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"Basta con la chiusura delle sale cinema e i cambi di uso. Serve una legge dello Stato per arginare lo scempio". Intervento di Stefania Brai
Ancora una sala cinematografica di Roma che chiude. L’Alcazar è una sala storica, non solo per i suoi 28 anni di vita, non solo perché era una delle due ultime “monosale” rimaste nella capitale, ma perché era un punto di riferimento culturale per il cinema italiano ed europeo. Chiude perché è diventato insostenibile il costo di 50.000 euro l’anno, chiude perché non si ritiene da parte del Comune di Roma che 50.000 euro l’anno siano un investimento “utile” per la città, per la cultura, per i giovani, per il tanto amato e declamato “sviluppo”.

Negli ultimi dieci anni hanno chiuso in Italia 1.150 sale cinematografiche, 45 solo a Roma. Quasi tutte sistematicamente trasformate in negozi, banche, centri commerciali. Così come chiudono i teatri (persino i grandi teatri stabili privati senza i finanziamenti pubblici non riescono a “stare sul mercato”), chiudono le imprese di produzione teatrale e si sciolgono le compagnie. Chiudono le biblioteche e le librerie; vengono sgombrati i centri sociali e i luoghi collettivi di “integrazione”, di produzione e fruizione culturale, di creazione di “comunità”.

E ancora una volta si è costretti a fare appelli al ministro dei “beni e delle attività” culturali, al sindaco di turno o in questo caso al commissario di Roma. Ancora una volta si è costretti a chiedere la clemenza a chi in realtà è la causa di questo genocidio.

Con questo genocidio non si uccidono solo i “luoghi” ma la stessa produzione culturale. Questo governo sta portando a termine un’operazione politica e culturale – iniziata dai governi Berlusconi - di portata “strategica”: distruggere quella “diversità delle espressioni culturali” che una Convenzione dell’Unesco ha ritenuto di dover proteggere e promuovere nel mondo proprio per impedire che la cultura venisse considerata “merce” e come tale lasciata ai meccanismi del mercato. Perché quando è così, il mercato, con le sue “logiche”, di fatto seleziona l’offerta e costruisce una domanda sempre più orientate verso una monocultura egemonica incardinata nei valori oggi dominanti dell’individualismo e rappresentativi degli statuti sociali consolidati. E allora non servono più né le monosale, né le biblioteche, né le librerie, né i centri sociali. Ogni “prodotto” – anche quello culturale, se così è lecito chiamarlo - ha bisogno di una sua catena di distribuzione e dei punti vendita giusti.

Questo governo e questo ministro stanno puntando tutto sullo smantellamento dei diritti (e la cultura per noi è un diritto), sulla loro sostituzione con “regali e mance” da distribuire a discrezione del “principe” e sulla teorizzazione del “mecenatismo”, per quello che riguarda la cultura (cioè sulla privatizzazione dei diritti).

Il bonus di 500 euro concesso da Renzi ai diciottenni da spendere in attività culturali non solo è pura propaganda elettorale (i diciottenni saranno i nuovi “votanti” alle prossime amministrative) ma rischia di essere anche inutile. Perché nel frattempo i veri luoghi della cultura stanno chiudendo.

I 300 milioni complessivi di questo regalo elettorale equivalgono quasi all’intero Fondo unico per lo spettacolo – 406 milioni per il 2015 – cioè al finanziamento pubblico di tutte le attività della produzione, distribuzione, fruizione e promozione della cultura: dal cinema al teatro, dalle fondazioni lirico-sinfoniche alla musica e alla danza, dai circhi alle istituzioni culturali pubbliche, dalla Biennale di Venezia all’associazionismo e alla promozione all’estero.

Insieme agli altri 500 milioni stanziati per le periferie delle città metropolitane sotto lo slogan “la cultura contro il terrorismo”, questi 300 milioni dovrebbero essere invece parte di un intervento strutturale pubblico per mantenere in vita i luoghi di produzione e di fruizione della cultura nel nostro paese, per sostenere le mille attività e produzioni di quel mondo immenso e diffuso che tutti i giorni e su tutto il territorio col suo lavoro creativo ed artistico contribuisce a far crescere i saperi e la conoscenza, a combattere la passivizzazione e la solitudine.

Non servono regali e mance. Non si risolve nessun problema se il ministro o il commissario di Roma concedono la grazia di salvare l’Alcazar oggi, perché domani od oggi stesso sarà un altro luogo, un altro Alcazar a morire.

Serve intanto e subito una legge dello Stato che impedisca il cambio di destinazione d’uso di tutti – tutti - i luoghi della cultura. E già un problema sarebbe risolto. Serve una politica nazionale antitrust che impedisca per esempio che a Roma il circuito delle sale sia in mano a due soli soggetti o che una sola pellicola possa invadere il circuito nazionale occupando più di 1.500 sale.

Serve mettere fine agli interventi occasionali e alle “notti” di qualsiasi colore, servono politiche economiche che consentano ai giovani e a chi ha basso reddito di accedere ad una sala cinematografica, ad un concerto, ad uno spettacolo teatrale, ad un museo, alla lettura dei libri. Serve portare la produzione culturale nelle scuole e le scuole nei luoghi di produzione culturale.

Serve un enorme investimento pubblico per garantire la possibilità di una produzione libera ed indipendente e per rendere reale (cioè per tutti, cioè gratuito) il diritto allo studio, alla formazione e il diritto alla produzione e alla fruizione della cultura.

C’è bisogno di un progetto ambizioso e impegnativo sulla cultura perché, come scrisse ormai tanti anni fa Bernardo Bertolucci, “si possa vedere un film che non esiste, leggere un libro che ancora non è stato scritto”.

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