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"Antiduhring e Bernstein debatte". Intervento di Franco Astengo
Negli anni tra il 1868 e il 1875 il libero docente berlinese Eugen Dühring divenne il predicatore di un socialismo vago, piccolo-borghese e pseudoscientifico e per contrastare la sua crescente influenza Engels scrisse quello che poi venne chiamato l'Anti-Dühring e che rappresenta un momento essenziale della battaglia ideologica e politica che si svolse negli anni settanta in seno al partito socialdemocratico e al movimento operaio tedesco.

Il “Bernstein debatt”e nasce dall’avanzamento di un processo storico e da atteggiamento teorico di revisione dei fondamenti della concezione ideologica del marxismo. Il rappresentante più autorevole fu il tedesco Eduard Bernstein (1850-1932), che, procedendo dalla constatazione che le previsioni marxiane riguardo all'inasprimento della lotta di classe e alla proletarizzazione dei ceti medi non si erano realizzate, negò l'imminenza di un processo rivoluzionario. Nel 1899, proprio in nome della scientificità politica del marxismo, elaborò alcune tesi secondo cui la prassi politica avrebbe dovuto fondarsi su di una tattica di alleanze con la borghesia democratico - progressista, attraverso pratiche di carattere riformista. Ne seguì un fondamentale dibattito (Bernstein-Debatte) all'interno della socialdemocrazia tedesca e nei principali movimenti socialisti europei.

Sulla base proprio del Bernstein debatte si sviluppò, in seguito, l’eterno confronto tra massimalismo e riformismo, successivamente spostato nei suoi termini concreti e spiazzato dal punto di vista storico dagli avvenimenti della Rivoluzione d’Ottobre e dall’inserirsi nel concreto della vicenda storica del marxismo – leninismo.

Per Lenin la classe operaia era in grado di sviluppare una coscienza soltanto sindacale, che la portava a battersi per obiettivi limitati e concreti che ne miglioravano la condizione sociale e ne spegnevano la spinta rivoluzionaria: la coscienza politica rivoluzionaria (la consapevolezza, cioè, di dover abbattere l'intero sistema capitalistico) poteva venire alla classe operaia soltanto dall'esterno, per opera di un partito di rivoluzionari di professione (il Partito comunista), che la doveva guidare alla conquista del potere. Il nuovo Stato comunista, guidato dal partito attraverso la dittatura del proletariato, avrebbe dovuto assumere la forma di una democrazia di Soviet, ossia di consigli di lavoratori che si autogovernano. Altra dottrina fondamentale del leninismo è la visione dell'imperialismo come fase suprema del capitalismo, che precede il suo crollo.

In questa sede non si ricordano, come è stato fatto poco sopra, questi passaggi teorici fondamentali nella storia della teoria del movimento operaio internazionale per pure vezzo di citazione classica, bensì perché oggi – anche alla luce di una rivisitazione di letture “classiche” – possono assumere un’importanza concreta sulla via di una riattualizzazione di presenze politiche nel vivo dello scontro politico e sociale.

Non a caso ci troviamo di fronte ad un Labour Party che ha ritrovato la via di una leadership di stampo classicamente socialdemocratico.

In quest’occasione non si è però lavorato soltanto per ricostruire un pezzo, sicuramente decisivo, del cammino teorico compiuto nella costruzione della soggettività politica del movimento operaio in Europa e nel mondo (almeno laddove al tempo si ritrovava una situazione industriale moderna e in avanzamento sul piano tecnico – scientifico).

L’antefatto del ragionamento che si intende sostenere in questa sede risale quindi a un’iniziativa meritoria assunta dalla casa editrice “La Città del Sole” di Napoli che si è assunta l’onere di pubblicare, in copia anastatica, le opere complete di Marx ed Engels nell’edizione degli Editori Riuniti del 1974.

E’ uscito, in questi giorni, il XXV volume che comprende, appunto, l’Antidùhring e l’edizione critica della “Dialettica della Natura” comprensiva di note e frammenti.

L’edizione è stata integrata con nuovi testi di presentazione e quello relativo all’Antidùhring è stato redatto dal compagno Salvo Distefano.

Distefano nota : “Analizziamo più da vicino il testo di Engels e notiamo subito che, paradossalmente uno dei primi a coglierne l’importanza nella storia del marxismo sarà proprio chi il marxismo l’aveva cominciato a contestare radicalmente: Eduard Bernstein. Il futuro teorico del revisionismo sottolineava il valore del testo di Engels definendolo come un manuale o compendio del socialismo (als Lehrbuch des Sozialismus). Finalmente a suo avviso i socialisti avevano il loro Lehrbuch , un’esposizione completa e sistematica dei principi teorici fondamentali del socialismo scientifico strettamente collegati a tutti i principali aspetti della scienza moderna. Secondo Bernstein, veniva colmata una grande lacuna perché il libro di Engels rispondeva a un bisogno che sussisteva indipendentemente dallo scontro con Dühring, dato che il testo, come detto, “compendiava” tutto ciò che di essenziale vi era nel Manifesto e nel Capitale”.

Come può essere interpretata nel profondo quest’affermazione?

Una lettura possibile e plausibile ci dice che, essendo gli avversari di Engels – in questo testo – i portatori dell’illuminismo e del positivismo affermati naturalmente in chiave “borghese”, Bernstein si collocava all’interno dello stesso campo engelsiano: quello del materialismo dialettico, inteso quale strumento razionale della teoria della lotta di classe.

Bernstein ed Engels appartengono quindi allo stesso campo: un’affermazione che, oggi, trasportata nell’attualità dovrebbe farci riflettere in un’opera di rivisitazione del confronto tra le tre matrici ideali ancora presenti nella sinistra europea: la tradizione di derivazione leninista, quella massimalista “classica” e quella riformista.

Esse costituiscono, e possono costituire, un “campo” avverso a quello che possiamo definire come “positivista” e fintamente illuminista messo in piedi dalla destra anglosassone (oso: da Huntington a Friedman fino a Clinton e Blair, né vaghi, né pseudoscientifici, sia chiaro, ma ottimi lavoratori “pro padroni”) che, attualizzando senza eccessiva forzature, è stato il campo che al momento del crollo del “socialismo reale” ha abbracciato senza mezzi termini l’idea del mercato (e di una governabilità che funzionasse esclusivamente da garante del funzionamento del mercato) intesa quale sola possibile frontiera percorribile per il futuro.

Non siamo nel campo della teoria politica, siamo nel pieno dell’attualità sulla quale riflettere a fondo tra chi proviene da diverse scuole di pensiero e l’idea che 140 anni fa nella polemica “revisionista” di Bernstein l’appartenenza sul piano teorico rimanesse comune con Engels dovrebbe, non solo confortarci, ma insegnarci qualcosa, anzi molto.

Tornando a oggi:siamo stati colti di sorpresa (una sorpresa che dura da vent’anni, in un sonno della ragione che genera mostri) da una forzatura del tutto ideologica alla quale i dirigenti della sinistra europea, di provenienza comunista o socialdemocratica, non hanno saputo reagire se non opportunisticamente.

Rileggere i classici e tornare a discuterne senza prevenzioni, non soltanto come utile esercizio per tener allenata la mente ma per tornare a comprendere appieno sfumature importanti che, dal passato, possono contribuire a formare una piattaforma ideale per costruire il presente e il futuro.

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