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GIACCHE' : LA FINANZA E' STATA LA DROGA PER CURARE UN SINTOMO, NON L'ORIGINE DELLA CRISI


fonte ADNKRONOS - All'origine della crisi economica, malgrado la ricorrente tentazione di addossarne la colpa ai banchieri, non c'è la finanza che, lungi dall'essere il problema, è stata solo «un tentativo» di risolverlo. La finanza è stata «la droga» che ha consentito al sistema di non sentire la malattia che si stava sviluppando al suo interno. E la malattia, il problema che sta di fronte al mondo oggi, è la difficoltà di valorizzare adeguatamente il capitale investito, accompagnata da un eccesso di capacità produttiva. Problemi resi ancora più drammatici dalla evidente insostenibilità sul lungo periodo di «un modello di sviluppo basato sull'espansione dei consumi al di là di ogni ragionevolezza». È l'opinione del responsabile Affari Generali della Sator di Matteo Arpe, Vladimiro Giacchè, «un filosofo che lavora in una banca», secondo la definizione che ne ha dato l'amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. Normalista, studi universitari condotti tra Pisa e Bochum e poi incarichi di alto livello nel Mediocredito Centrale e nel gruppo Capitalia, Giacchè è autore di numerosi volumi, tra cui «Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel», «La fabbrica del falso» e il recente «Karl Marx, Il capitalismo e la crisi». Un volume, quest'ultimo, la cui lettura è stata recentemente raccomandata dallo stesso Profumo, «impressionato» dall'attualità di alcune analisi del filosofo di Treviri in ordine alla crisi economica del 1857. Dallo scoppio della crisi ad oggi, spiega Giacchè all'ADNKRONOS precisando di parlare a titolo personale, «sono state allegate talmente tante cause e concause prossime e remote che ci si chiede se ce ne sia anche una sola che abbia realmente senso». Comunque, prosegue Giacchè, «quelle sulle quali si è maggiormente appuntata l'attenzione del mondo politico e dei media sono quelle meno convincenti: non ho mai pensato, neanche per un minuto, che il problema risiedesse nella particolare avidità di una categoria di persone, come i banchieri, o che il problema fosse Alan Greenspan, o magari le società di rating. Il punto probabilmente è un altro: partire dalla gravità con cui si è manifestata la crisi può aiutarci a capirne le radici profonde». Insomma, per Giacchè «un semplice avvitamento su un prodotto finanziario come i mutui subprime non è minimamente in grado di produrre gli effetti che si sono manifestati. Stiamo parlando di un crollo del commercio internazionale nel 2009 che secondo l'Fmi è stato dell'ordine del 12%, una cosa mai successa dopo la fine della seconda guerra mondiale». - Esaminando le serie storiche del passato, continua Giacchè, «non troviamo nulla del genere: per l'Italia, se si esclude il periodo bellico, bisogna tornare al 1930 per trovare un calo del Pil del 5%, come quello del 2009. Tra l'altro, il caso italiano è peggiore del resto d'Europa, perchè siamo arrivati alla crisi prima degli altri, nel senso che già nel 2008 il Pil è sceso dell'1%, cosa che non è avvenuta altrove. E soprattutto siamo arrivati a questo dopo oltre 10 anni di sostanziale stagnazione: dal 1999 al 2009 il Pil è cresciuto appena del 5,5%, a fronte di una media della zona Euro del 13,5%. Già questo ci dà una dimensione dei problemi che abbiamo rispetto ad altri. Del resto, la Banca d'Italia a fine dicembre ci ha detto che la produzione industriale è tornata indietro di cento trimestri. E cento trimestri sono 23 anni». In Italia, prosegue Giacchè, «nel secondo trimestre 2009 siamo tornati alla stessa produzione industriale del secondo trimestre del 1986. È un dato che non ha riscontri in Europa: nè la Francia nè la Germania evidenziano una regressione della produzione industriale di questo ordine di grandezza. Quello che da buona parte della pubblicistica è stata considerata la fonte del problema, la finanza, probabilmente era invece un tentativo di soluzione del problema. Se noi prendiamo lo sviluppo dei mercati finanziari, ci accorgiamo che c'è un'impennata fortissima a partire dagli anni Ottanta». L'ipotesi di Giacchè è che «la finanza servisse fondamentalmente a tre scopi. Il primo a pompare il credito al consumo, in due modi: con prodotti specifici, come le carte di credito o anche gli stessi subprime, e anche con le bolle finanziarie che si sono susseguite, che se messe in fila sono tante. Tutto ciò ha aumentato la percezione di ricchezza, pur a fronte di introiti dal reddito da lavoro dipendente tendenzialmente calanti in tutto il mondo industrializzato. Questa coincidenza è stata notata da tempo: già nell'aprile 2008 il Financial Times metteva in fila un pò di numeri e osservava il calo dei redditi medi negli ultimi due decenni, e il fatto che l'indice di diseguaglianza negli Usa e in Gran Bretagna poco prima della crisi era a livelli riscontrabili soltanto poco prima della crisi del '29». Insomma, la finanza ha svolto una precisa funzione 'politico-socialè: «C'è stato - ricorda Giacchè - un declino dei redditi medi ma, singolarmente, non c'è stata alcuna particolare protesta, perchè sono stati escogitati una serie di strumenti creditizi che consentivano di sganciare, almeno in parte, i consumi dall'andamento dei redditi da lavoro. Questa è la prima funzione svolta dalla finanza. La seconda funzione è stata quella di sostenere delle industrie che avevano un eccesso di capacità produttiva imponente. Quello dell'automobile è un caso abbastanza clamoroso: stiamo parlando di un eccesso di capacità produttiva che nel 2002 era di 22 mln di autoveicoli all'anno, che oggi sono diventati 30 mln». È del tutto evidente, prosegue Giacchè, «che questi 30 mln non si sono creati da un giorno all'altro o perchè è scoppiata la crisi finanziaria: si è semplicemente aggravato un problema già preesistente, che non aveva portato al fallimento di queste imprese per l'espansione del credito al consumo e anche perchè le condizioni del credito erano state alleggerite, in particolare per la politica monetaria accomodante della Fed. Quindi queste aziende, negli Usa e anche in Europa, potevano negoziare i debiti a tassi molto convenienti. La Fiat, per esempio, era sull'orlo del baratro nel 2001-2002, poi si è ripresa senz'altro per le eccezionali capacità manageriali di Sergio Marchionne, ma anche perchè ha potuto rinegoziare i suoi debiti con le banche a condizioni eccezionalmente favorevoli». Le imprese, prosegue Giacchè, «sono state aiutate anche in un altro modo dalla finanza, ossia facendo a loro volta profitti di carattere finanziario. Uno degli aspetti più significativi di ciò che è successo negli ultimi anni precedenti la crisi è che molte imprese, anche tra quelle manifatturiere classiche, hanno fatto molti soldi con la finanza proprietaria. Questo è il terzo aspetto per cui la finanza è servita. Perchè ha consentito a imprese che non riuscivano a valorizzare in maniera adeguata il loro capitale nel settore originario, di fare profitti con operazioni finanziarie di vario genere. Per avere conferma di questo basta leggere i bilanci di molte aziende ». Insomma, prosegue Giacchè, «molte imprese manifatturiere negli ultimi anni hanno fatto soldi con l'immobiliare o con la finanza pura e semplice. Se tutto questo è vero, allora la finanza non è la malattia, ma al limite è la droga che ha permesso di non sentirla, attenuandone i sintomi, e quindi l'ha cronicizzata e resa più acuta. È quello che è successo all'economia mondiale, perlomeno ai paesi più industrializzati. Ciò ha implicazioni molto forti, sia in termini di policy che di interpretazione di quanto è successo». Per Giacchè nel dibattito sulle origini della crisi che si è sviluppato, sono emerse «alcune impostazioni, a carattere moralistico, che in realtà sono radicate nella convinzione che la crisi sia un incidente di percorso. Qualcosa che si può evitare e che, se succede, succede perchè qualcuno si è comportato male. Viceversa, le crisi nell'Ottocento erano periodiche, ce n'era una ogni dieci anni». Negli ultimi decenni, continua Giacchè, «di crisi gravi non ne abbiamo avute, e se c'erano colpivano i paesi della periferia, i paesi emergenti. In questo modo rafforzavano il centro finanziario mondiale, Wall Street ma anche Londra e l'Europa, perchè ad ogni giro un flusso di capitali si riversava dalla periferia in queste centrali finanziarie. La vera specificità della crisi che stiamo vivendo è sia la sua entità e portata globale, sia il fatto che colpisce in primis il centro del sistema economico internazionale. Ovviamente - conclude - la gravità è funzione di quello che è stato evitato negli anni scorsi: questa crisi è tanto più grave perchè abbiamo messo tanta polvere sotto il tappeto, o abbiamo usato più droga finanziaria per non sentirla».
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