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Telefono anticrisi per gli imprenditori


di Antonio Sciotto (ilManifesto.it)
Tutto il Paese soffre la crisi, ma al Nord est si vive con un’intensità maggiore: forse perché prima tutto marciava a duemila, e ogni piccolo imprenditore – come raccontano qui – «c’aveva la sua casetta, la sua macchinetta». Ora, spesso, la casetta e la macchinetta sono pignorati: le banche chiudono la porta, le grandi imprese non pagano i conti, come le pubbliche amministrazioni. Devi licenziare i dipendenti, non puoi più assicurare benessere alla famiglia. Crolla tutto, il successo svanisce, nessuno ti aiuta: ecco i suicidi a catena, 14 imprenditori nel solo Veneto, e 7 operai nell’ultimo anno. Ma ben 4 imprenditori a Padova, da fine 2009. Nella città di Sant’Antonio sembra essere concentrato il «cuore» della crisi, almeno psicologicamente, e qui hanno attivato un numero verde (800-510052) per offrire un aiuto, capire come trovare la soluzione ai problemi economici. Ma non solo, perché spesso telefonano imprenditori, ma anche lavoratori, sull’orlo di una crisi personale, e in cui la ferita è più forte: a rischio, insomma, e allora partono i servizi psicologici.
Siamo andati a parlare con gli operatori del «Telefono anticrisi»: Federica Bruni, una di loro (sono in tutto cinque), ci ha ricevuto alla Casa del Colore, un centro che raccoglie varie associazioni della cooperazione sociale. Il call center è stato istituito da Comune, Provincia e Camera di Commercio, e dovrebbe servire solo il territorio padovano. Ma quello che è straordinario, è che arrivano telefonate da tutta Italia: «Roma, Napoli, Ascoli, Torino, Catania, l’ultima da Chieti – spiega Federica – Lo abbiamo segnalato a Unioncamere, perché magari metta su un servizio simile in tutta Italia». Come spiega il presidente della Camera di commercio della città veneta, Roberto Furlan, non basta dare sostegni economici o di informazione, ma «è fondamentale e urgente occuparsi anche del disagio psicologico delle persone in difficoltà».
Il «punto di caduta» è tutto concentrato sui piccoli imprenditori, che certo poi – quando chiudono – mettono nei guai anche i propri dipendenti. A Padova, dati della Cna, i fatturati a fine 2009 per i «piccoli» sono da precipizio: -40% il legno, -25% il tessile, -20% la meccanica e l’edilizia. Ecco l’«identikit» di chi telefona: artigiano, sui 40 anni, soprattutto uomini. «Fino al 2008 marciavano a piena velocità. Perciò hanno investito, assunto – ci spiega l’operatrice – Ma adesso, con la crisi, i rubinetti sono tutti chiusi: hanno poco fatturato e poco lavoro, sono già passati per le banche, che però gli hanno sbattuto le porte in faccia. "Anche per 2000 euro non sentono ragioni – mi ha detto un imprenditore – Mi chiudono il conto e io devo chiudere l’attività"».
Federica ha davanti diversi fascicoli, su cui ha segnato tutte le storie e i problemi delle telefonate ricevute. Sono state 120 nei primi 4 giorni, a ritmi da record: una ogni quarto d’ora. «Noi scriviamo quello che ci dicono, e poi li richiamiamo quando abbiamo studiato una risposta: spesso basta metterli in contatto con le associazioni o trovare un diverso dialogo con le banche, anche se certo noi non intermediamo direttamente con il singolo istituto per il singolo imprenditore. Ma ad esempio è stato aperto un tavolo con tutti i soggetti del credito, per sensibilizzarli». Il numero verde, spiegano al call center, in realtà «è nato per morire»: nel senso che serve per «ammodernare» le associazioni, gli ordini professionali, le stesse banche e abituarli alla nuova fase, cercare gli strumenti per affrontare la crisi. Ma vista l’alta domanda, e la richiesta nazionale, è facile pensare che forse un servizio simile servirebbe più strutturalmente, e magari sul piano nazionale.
Comunque chiamano tanti che sono «disorientati, spaventati», e se gli operatori capiscono che «la dimensione della ferita è grande», si studia il caso con gli psicologi della Medicina del Lavoro della Asl. E, chiesta autorizzazione all’imprenditore, si fornisce il numero di telefono direttamente a loro, in modo che siano gli psicologi a contattarlo. Possono intervenire anche gli assistenti sociali, in alcuni casi il Sert.
Le storie sono anche molto diverse tra loro, spesso comunque c’è lo scontro tra la piccola impresa e quella grossa, che non paga. Un consulente del lavoro che siede vicino a Federica, ci porta l’esempio di un’azienda con 2000 dipendenti che da mesi non paga una subfornitrice di 10: «Questi li chiamano per sollecitare il pagamento, e loro – tranquillamente – rispondono di telefonare di nuovo a novembre».
Altri hanno problemi con le agenzie di credito: «Un autotrasportatore è incastrato con un vecchio debito, e per questo oggi gli bloccano un leasing: così non può prendere il furgoncino, come gli chiede la Dhl: ma in questo modo non potrà neppure pagare il vecchio debito». Ancora, a bloccare è la pubblica amministrazione: «Un artigiano non ha più i soldi per pagarsi i contributi, quelli suoi personali: dunque non può avere il Durc, il certificato che dimostra di essere in regola, e così non può prendere nuovi appalti. A un altro il Comune nega la piazzola per farsi un chiosco, perché ha un debito con loro di 50 mila euro. Ma lui ha proposto di pagarlo entro 3 anni se gli danno quella piazzola. Così lo stesso Comune rischia di non vedere mai quei soldi».
Ma ci sono anche storie più belle: un’imprenditrice di 72 anni deve chiudere la sua agenzia di viaggio di Jesolo, ma non è preoccupata. Ha chiesto a Federica di consigliarle la nuova attività per il futuro: «Mi dica come riposizionarmi nel mercato, sono 35 anni che lavoro e non voglio mollare».
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