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L'uscita dall'euro come lotta la capitalismo. Recensione al libro di Domenico Moro "La gabbia dell'euro"
C’è un’etichetta che viene assegnata non appena qualcuno, da una prospettiva di sinistra, riscopre il concetto e il ruolo simbolico della Nazione: “rossobruno”.
L’ultimo libro di Domenico Moro (“La gabbia dell’euro”) è un libro che ragiona, tra le altre cose, sul ruolo che può avere oggi la difesa della nazione e la riscoperta del terreno nazionale come momento centrale della lotta politica. Ma a questo libro non può essere assegnata l’etichetta “rossobruno”. Perché? In primo luogo, perché di “bruno” non c’è nulla. Com’è noto, e come il libro sottolinea, il ruolo della Nazione e perfino della patria è importante nella tradizione della sinistra, anche e forse soprattutto quando la sinistra è riuscita a essere rivoluzionaria. La nascita del concetto moderno di Nazione è da collocare nella rivoluzione francese e nelle rivoluzioni democratiche della prima metà dell’Ottocento. La nazione nasce progressista. Senza la mobilitazione del “popolo” su base nazionale contro potenze pubbliche e private straniere non ci sarebbero state la rivoluzione russa, quella cinese, quella cubana. Più recentemente, non ci sarebbero stati il ciclo della “decada ganada” in America Latina e il socialismo del XXI secolo di Chavez e Morales. Probabilmente, non ci sarebbe stata nemmeno la vittoria di Tsipras in Grecia di quattro anni fa, in buona parte dovuta alla capacità di Syriza di declinare il proprio ruolo nei termini di un’alleanza popolare contro un’oligarchia neo-colonizzatrice (la Troika) e la sua rappresentanza nazionale (il precedente governo), quindi sulla base delle fratture popolare/oligarchico e nazionale/sovranazionale.
Il libro non parla solo di questo. Parla dell’Euro, naturalmente, e del ruolo che ha avuto e ha nello svolgere una funzione di vincolo esterno attraverso cui sono state realizzate facilmente politiche economico-sociali (e una trasformazione in senso governista dei sistemi politici) che la politica nazionale da sola, dovendo fare i conti con il consenso e con le maggioranze sociali, non sarebbe riuscita a realizzare, almeno non così facilmente. L’euro e l’Unione europea si risolvono per Moro essenzialmente in una riduzione, in uno schiacciamento, della sovranità democratica. Per questo, secondo Moro ogni contemporanea opposizione al capitalismo neoliberista (sempre ammesso che il capitalismo sia ancora liberista, nell’epoca dei dazi e della riscoperta delle frontiere da parte dei dominanti) deve cominciare da qui: dalla rivendicazione della sovranità democratica. Una rivendicazione che non può che essere portata avanti da un “popolo”, cioè dall’insieme delle classi popolari, che compongono l’area vasta di soggetti colpiti dalle politiche economiche contemporanee: in pratica, tutti i salariati che non svolgono funzioni dirigenziali, ma anche i piccoli autonomi. L’etichetta sarebbe naturalmente, qui, quella di definire questa alleanza popolare come “populista”: ma anche qui non si coglierebbe nel segno, e Moro ha gioco facile nel ricordare come la costruzione di blocchi sociali vasti faccia parte, anch’essa, della tradizione progressista e della sinistra rivoluzionaria.
Piuttosto, il limite del libro è il limite di tutte le posizioni no-euro: quello di non riuscire a uscire dal cono d’ombra del “salto nel vuoto”. Non a caso, l’uscita dall’euro è tutt’altro che un tema egemonico nella società italiana: le persone lo percepiscono così, come un balzo nell’ignoto, e lo temono. E il libro dedica poche righe ad argomentare la posizione dell’uscita dall’Euro, e soprattutto a declinarne la dimensione concreta e la realizzabilità. Su questo, c’è una debolezza evidente di coloro che lavorano sulla frattura Europa/nazione.
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