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"Corpi Neri. Gramsci e il jazz". La musica come sismografo dei conflitti
"...le parole musicate si ricordano di più e formano come delle matrici in cui il pensiero prende una forma nel suo fluire". Ed è in adesione a questa verità straordinariamente semplice ed efficace che segnaliamo il libro " Corpi Neri. Gramsci e il jazz" di Francesco Rubino*, (Classi Edizioni) un viaggio attraverso l' Etica, estetica e politica della Black Music alle sue origini.
" Africa, ritmo, politicizzazione, culturalismo, varietà stilistica, recupero critico della tradizione, coincidenza di rivoluzione estetica e libertarismo politico, radicalizzazione dei modelli simbolici, apertura progressiva ma rapida e "urgente" della dimensione immaginaria(...)", tutto questo e molto altro ancora è il jazz e la Black Music viste (sentite!) dall'autore che, con una non usuale interferenza politico-letteraria ripercorre a ritroso il '900 per un ritorno alle origini e riparte da Gramsci, ritrovando in una delle lettere dal carcere alla cognata Tania una considerazione profonda sul jazz.

All' autore sembra una profezia: il percorso sincopato del jazz, dal secolo scorso fino ai nostri giorni, segna, come un sismografo, i sommovimenti politici, sociali e culturali delle classi da cui nasceva o si andava radicando. Dal jazz- band delle origini acquartierato in Francia -"la prima molecola di una nuova civiltà eurafricana" (!)scriveva Gramsci - al jazz italiano degli anni ' 60 alla Fusion dei decenni successivi, Francesco Rubino rilegge le vicende umane e culturali di gruppi e personaggi di quella scena musicale , che è poi la nostra.

"Le tragedie esemplari che puntellavano la leggenda del rock ( da Brian Jones a Janis Joplin, da Nike Drake a Jim Morrison, da Jimi Hendrix a Ian Curtis, da Tim a Jeff Buckley, fino a John Lennon, e per non citare che i casi più noti) sembravano impegnare più d'una generazione alla rabbia e al riscatto, prima ancora che alla rivoluzione o all'insurrezione. E, in questa testimonianza e in questo compito esemplare (che giovani spesso fragili e poco socializzati si assumevano con un impeto encomiabile) è possibile rileggere la vicenda umana e culturale di Billie Holiday, Bessie Smith, Charlie Parker, Fats Navarro, Clifford Brown, John Coltrane, e dei tanti altri che si schiantarono (anche letteralmente) contro la potenza dell'establishment e dei suoi strumenti politico-culturali, tra i quali la droga e gli imperativi del successo erano forse i più temibili".

Nella parte conclusiva e per certi versi sorprendente, con un capitolo che passa in rassegna gli anni '90, le sue miserie e tragiche pochezze, l'autore torna a Gramsci: (...)"nonostante la proliferazione di gruppi che si definiscono di avanguardia stilistica, sembra essersi avverata la profezia gramsciana per cui anche il jazz esprimeva una pericolosa tendenza al disimpegno e all'evasione", senza dimenticare i tentativi del mainstream della musica soprattutto americana di mantenere una posizione critica, e con un riconoscente omaggio al grunge, ai Nirvana e al "sacrificio" di Kurt Cobaine.

Per finire, un paio di interrogativi. Intrigante il primo: " Quale espressione musicale autenticamente ed effettivamente, o, almeno astrattamente e potenzialmente, in teoria, antagonista può nascere da questo contesto politico-culturale?".
Obbligatorio il secondo: "Quali figure autoriali indipendenti possono emergere?"

*Francesco Rubino (Trapani, 1971), psicanalista e giurista, insegna Istituzioni politiche a Parigi
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