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"La sacralità della cultura e l'insulto della devastazione consumistica della borghesia". Intervento di Paolo Andreozzi
Dice Tomaso Montanari, in "Le pietre e il popolo - Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane" (Minimum Fax, 2013), che personalmente straconsiglio, che un'anziana insegnante, durante un dibattito da lui tenuto sui temi del patrimonio artistico italiano e la sua potente funzione (costituzionalizzata, benché sempre più disattesa) di educazione alla cittadinanza e di innalzamento spirituale, ha emozionato tutte e tutti i presenti raccontando come il padre, contadino mugellano, lei bambina, ogni domenica mattina si mettesse il vestito della festa, caricasse la figliola sul calesse e la portasse non già alla messa bensì agli Uffizi, ricordandole: "Sono tuoi. E sono sacri." Quel padre era un anarchico, nella fattispecie.
Nel capoverso successivo Montanari riporta testualmente le parole del mai abbastanza rimpianto Antonio Tabucchi, su un frangente assolutamente analogo: "Mio zio mi prendeva per mano, e mi faceva camminare nel corridoio del Vasari. Questo è un luogo sacro, mi diceva, ricordatelo bene."

Ancora Tabucchi, sulla forbice abissale tra il corpo dell'Italia (ciò che, visibilmente ancora, secoli e secoli di stratificazione culturale e artistica hanno regalato alla Civiltà) e la sua anima (ciò che sempre più sta occupando i cuori e le menti di chi l'Italia abita e vive): "La quintessenza dell'atteggiamento di un Paese che è stato povero e che all'improvviso è diventato ricco, senza che dell'appartenenza sociale, della borghesia che ha caratterizzato la civiltà europea abbia posseduto la cultura. Ciò che anni fa prevedeva Pasolini: la spaventosa mutazione antropologica rivolta verso un'omologazione del Brutto (inteso nel senso più lato)" (Da "Gli Zingari e il Rinascimento - Vivere da Rom a Firenze", Feltrinelli, 1999)
E per completare la citazione pasoliniana sulla grettezza borghese nostrana: "Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa", egli fa dire a Orson Welles nel magistrale episodio "La ricotta" del film a otto mani "Ro.Go.Pa.G.", 1963.
Ma torniamo al contadino anarchico. "Sono tuoi. E sono sacri", diceva alla figliola portandola tutte le domeniche agli Uffizi.
Ecco, io credo che queste due prescrizioni, entrambe necessarie ma nessuna delle quali sufficiente se isolata, costituiscano insieme l'attitudine, essa sì necessaria e sufficiente, con cui ogni uomo e ogni donna di buona volontà e retto pensiero possano e debbano porsi dinanzi a qualunque cosa.

Mi spiego meglio. Pensando "ciò è mio" di una determinata cosa o valore, persona o entità purchessia, adotterò nei confronti dell'entità un'impostazione di cura della cosa stessa, di responsabilità personale mia nei suoi rispetti, come prescrizioni, appunto, di diligenza derivanti naturalmente dal concetto di proprietà.
(Non v'è chi non veda, credo, come invece la contemporaneità incarni una sorta di coazione, addirittura, proprietaria, vera e propria bandiera del possesso deresponsabilizzato, mondato di ogni obbligo morale verso l'aver cura della cosa, o valore, o persona, o entità, a qualunque titolo e in ogni forma, anche allegorica, posseduti.)
E pensando io, simultaneamente, di una stessa cosa, "ciò è sacro", ecco che integrerò l'impostazione di cui sopra, di cura e responsabilità mie individuali nei suoi confronti, con un'attitudine di rispetto assoluto, che la sacralità impone, di condivisione con chiunque altro dell'entità medesima (se l'entità è sacra per me, devo postulare lo sia per tutti), e di irriducibile indisponibilità della cosa per il mio privato interesse (il contrario, quindi, della concezione proprietaria e mercatista purtroppo invalsa da tempo ovunque: lo spunto di Montanari è la malausanza di monetizzare il patrimonio artistico e culturale italiano affittando, per esempio, gli Uffizi affinché diventino quinta di banchetti, di "quaglie farcite ai porcini con fagioli al fiasco" offerte a popstar, emiri e oligarchi).
Questo è mio, ed è sacro. Sia dunque questo il precetto.
Intendo: questa cosa è mia (benché non lo sia affatto in senso tecnico) e ne avrò cura e responsabilità conseguenti da ciò; questa cosa è sacra (benché nessun culto lo imponga) e non mi azzarderò a disporne per me soltanto, né per il solo qui e ora. Quest'uomo è mio (fratello) ed è sacro, questa donna è mia (sorella) ed è sacra. Questo senziente è mio (affine) ed è sacro. Questo valore è mio (faro) ed è sacro. Questo tempo è mio (irripetibilmente) ed è sacro. Questo spazio è mio (ed è il solo che occupo) ed è sacro.

Occorre per forza esser contadini anarchici per capirlo, e viverlo? Credo di no.
Essere animisti per esempio aiuta. Come i Nativi Pellerossa nei rispetti del proprio ecosistema, trattato invece come mera proprietà (loro stessi compresi) dall'Uomo Bianco subentrato ad essi con la violenza delle armi e del capitale. O come i Maori neozelandesi che, notizia recentissima, hanno ottenuto anche in forma giuridica che il loro fiume sacro Whanganui, 145 chilometri d'acqua, venisse infine considerato un'entità vivente, con tutti i diritti da ciò derivanti; "abbiamo sempre creduto che il fiume sia un insieme indivisibile e vivente con tutti i suoi elementi fisici e spirituali, dalle montagne del centro dell'Isola del Nord fino al mare", dice il portavoce dei Maori. Whanganui è mio ed è sacro, pensa ogni nativo e ripete ai suoi figli se ne ha; e ora la legge lo conferma.
Anche essere cristiani aiuta. Ma cristiani speciali, come Francesco d'Assisi. Quando poetando nel primo italiano della storia scrive "messor lo frate sole, e sora luna e le stelle, e frate vento e sor'aqua e frate focu, e sora nostra matre terra, e sora nostra morte corporale", perfino. Tutto è fratello e tutto è sorella, tutto è mio (in questo specifico senso) e tutto è sacro (derivando dalla fonte stessa della sacralità: la creazione).
E pure essere comunisti aiuta. Comunisti umanisti, beniteso: eterodossi, eretici addirittura, come Pasolini, come Walter Benjamin quando dice "c'è un'intesa segreta tra le generazioni passate e la nostra. Noi siamo stati attesi sulla Terra.” ("Filosofia della Storia - Tesi II", 1940)
Egli dice in sostanza che il mondo a lui contemporaneo è abitato da una (parte della) Umanità alla quale tutto il passato guarda con la speranza, e fondata aspettativa, che porti a compimento il cammino di emancipazione della Civiltà tutta (emancipazione dallo sfruttamento, della violenza, dalla paura, dall'alienazione), e avvii quello ancor più complesso di liberazione della Specie, delle Specie, della Vita in generale (liberazione dalla sofferenza). E' una concettualizzazione della lotta di classe che introduce elementi messianici nel Materialismo Storico e Dialettico.

E oggi, credo io, che nella nostra società defraudata ampiamente di ogni aspetto spirituale (salvo il sopravvivere, e anzi l'alimentarsi da parte del Potere, del marketing delle superstizioni) la tesi di Benjamin può far sorridere, tuttavia penso che se la traduciamo nel modo più semplice e diretto possibile, come quell'"I care" ("ne ho cura, mi riguarda") di Lorenzo Milani, altro cristiano speciale, essa possa essere una risposta anche a tanto del vuoto esistenziale che attanaglia le menti e i cuori di troppe e troppi di noi, umani pur di buona volontà e retto pensiero.
Anche senza scomodare, sto dicendo, l'imperativo sociopolitico all'azione di battaglia collettiva purchessìa. Quella è un di più; fausta e benedetta, ovviamente.
"Questo è mio, ed è sacro". Imperativo interiore usato e vissuto il più possibile.
Strumento di lotta per la Civiltà. Ma pure, sto suggerendo, balsamo per l'Anima.
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