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Scuola, la debàcle del Bel Paese nell'impietosa analisi dell'Ocse.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha fatto sapere che sul fronte dei soldi investiti per la Conoscenza tra il 2000 e il 2014 c’è stato addirittura un calo di spesa del 9%. Inoltre, nello stesso periodo l'Italia ha dedicato il 4% del suo Pil all'istruzione (contro il 5,2% della media Ocse), con una riduzione del 7%. Come se non bastasse, il nostro Paese registra appena il 18% di laureati, contro il 37% della media nella zona Ocse: il dato più basso dopo quello del Messico. Come “ciliegina sulla torta”, abbiamo pure il record di giovani che non studiano né lavorano.

L’Anief, una delle tante sigle sindacali della scuola, sottolinea che l’Italia è l’unico Paese dell’Ocse che dal 1995 non ha potenziato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria a dispetto di un aumento in media del 62% degli altri. La tendenza al risparmio è storia vecchia: l’Italia già nel 2000 spendeva il 2,8% in meno della sua spesa pubblica rispetto alla media OCSE (Italia 9,8% - Ocse 12,6%). Dieci anni fa, la nostra Penisola era sempre all’ultimo posto.

Secondo Marcello Pacifico (Cisal-Anief) in Italia ci sono province dove più del 40% di giovani abbandona la scuola prima del tempo, "perché si continua a pensare che gli incrementi per la formazione giovanile rappresentano un costo e non un investimento. Addirittura, siamo arrivati ad alzare le barriere nelle Università pubbliche". "Bene ha fatto il Tar del Lazio - continua Pacifico - a bocciare il numero chiuso per le facoltà umanistiche alla Statale di Milano. Ora, invece di accrescere di almeno un punto percentuale la spesa per l’istruzione, come ha da tempo chiesto il sindacato assieme a tutta l’opinione, scopriamo addirittura che la spesa per tutto il ciclo formativo fino all’Università è scesa del 9% in pochi anni". 

“Non finisce qui - sottolinea Francesco Sinopoli, portavoce del sindacato Flc-Cgil - in Italia (5%) e in Turchia (4%), solo una piccola percentuale di studenti ha i genitori laureati e questa percentuale ha una probabilità molto maggiore degli altri di conseguire una laurea, dimostrando in questo modo che il sapere e lo studio ormai non funzionano più come quello che si definiva ‘ascensore sociale’: addirittura in alcune fasce (30-44 anni), la percentuale di laureati senza nemmeno un genitore laureato è inferiore di quasi il 50% rispetto a quelli con almeno un genitore laureato. E sempre condividendo il triste primato con la Turchia, la percentuale di NEET, cioè di giovani che non sono né in un percorso di formazione né alla ricerca di un lavoro, nella fascia 20-24 anni è più del doppio della media OCSE, e in Italia è addirittura in aumento, rispetto invece all’inversione di tendenza turca".

Infine, conclude Sinopoli, "i risultati positivi, che pure ci sono e sono tanti, soprattutto nell'attività quotidiana delle comunità scolastiche, sono da attribuire alla dedizione, all'abnegazione e all’amore, che i docenti italiani e l'intero personale hanno per la scuola, ben poco ripagati dai vari governi che si sono succeduti. Per questo, la ripresa della contrattazione collettiva è determinante a partire dalla necessità di riconoscere il valore del lavoro. Con essa e mediante essa, si tratta di riaffermare finalmente la dignità di centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori del sistema della conoscenza italiano".

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