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L'atmosfera surreale della ministeriale ginevrina

I negoziati della Wto non decollano, nonostante l'ottimismo di Pascal Lamy. Gli ostacoli sono quelli di sempre: sussidi agricoli, apertura dei mercati alimentari, servizi. E la crisi globale a fare da convitato di pietra ai lavori di un'organizzazione che non trova più senso.

C’è un qualcosa di onirico in questa strana ministeriale ginevrina convocata dalla Wto nella speranza di riattivare la liberalizzazione del commercio mondiale. Sarà l’atmosfera quasi natalizia, sarà che più che un negoziato sembra un pour-parlér, sarà che certe situazioni come il cotone si sono talmente infeltrita che gli speakers dei seminari, come c’era l’Ambasciatore del Benin, per parlare dei non avanzamenti sulla Cotton iniziative partono da Cancun 2003. Sta di fatto che se questa ministeriale vuole essere il termometro dello stato di salute del Doha Round, l’indicazione dovrebbe essere ricovero immediato. E anzi, fine dell’accanimento terapeutico sul corpo dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Le posizioni rimangono sostanzialmente immutate, con un capitolo agricolo «risolto praticamente all’80 per cento», ma che continua ad inciampare sull’annosa questione dei sussidi concessi dai Paesi industrializzati ai loro agricoltori; un capitolo sui beni industriali, il cosiddetto Nama [Non agricultural market access] che si arena sullo scontro sul taglio dei dazi doganali e sul conseguente accesso al mercato; ed uno sui servizi che vede l’India ed altri nuovi emergenti con interessi difensivi che sembrano fortezze.
Ma c’è un grande assente, in questa ministeriale di profilo così basso. La crisi economica e finanziaria che sembra non toccare più di tanto i lavori di queste centinaia di negoziatori arrivati da ogni parte del mondo. Dopotutto, alla domanda di come la Wto intende porsi di fronte alla crisi, un brillante direttore Pascal Lamy ha risposto che il commercio non è causa della crisi, ma al limite ne è vittima. «Rivolgetevi alla speculazione finanziaria», ha risposto, virando a proprio favore la querelle tra economia finanziaria ed economia reale, come se le due cose si potessero ancora separare, nel mondo che proprio la Wto ha contribuito a creare.
Senza però aggiungere che la crisi delle materie prime, soprattutto quelle agricole, che tanti danni ha fatto ai consumatori dei Paesi poveri ed ai piccoli produttori di tutto il pianeta [facendo però le fortune dei grandi esportatori e soprattutto degli speculatori finanziari], si è abbattuta come un macigno su quei Paesi che proprio nella liberalizzazione dei mercati avevano visto una panacea. Grazie ai Piani di aggiustamento strutturale di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale che, certamente, non sono istituzioni collegate direttamente al commercio, ma le cui ricette parlavano esplicitamente di apertura dei mercati intesa come, per esempio, abbattimento dei dazi. Chissà che ne pensano i Governi di quegli stati africani e non solo che si sono trovati ad essere importatori netti di alimenti, vedendo gradualmente smantellare la propria economia locale. E che hanno visto con l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole aumentare le spese per sfamare la propria popolazione.
Dazi che, proprio a causa di un negoziato in via di discussione come il Nama, per i prodotti non alimentari saranno al centro delle dispute per tagli sostanziali e strutturali. Come difendere le piccole aziende appena nate dalla competizione internazionale?
Di onirico, quindi, c’è anche il discorso di Lamy. E la sua convinzione che il commercio in sé e per sé possa essere la cura per un male che viene dalla City di Londra. Ma che si radicalizza a causa degli impatti di un’idea di sviluppo che vede il mercato come motore immobile del benessere di tutti.

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