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"Fantasia e verità sul caso Moro", Andrea Colombo (manifesto) sul libro di Derive Approdi "Brigate rosse"
Il tempo non è stato galantuomo. A 39 anni di distanza dall’agguato di via Fani e dal sequestro di Aldo Moro la verità, invece di avvicinarsi, si è allontanata, almeno agli occhi dell’opinione diffusa. La verità sul caso Moro è affondata in una palude di coincidenze spacciate per prove, di sospetti sconfinanti nei territori della psicopatologia, di dicerie elevate a fatti.
La vittoria di quella che uno dei più brutti neologismi in circolazione ha battezzato «dietrologia» non consiste tanto nell’aver affermato la sua confusa e sgusciante «verità» quanto nell’aver imposto il proprio terreno di confronto: quello in cui ci si deve misurare sempre su voci e ipotesi fantasmagoriche, sino a che dalla storia dell’organizzazione politica Brigate rosse, del sequestro del leader politico Aldo Moro e del braccio di ferro proseguito per 55 giorni con l’intero establishment politico italiano vengono espunti proprio i due elementi fondamentali, la storia e la politica, sostituititi da una frenetica caccia al mistero.
Almeno per quanto riguarda il versante storico un passo avanti decisivo è segnato dalla pubblicazione di Brigate rosse, (DeriveApprodi, pp. 550, euro 28), di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santelena.

È IL PRIMO VOLUME di una storia delle Br tracciata con gli strumenti propri della ricerca storica. Ne dovrebbero seguire altri due, forse con l’apporto di nuovi o diversi autori, anche se non è escluso che il progetto si riduca solo a un secondo volume.
Clementi, da questo punto di vista, è un pioniere. È stato il primo, nel libro del 2001 La pazzia di Aldo Moro, a cimentarsi da un punto di vista rigorosamente storico con gli scritti di Moro dal carcere del popolo, poi con la Storia delle Brigate rosse, del 2007. Nei dieci anni trascorsi dall’uscita di quel libro, però, si sono aperte molte nuove fonti per la ricerca storica, e i tre autori le hanno esplorate tutte con incredibile minuzia. Pur trattandosi di un libro sulle Br e non sul caso Moro, l’operazione Fritz, come fu definita in codice dai brigatisti stessi, occupa ben 411 pagine su 550.
È UNA SCELTA EDITORIALE che veicola un preciso taglio storico: una costruzione del genere, infatti, mette in prospettiva l’intero percorso delle Br sino a quel momento come progressivo avvicinamento al culmine, rappresentato appunto dalla loro azione più clamorosa.

Inevitabilmente i tre autori sono costretti a confrontarsi con la ricostruzione della verità storica, sfatando molte leggende: dalla insufficiente protezione assicurata dallo Stato al presidente della Dc, alle minacce di cui sarebbe stato oggetto sin dal 1975; dalle diverse versioni offerte dal presunto «super-testimone» Marini alla ormai leggendaria Honda di via Fani.
Ma la parte più interessante riguarda la politica, sia nel senso di esplorare le motivazioni politiche che muovevano le Br sia in quello di esaminare dallo stesso punto di vista le scelte dello Stato e dei partiti.

LA POLITICA, ancora più della Storia, è la grande rimozione nel dibattito pluridecennale sul caso Moro. Da questo punto di vista la «dietrologia» è la prosecuzione con altri mezzi di quella che all’epoca fu definita «linea della fermezza».
Quella linea non significava affatto rifiuto di trattare. Lo Stato era pronto a trattare, però come si faceva d’abitudine con i banditi comuni: senza dirlo e offrendo in cambio della vita dell’ostaggio soldi. Nel caso specifico moltissimi soldi. Fermezza voleva dire negare l’identità politica e non criminale delle Br.
Le fantasie che impazzano da decenni sul caso Moro fanno lo stesso, trascinando tutto sul terreno di un complotto oscuro, nel quale le Br fanno più o meno la figura dei burattini. Proprio la scelta di negare quella identità politica portò come conseguenza inevitabile, almeno nel solco dell’analisi brigatista, all’uccisione dell’ostaggio. Il riconoscimento di quella identità, secondo gli autori, avrebbe avuto conseguenze enormi. Tanto, si direbbe, da giustificarne in pieno il rifiuto da parte dello Stato.
Sia il sequestro che la scelta di uccidere Moro furono decisioni dettate da un’analisi politica che non si può liquidare come «delirante», secondo l’aggettivo più in voga all’epoca.

L’ANALISI della fase del capitalismo contenuta nelle Risoluzioni strategiche del 1975 e del 1978 risulta in effetti tutt’altro che delirante, mentre certamente superficiale è il ruolo che le Br assegnavano alla Dc all’interno di quel processo globale. Si può discutere su alcune delle analisi elaborate dagli autori, come il carattere deflagrante del riconoscimento politico.
Ma fino a che la ricostruzione storica e politica non si snoderà sul terreno posto con questo libro, un momento essenziale della storia repubblicana resterà ridotto a un labirinto di fantasmi.
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