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"L’università nella cosiddetta società della conoscenza". Intervento di Alessandra Ciattini
Nonostante tutte le promesse relative al potenziamento dell’educazione superiore e della ricerca – si ricordi, per es., che Grasso nel clima elettorale propose l’università gratuita per tutti – la situazione dei nostri atenei è disastrosa. Cominciamo con qualche dato.

Secondo il nuovo rapporto di Almalaurea le immatricolazioni sono diminuite enormemente fino all’anno accademico 2013-2014 con una lieve ripresa nel 2017-2018. Tuttavia, nonostante ciò negli ultimi 15 anni si sono perse complessivamente 40.000 immatricolazioni, che equivalgono ad una diminuzione del 13% rispetto ai decenni precedenti. Naturalmente molto più sostanziosa è stata la riduzione degli immatricolati nel sud, che arriva fino al 26% (ossia il doppio). Inoltre, risulta che coloro che accedono all’educazione superiore provengono da famiglie solide economicamente e hanno genitori laureati, tanto per sottolineare il carattere sempre più classista dell’università italiana. A ciò bisogna aggiungere che solo il 53,6 degli iscritti riesce a terminare il percorso di studi intrapreso.
Altro aspetto importante è dato dalle difficoltà che incontrano i laureati di primo livello soprattutto e di secondo livello a trovare lavoro; infatti, siamo ancora lontani dal tasso di occupazione registrato negli anni 2008-2014 e gli stipendi dei laureati sono anche sensibilmente diminuiti (clicca qui).

Si ricordi che il famoso 3+2, introdotto dall’arrogante Luigi Berlinguer, era stato creato proprio per favorire il rapido ingresso nel “mercato del lavoro”, e che invece ha significato la trasformazione dell’insegnamento universitario nella trasmissione di nozioni superficiali e confuse, impartite a studenti disorienti provenienti da una scuola altrettanto sfasciata.
Non meno problematica è la situazione relativa al rispetto del diritto allo studio: i tagli alle risorse universitarie hanno fatto sì che spesso i dotati di tutti i requisiti per goderne non possono riceverle; tutto ciò è accompagnato dal degrado delle strutture, dalla mancanza di attrezzature e di laboratori. Da queste politiche di tagli (si tenga presente che il ministro Fioramonti si limiterà a chiedere 500 milioni per l’università finanziati con varie e bislacche tasse) è scaturita la necessità del numero chiuso, che sarà riformato permettendo l’iscrizione a tutti per poi selezionarli ferocemente alla fine del primo anno di corso. Infatti, le università non sono più in grado di preparare tutti quelli che aspirano ad un’educazione universitaria; ragione per cui, per es., ci troviamo senza medici e dobbiamo importarli. Segno di una totale mancanza di programmazione, sulla quale dovrebbe fondarsi la decisione di formare il numero necessario dei professionisti per rispondere ai bisogni della popolazione.

La diminuzione degli studenti corrisponde ad un’analoga riduzione di docenti. Secondo il Sole 24ore, dal 2007 al 2014, si sarebbero persi circa il 30% dei professori ordinari, il 17% degli associati (clicca qui); si prevede che l’emorragia continui (a breve avremo 20 mila docenti strutturati in meno), introducendo sempre più docenti precari nel tessuto universitario, perché meno costosi. Questi ultimi hanno rapporti contrattuali assai diversi con gli atenei, quando non lavorano in nero, con la speranza di “mettere insieme un curriculum” che dovrebbe aprir loro le porte di una professione gratificante. Si calcola che ormai sono più di 50 mila e che in molti casi hanno più di 45 anni; per di più molto probabilmente il 90% di loro sarà espulso dagli atenei.
Come si può comprendere, tutto ciò costituisce uno spreco di risorse: dottori di ricerca che emigrano, potenziali docenti che finiranno con lo svolgere un qualche lavoro precario e sottopagato.

In questo desolato panorama i concorsi a carattere locale, legati all’acquisizione dell’Abilitazione scientifica nazionale, continuano ad essere una mascheratura della cooptazione personale, resa ancora più selettiva dalla scarsità dei posti disponibili.
In questo scenario neoliberale, diffuso a livello mondiale, il governo degli atenei è diventato la governance, saldamente in pugno dei Rettori, circondati da consigli di amministrazione, in cui spiccano privati portatori dei loro interessi privati e che lavorano per piegare la ricerca e l’insegnamento universitario alle esigenze delle loro imprese secondo quel processo definito professionalizzazione dell’università. Il succo di questa trasformazione sta nel fatto che i contribuenti (i lavoratori salariati) pagano le innovazioni tecnologiche, la preparazione di tecnici, di operatori industriali etc. per i detentori di interessi privati.
Inoltre, manca un vero e proprio sistema di autogoverno dell’università – dato che secondo la Costituzione (art. 33) dovrebbe essere autonoma -, giacché il Consiglio nazionale universitario, inesistente e conservatore, si è fatto scavalcare dalla Conferenza dei Rettori (un’organizzazione privata) che opera per portare a termine l’opera di smantellamento del nostro sistema universitario sostituito da università telematiche in mano a forti corporazioni straniere. Nella follia kafkiana, che ha animato i vari governi succedutosi, è stato introdotta anche l’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca, che costituisce di fatto un organo di
commissariamento degli atenei e dell’attività dei docenti, sottoposta a valutazioni formali e ad estenuanti adempimenti burocratici. Quanto ai tagli, essi riguardano da molti anni la quota base, ma sostanziosi interventi avvantaggiano gli atenei considerati “eccellenti”, in genere situati a nord del paese.
Dinanzi a questo drammatico scenario, che mina alle basi la funzione democratica e critica dell’università, l’attuale indefinibile governo sta lavorando su leggi pessime, che riguardano sia il reclutamento, prevedendo senza nessuna logica due modalità diverse di accesso alla carriera universitaria e la “riforma!” del numero chiuso, nel senso in cui si diceva in precedenza. Quello che non entra nella mente di questi personaggi è la necessità di misure straordinarie per l’università e per di più orientate verso il riconoscimento del pieno diritto allo studio e verso la libera ricerca svincolata da ogni scopo di lucro, per risollevarla da quello stato catastrofico in cui essi stessi, con l’appoggio diretto della Confindustria, l’hanno scaraventata.
L’Associazione nazionale docenti universitari, che si batte da anni per un’università di massa e democratica, propone questa piattaforma.

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