Prezzo della Crisi del 23-04-2010: 'La deriva dei continenti. '
di Fabio Sebastiani
Ma pensavamo davvero che l’euro fosse un pranzo dei gala? Di fronte alla speculazione, che non si fa convincere dalla melina, non si scherza. Non serve nemmeno più difendere le politiche monetariste. Soprattutto non serve farlo lasciando isolato ogni singolo paese. Oggi la Grecia è stata costretta ad uscire allo scoperto annunciando che il prestito ponte le serve eccome. Dopo i rumors di nuove ondate speculative anche ai danni del Portogallo, i margini per una gestione politica della crisi si vanno restringendo sempre di più. Occorre calare gli assi. E le istituzioni di Bruxelles non sembrano averne molti. Continuano ad agire come se ogni paese fosse una “storia a sé”, rafforzando in questo modo l’appetito della speculazione. Oggi il Commissario europeo Joaquin Almunia ha abbozzato qualche vaga idea alternativa, senza ottenere però effetti apprezzabili. Per uscire dalla crisi, ha detto, serve un modello di crescita «intelligente», capace di «portare l'economia verso l'innovazione» e di «inserire l'Europa nella mondializzazione senza la percezione che tutti gli altri sono vincenti e noi siamo perdenti>. Su quest'idea, ha aggiunto, «è facile trovare consenso nelle diverse aree politiche». La crescita, ha proseguito, deve però essere anche «sostenibile, crescita verde» e «giusta» a livello sociale. La crisi, ha spiegato Almunia, è stata «molto profonda»; in questa fase, «stiamo avanzando» e «siamo usciti dalla recessione, ma non ancora dalla crisi». Se non rimangono solo parole, sembra aprirsi uno spiraglio. Faremo in tempo? A rinforzare la necessità di un cambio di rotta che vada non nella solita direzione di una scelta banalmente monetarista sono intervenuti anche gli ambienti accademici, «La grave crisi greca conferma la debolezza dell'Unione Europea che solo con una forte spinta politica ed una capacità di guida unitaria può sostenere e promuovere il ruolo dell'euro nell'economia globale, ha sostenuto il professor Ettore Gotti Tedeschi. La situazione italiana, ha evidenziato, «è completamente diversa da quella degli Stati Uniti e solo l'eccellenza di prodotti frutto di un sistema composto essenzialmente da piccole e medie aziende, unitamente ad uno sforzo eccezionale di produttività in ogni campo possono assicurare una ripresa significativa e duratura».
In soldini, servono gli investimenti e un intervento pubblico di qualità. E serve farlo subito e in modo coordinato con gli altri paesi europei. Non c’è una “via italiana” se non nella misura in cui serva a recuperare il gap che il nostro paese continua ad accumulare nei confronti degli altri paesi europei. Se l’Italia continua a marcare il proprio ritardo non potrà che accadere quanto sta già accadendo a Grecia e Portogallo. Secondo Prometeia, se da una parte nei prossimi quattro anni il Pil dovrebbe tornare a crescere dell'1,3% in media per anno grazie all’effetto rimbalzo, , la domanda interna, invece, . Alla domanda interna «continuerà a mancare un sostegno del settore pubblico> e gli investimenti strumentali . Gli investimenti in costruzioni usciranno dalla recessione solo nel 2012 e rimarranno in stagnazione lungo tutto l'orizzonte di previsione, ad assorbire l'eccesso di capitale accumulato durante il lungo ciclo degli anni 2000.
Ma pensavamo davvero che l’euro fosse un pranzo dei gala? Di fronte alla speculazione, che non si fa convincere dalla melina, non si scherza. Non serve nemmeno più difendere le politiche monetariste. Soprattutto non serve farlo lasciando isolato ogni singolo paese. Oggi la Grecia è stata costretta ad uscire allo scoperto annunciando che il prestito ponte le serve eccome. Dopo i rumors di nuove ondate speculative anche ai danni del Portogallo, i margini per una gestione politica della crisi si vanno restringendo sempre di più. Occorre calare gli assi. E le istituzioni di Bruxelles non sembrano averne molti. Continuano ad agire come se ogni paese fosse una “storia a sé”, rafforzando in questo modo l’appetito della speculazione. Oggi il Commissario europeo Joaquin Almunia ha abbozzato qualche vaga idea alternativa, senza ottenere però effetti apprezzabili. Per uscire dalla crisi, ha detto, serve un modello di crescita «intelligente», capace di «portare l'economia verso l'innovazione» e di «inserire l'Europa nella mondializzazione senza la percezione che tutti gli altri sono vincenti e noi siamo perdenti>. Su quest'idea, ha aggiunto, «è facile trovare consenso nelle diverse aree politiche». La crescita, ha proseguito, deve però essere anche «sostenibile, crescita verde» e «giusta» a livello sociale. La crisi, ha spiegato Almunia, è stata «molto profonda»; in questa fase, «stiamo avanzando» e «siamo usciti dalla recessione, ma non ancora dalla crisi». Se non rimangono solo parole, sembra aprirsi uno spiraglio. Faremo in tempo? A rinforzare la necessità di un cambio di rotta che vada non nella solita direzione di una scelta banalmente monetarista sono intervenuti anche gli ambienti accademici, «La grave crisi greca conferma la debolezza dell'Unione Europea che solo con una forte spinta politica ed una capacità di guida unitaria può sostenere e promuovere il ruolo dell'euro nell'economia globale, ha sostenuto il professor Ettore Gotti Tedeschi. La situazione italiana, ha evidenziato, «è completamente diversa da quella degli Stati Uniti e solo l'eccellenza di prodotti frutto di un sistema composto essenzialmente da piccole e medie aziende, unitamente ad uno sforzo eccezionale di produttività in ogni campo possono assicurare una ripresa significativa e duratura».
In soldini, servono gli investimenti e un intervento pubblico di qualità. E serve farlo subito e in modo coordinato con gli altri paesi europei. Non c’è una “via italiana” se non nella misura in cui serva a recuperare il gap che il nostro paese continua ad accumulare nei confronti degli altri paesi europei. Se l’Italia continua a marcare il proprio ritardo non potrà che accadere quanto sta già accadendo a Grecia e Portogallo. Secondo Prometeia, se da una parte nei prossimi quattro anni il Pil dovrebbe tornare a crescere dell'1,3% in media per anno grazie all’effetto rimbalzo,
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