futuro, pro­prio per­ché una riforma del «sistema scuola» pro­duce i suoi effetti in tempi lun­ghi. Altri­menti ci si affi­derà di volta in volta alla tro­vata pro­po­sta come geniale e sal­vi­fica, che poi risul­terà insieme pre­ten­ziosa quanto inef­fi­cace, sem­pli­ce­mente inu­tile: dai tablet, al regi­stro elet­tro­nico, (e la banda larga?), alle ridi­cole «tre i», alle pre­oc­cu­panti recenti pro­po­ste di ridu­zione dell’ultimo anno delle supe­riori (senza alcuna moti­va­zione cul­tu­rale e didattica).

In que­sti ultimi anni la scuola, e in qual­che modo anche l’università, hanno sof­ferto di disat­ten­zione sociale e cul­tu­rale. E se il «sistema scuola» ha retto, nono­stante tutto, lo si deve a quel popolo affa­ti­cato ma indo­mito di inse­gnanti, stu­denti, diri­genti, che con­ti­nua a lavo­rare con pas­sione, insomma a «cre­derci» , nono­stante il vuoto pneu­ma­tico che lo circonda.

Per­ciò tremo quando sento par­lare di «rivo­lu­zioni» in arrivo e mi auguro che la mini­stra Gian­nini abbia accen­tuato, all’ultimo mee­ting di Rimini, i carat­teri neo­li­be­ri­sti della pro­po­sta sulla scuola, forse spinta dal genius loci. Per­ché se tutto si ridu­cesse alla vec­chia e ricor­rente pro­po­sta — chi ricorda Leti­zia Moratti? — «meri­to­cra­zia e aper­tura ai pri­vati», come tito­lava ieri l’altro la Repub­blica, dav­vero non avremmo affron­tato nes­suno dei pro­blemi veri della scuola. E soprat­tutto ver­remmo meno a quel det­tato costi­tu­zio­nale che affida alla Repub­blica il com­pito di garan­tire diritti e libertà anche e soprat­tutto su que­sto terreno.

Mi chiedo anche per­ché in que­sto paese riforme, o cam­bia­menti del «sistema scuola» — un mondo che coin­volge circa 10 milioni di per­sone — devono sem­pre essere calati dall’alto e con la logica del «vi stu­pi­remo con effetti spe­ciali». Pos­si­bile che non si possa fare un’ ana­lisi (che non deve ovvia­mente durare anni) dei punti di forza e di debo­lezza del sistema, magari ascol­tando i diretti pro­ta­go­ni­sti — in Fran­cia lo hanno fatto alcuni anni fa — per inter­ve­nire con mag­giore efficacia?

CHE SUC­CE­DERÀ IL 29 AGOSTO?

Nelle anti­ci­pa­zioni gior­na­li­sti­che di que­sti giorni alcune cose con­vin­cono: l’eliminazione del pre­ca­riato (penso che vogliano dire que­sto Gian­nini e Renzi quando par­lano di eli­mi­na­zione delle sup­plenze e lasciano intra­ve­dere l’inizio della sta­bi­liz­za­zione dei pre­cari) e la crea­zione di un «orga­nico fun­zio­nale», sup­porto neces­sa­rio e indi­spen­sa­bile per una vera auto­no­mia sco­la­stica: quella quota di inse­gnanti che pos­sono fare sup­plenze o sup­por­tare l’attività didat­tica per raf­for­zarla o arric­chirla. Per­ché le scuole siano in grado di affron­tare insieme il disa­gio e l’eccellenza. E per­ché la con­ti­nuità didat­tica torni ad essere la regola e non l’eccezione.
Ma que­sto vuol dire inve­stire seria­mente sugli inse­gnanti, tro­vare le risorse. Quelle che ad esem­pio il Mini­stero dell’Economia ha negato per la vicenda degli inse­gnanti eso­dati («quota 96»).

E ancora meglio se que­sto volesse dire che la sta­bi­liz­za­zione degli inse­gnanti pre­cari deve avve­nire su tutti i posti vacanti e dispo­ni­bili ( cosa che non è stata fatta negli ultimi anni). È dimo­strato tra l’altro che sta­bi­liz­zare i pre­cari non avrebbe costi molto supe­riori rispetto al man­te­nerli pre­cari, licen­zian­doli e giu­gno e rias­su­men­doli a settembre.

Ma anche per que­sto ci vuole un inve­sti­mento serio e una poli­tica meno con­trad­dit­to­ria e ondi­vaga come quella degli ultimi anni sia per il reclu­ta­mento, (ripri­stino dei con­corsi dopo aver chiuso le scuole di spe­cia­liz­za­zione e crea­zione del tiro­ci­nio for­ma­tivo attivo che ne è la brutta copia), sia per la for­ma­zione in ser­vi­zio che, curio­sa­mente, non esi­ste più da anni in un mestiere che richiede, soprat­tutto oggi, una for­ma­zione e un aggior­na­mento continui.

Infine, la valu­ta­zione. Ben venga se serve a moni­to­rare il sistema, ad indi­care i punti di sof­fe­renza e quelli di forza. Ma non se, come spesso capita, viene bran­dita come un’arma per distin­guere i buoni dai cat­tivi e ten­tare di intro­durre nuove dif­fe­ren­zia­zioni sala­riali, ma sem­pre al ribasso. Mi pare vadano in que­sta logica le ultime pro­po­ste sulla car­riera degli inse­gnanti. Vec­chio man­tra che non risolve il pro­blema della qua­lità del sistema. Men­tre, e anche que­sto è dimo­strato, le scuole che hanno migliori risul­tati sono quelle in cui fun­ziona la coo­pe­ra­zione e il lavoro collettivo.

LA NECES­SITÀ DEL CAMBIAMENTO

È inne­ga­bile: il «sistema scuola» in Ita­lia ha biso­gno di cam­bia­menti pro­fondi. E per­ciò occorre met­tere a fon­da­mento di ogni pro­po­sta l’idea che l’istruzione non è un costo ma un inve­sti­mento deci­sivo e lun­gi­mi­rante. Infine, ogni pro­fonda e seria pro­po­sta di cam­bia­mento non può essere fatta a colpi di decreto, ma deve nascere dall’incontro e dal con­fronto tra tutte quelle risorse e quelle intel­li­genze che sono patri­mo­nio della scuola ita­liana, inse­gnanti e stu­denti in primo luogo. Negli anni ’90 l’allora mini­stro Mat­ta­rella con­vocò gli «Stati gene­rali della scuola» e la stessa Moratti tentò qual­cosa di ana­logo prima di pre­sen­tare la sua riforma.

Met­te­rei da parte l’idea di grandi e pic­cole inge­gne­rie isti­tu­zio­nali (anni in più o in meno) a van­tag­gio di leggi di prin­ci­pio, che garan­ti­scano il carat­tere nazio­nale e uni­ta­rio del sistema, anche alla luce delle norme costi­tu­zio­nali sull’autonomia e ruolo degli enti locali. Riflet­tendo anche sulla pro­po­sta di modi­fi­che al titolo V della Costi­tu­zione nella con­vin­zione che, come dice Bene­detto Ver­tec­chi ne La scuola disfatta: «L’educazione sco­la­stica costi­tui­sce un fat­tore posi­tivo nella sto­ria dei popoli quando si fonda sul pre­sup­po­sto uto­pi­stico che sia pos­si­bile rea­liz­zare ciò che non è».

Oggi c’è biso­gno di più scuola, di più sapere per tutte e tutti. Per navi­gare e non nau­fra­gare in soli­tu­dine nel mare di infor­ma­zioni a cui ognuna e ognuno può acce­dere. Dob­biamo dav­vero ras­se­gnarci a pen­sare che la scuola sia un luogo da attra­ver­sare sbri­ga­ti­va­mente, un po’ di inglese, un po’ di infor­ma­tica, l’Università un esa­mi­fi­cio. Oppure si tratta di garan­tire quella coscienza cri­tica e quella capa­cità di appren­dere e di orien­tarsi nel mondo, e soprat­tutto di aggior­nare le pro­prie cono­scenze nel corso della pro­pria vita, indi­spen­sa­bili per evi­tare esclu­sione e mar­gi­na­liz­za­zione? Non è pos­si­bile che si con­ti­nuino a pian­gere lacrime di coc­co­drillo sulla dimi­nu­zione delle imma­tri­co­la­zioni all’Università, e non si fac­cia una rifles­sione molto ma molto seria sul numero chiuso e sulla neces­sità di aumen­tare le risorse per il diritto allo studio.

Per­ché dob­biamo far cre­scere il numero dei lau­reati, non rin­chiu­derci nel for­tino delle «5 migliori università».

CAM­BIARE VERSO SI PUÒ

E allora dob­biamo dav­vero «cam­biar verso». Per­ché le poli­ti­che sco­la­sti­che degli ultimi, ormai decenni, sono state tutte all’insegna della ridu­zione e del rispar­mio. Una scuola minima che non ha risorse per tutte e tutti e che fini­sce con l’essere, come diceva don Milani, un ospe­dale che cura i sani ed espelle i malati.

Rico­min­ciamo allora a par­lare di gene­ra­liz­za­zione della scuola dell’infanzia – è in quella fascia di età che si pos­sono supe­rare i gap cul­tu­rali di par­tenza tra bam­bine e bam­bini ed è esten­dendo la scuola dell’infanzia sta­tale che si pos­sono garan­tire uguali diritti a bam­bine e bam­bini su tutto il ter­ri­to­rio nazionale.

E cer­chiamo di ripa­rare i danni che la cosid­detta «riforma Gel­mini» ha pro­vo­cato nella scuola ele­men­tare — sem­pre nella logica del rispar­mio — scom­pa­gi­nando un modello con­so­li­dato, otti­ma­mente valu­tato nelle clas­si­fi­che inter­na­zio­nali, quello del team di inse­gnanti, e lasciando l’organizzazione didat­tica al caso e alla buona volontà degli insegnanti.

Ripren­diamo a par­lare di con­ti­nuità cur­ri­co­lare fra scuola ele­men­tare e scuola media, di pari qua­lità dei per­corsi della secon­da­ria. Di inter­venti per con­tra­stare la disper­sione sco­la­stica, anche a par­tire dalla con­sa­pe­vo­lezza che i paesi che meglio stanno resi­stendo alla crisi sono quelli che sul ter­reno della for­ma­zione hanno allar­gato la pla­tea degli aventi diritto.

In Puglia, ad esem­pio, il pro­getto «Diritti a scuola» rea­liz­zato dalla Regione per con­tra­stare la disper­sione ha otte­nuto ottimi risul­tati, cer­ti­fi­cati anche dalle rile­va­zioni Ocse Pisa. Sem­pli­ce­mente facendo lavo­rare nella scuola gio­vani pre­cari in fun­zione di sup­porto — circa 6.500 in 4 anni — aumen­tando il tempo scuola per bam­bini e ragazzi e impe­gnando signi­fi­ca­tive risorse. Di misure sem­plici per garan­tire momenti di ascolto e di soste­gno per stu­denti e fami­glie, come gli spor­telli psi­co­lo­gici finan­ziati da molti enti locali.

Ripren­diamo il ragio­na­mento sull’aumento dell’obbligo sco­la­stico fino a diciotto anni, sul nodo della qua­lità e dell’efficacia dei per­corsi di qua­li­fica trien­nale, sulla crea­zione di un vero e pro­prio sistema di for­ma­zione degli adulti. Par­liamo di un rap­porto serio e signi­fi­ca­tivo tra scuola e mondo del lavoro, a par­tire dalla con­vin­zione che è il sapere a pro­durre van­tag­gio eco­no­mico, sociale e civile e dalla capa­cità di creare col­le­ga­menti e siner­gie tra istru­zione, for­ma­zione e lavoro , anche e soprat­tutto attra­verso incen­tivi alla ricerca e all’innovazione rivolti alle imprese. Per­ché chi più innova, più crea lavoro.

E soprat­tutto eli­mi­niamo il pre­ca­riato e rico­no­sciamo alle e agli inse­gnanti il valore della loro fun­zione. «Paga­teli come mini­stri», scrisse anni fa Nata­lia Gin­sburg su Repub­blica.

Per fare tutto que­sto deve essere com­piuta una scelta decisa sulla desti­na­zione delle risorse pub­bli­che. Mi pare che sulle mace­rie degli ultimi anni, anche in que­sto campo, si debba aspi­rare ad una vera tra­sfor­ma­zione, in una linea di decisa discontinuità.

Ci vogliono risorse straor­di­na­rie. La scuola è «una grande opera».

* Asses­sora scuola, uni­ver­sità, for­ma­zione pro­fes­sio­nale e diritto allo stu­dio della regione Puglia

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