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"Scuotere l'albero dalle radici", Noterelle sulla raccolta di poesie "Semiotica del Male", di Flaminia Cruciani
Scuotere l’albero dalle radici. E’ un po’ questo il segno dell’opera di Flaminia Cruciani. Prendendo in prestito il felice suggerimento di Roberto Piperno, Flaminia Cruciani è una poeta: giovane e fortemente motivata. E’ grazie a questo che riesce a “scuotere”: il lettore, innanzitutto; la comunità dei poeti, che sta attraversando una fase di rinvigorimento, i critici e tutti quegli “addetti ai lavori” che hanno avuto voglia di seguirla in questa “Semiotica del male” (Campanotto editore). Sinteticamente, una discesa agli inferi della condizione umana, sia collettiva che personale. E questo per molti motivi.

Innanzitutto, perché è proprio il compito che il tempo presente, così smarrito e incartato nella banalità dei mali, richiede alla poesia, e che soprattutto le poete sembrano volerlo assolvere con risultati molto lusinghieri; e poi perché Cruciani mostra un coraggio fuori dal comune. E il coraggio oggi è un bene da tutelare. Altri, e altre, potrebbero qui usare il termine di sensibilità, ma a chi scrive sembra proprio che, forse anche un po’ per il mestiere che Cruciani svolge, quello di archeologa, ci voglia coraggio per “guardare in faccia” quello che viene via via disseppellito dal profondo e, come sembra da qualche passo delle sue poesie, dall'ignoto. Fino al momento clou, quel profondo lo si è solo intravisto, tastato, intuito. Il clou è l’appalesamento. E la poesia è esattamente il pretesto maieutico che, a tutto tondo, consente l’operazione.

Qualcuno, tra i massmediologici, sistemisti di reti, sociologi variamente declinati, considerano la poesia solo un codice tra gli altri. Leggendo l'opera di Cruciani ci si accorge non solo che non è così, ma che solo la poesia è in grado, ancora più di prima, di “autoenunciarsi”. Aggiungo poi che, in questa particolare fase storica, sono gli altri linguaggi ad essere stati trasformati in codici veri e propri dalla forza del potere, che vuole costringerli a “dire qualcosa” azzerando in un sol colpo l’incantevole ambiguità che gli appartiene. E’ qui che politica, letteratura, religione mostrano il loro lato debole, quel rischio di diventare “statue di sale” se solo fanno il gesto di prostarsi allo status quo.

La poesia, è questo il senso ultimo del ragionamento, non è costretta a dire niente, invece. Non c’è alcuna corrispondenza biunivoca che leghi il suo essere “codice” al significato che dovrebbe veicolare. Anzi, la poesia è il nulla semiologico per eccellenza! Il punto è che quando riesce “a parlare” è in grado di autosostenersi e autoavvalorarsi. Personalmente credo che questo sia in relazione alla sua natura, e origine, musicale, ma capisco che si potrebbe discutere per secoli. E’ la musica che in varie forme e in circostanze varie sa suscitare con una maestria e una spontaneità fuori dal comune in chi ascolta l'attenzione. La poesia alla fine regge il suo stesso impianto e, contemporaneamente sa comunicarlo, grazie a questa "eredità".

Chi si è cimentato con il “pensiero breve” e i risvolti sempre sorprendenti degli aforismi, sa benissimo che nel gioco per forza di cose rarefatto tra segno e significato se non entra in ballo la “risonanza” tra le parole non c’è alcuna possibilità di suscitare alcunché.
E solo attraverso l’autoaffermazione” è possibile una operazione così profonda come quella rintracciabile nelle poesie di Flaminia Cruciani. L’uomo sembra essere tornato a pensare usando i quattro legnetti, con corredo di spille e bottoni usati, che gli sono rimasti a disposizione dopo il gelo nucleare. In "Semiotica del male" la nota più ricorrente è l'asserzione, al limite della sferzata, il disvelamento. Niente lenizioni, rispecchiamenti, naturalismi, malinconie, metamorfizzazioni emozional-egoidi. Finalmente!

Una poesia, quella di Flaminia Cruciani che allude alla collocazione metafisica del male, cavalcata con le sole spoglie umane (ridotte ormai a legnetti, spille e bottoni) e quindi a maggior ragione autentica e priva di fronzoli filosofici e, via via degradando, del “buon senso”. Una poesia non delle emozioni ma delle riflessioni, dopo lo scuotimento, in cui al lettore non rimane altro che il ruolo del fiancheggiamento, della partecipazione a fianco all’autore, in questa discesa agli inferi. Nelle intenzioni è una discesa “senza ritorno”, perché così deve essere in questo tempo: insegna dantesca non tanto per invogliare/spaventare il lettore quanto per tarare il ritmo e collocare nella giusta dimensione il lessico, solo apparentemente simbolico. Nella realtà è la percezione netta, e diretta, che dentro di noi i mondi spinoziani di cui qualcuno ogni tanto vaneggia, ci sono sul serio. E servono anche a qualcosa. Non bisogna precludersi niente, quindi. Se non la stanchezza dei propri limiti. E questo è il momento gpiù adatto per farlo.

Ah giusto! Il male. Cruciani, ovviamente, non propone/dispone alcuna morale. Ci offre, meglio ancora, di stare al suo fianco in questo viaggio nella certezza incrollabile, questo sì, che “l’altro” non è una notazione lessicale ma un’esperienza concreta-vitale, consustanziale, come direbbero i filosofi, al perno del senso cosmico, e quindi umano. L'unico perno possibile, che sottrae l’io alla irrimediabile e catastrofica solitudine siderale.

Tutto questo lo spiega meglio lei nella chiusa dell’introduzione.
“Se è attraverso il volto dell’altro che il divino si pronuncia, in una parola che è ascolto, e il suo è un suono creatore, il verbo, come ci insegnano le più antiche cosmogonie, il male è tutte quelle volte in cui il divino tace nell’uomo e s’interrompe l’infinito processo sonoro della creazione. Il male dunque è assenza di musica”.

Il male è assenza di poesia, quindi. Quella poesia che sa trarre da sé la forza del verbo grazie alla musica-gemella donata dal poeta. Il programma di Flaminia Cruciani è chiaro - “leccherò l’oscurità fino a esaurirla”, scrive -, anche se, altrettanto onestamente, riconosce “il male necessario”. Il male è necessario, innanzitutto "a capire". E poi ad armarsi della giusta forza per non permettergli il dominio assoluto. Ancora una volta, sta a noi scegliere.

(clicca qui) per leggere una recente intervista a Flaminia Cruciani
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