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Maria Turchetto: Il valore sonante del potere
Nuova edizione per Mimesis di un classico del pensiero critico novecentesco, «Il capitale finanziario» di Rudolf Hilferding. Un volume ancora utile alla conoscenza della realtà per poi trasformarla. (da il manifesto 2012.01.13)

La nuova edizione di Il capitale finanziariodi Rudolf Hilferding è una vera strenna, di cui sono grata alla casa editrice Mimesis (pp. 544, euro 28). Non certo per il gusto erudito e nostalgico di riavere un classico del marxismo ormai introvabile e citato di seconda e terza mano, ma perché la poderosa opera di Rudolf Hilferding merita davvero, più che una rilettura, una nuova lettura, come suggeriscono nell’introduzione Emiliano Brancaccio e Luigi Cavallaro, curatori di questa edizione. Una lettura - scrivono - che aiuti «a produrre un altro testo che (…) sposti di piano quello immediatamente pervenutoci da Hilferding, facendo apparire nuovi oggetti teorici su cui lavorare».

L’indicazione richiama esplicitamente la lezione di Louis Althusser (non a caso del resto il titolo dell’introduzione è «Leggere Il capitale finanziario»), cui i curatori si rifanno anche quando sostengono che il «nucleo del paradigma marxista», da cui oggi si può ben ripartire anche se non è in voga tra i bocconiani, consiste «nel titanico risultato di aver gettato le basi per una teoria scientifica della storia: una teoria che, si badi bene, non ha nulla a che vedere con la visione teleologica e destinale che afflisse certe sue volgarizzazioni dottrinali».

Per dirla tutta, la «visione teleologica e destinale» della storia è stata ben più che una vulgata ad uso delle accademie sovietiche e delle scuole di partito. Era lo «spirito del tempo» dell’Ottocento e di buona parte del Novecento, che Marx aveva faticosamente trasceso ma attraverso il quale veniva (e viene ancora) interpretato. L’idea che il destino del capitalismo sia predicibile permea perciò anche l’opera di Hilferding e ne costituisce la principale debolezza: è la sua predizione di un percorso spontaneo dall’anarchia all’organizzazione pianificata dell’accumulazione sotto la direzione di un «capitale unificato», preludio della transizione al socialismo. La stessa idea destinale permea anche le coeve teorie del crollo e la stessa visione di Lenin dello stadio monopolistico e finanziario come «fase suprema» - cioè ultima - di un capitalismo divenuto incapace di promuovere lo sviluppo delle forze produttive e perciò morto per la storia, anzi ormai «putrefatto». In Lenin la storia del capitalismo descrive una parabola di tipo organico (nascita, crescita, decadenza e morte) anziché un’evoluzione progressiva; lo schema teleologico prevede comunque la fine prossima e certa (nella forma del crollo, dell’abbattimento rivoluzionario o della metamorfosi riformista), indispensabile a conseguire il fine del comunismo.

Il virtuoso e il parassita

Ma non vorrei qui limitarmi a ribadire l’indicazione althusseriana di abbandonare le storie teleologiche (in quanto tali ideologiche, non scientifiche) orientate al/alla fine; quanto proporre una breve riflessione sul perché, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la fine del capitalismo venga declinata nelle forme antitetiche della decadenza e del crollo, da un lato, e dell’evoluzione virtuosa, dall’altro. In L’imperialismo, fase suprema del capitalismo Lenin impone una convivenza forzata a due rappresentanti delle declinazioni antitetiche in questione, Hilferding e Hobson. Riprende infatti, com’è noto, la definizione di Hilferding del «capitale finanziario» come «capitale unificato» («Capitale finanziario significa capitale unificato. I settori del capitale industriale, commerciale e bancario, un tempo divisi, vengono posti sotto la direzione comune dell’alta finanza»), associandovi tuttavia il giudizio negativo espresso da Hobson sulla finanza «parassitaria». Di fatto tradisce, in tal modo, il pensiero di entrambi gli autori: per Hilferding, in realtà, l’unificazione di capitale bancario, commerciale e industriale è un processo sostanzialmente virtuoso, foriero di crescita economica e di potenzialità regolatrici; in Hobson, per contro, il capitale finanziario non rappresenta affatto una forma unificata del capitale, ma una sua frangia degenerata che svolge il ruolo perverso di spostare altrove «la ricchezza della nazione» a scapito dello stesso capitale commerciale e produttivo (per inciso, Hobson non è l’unico, all’epoca, a teorizzare una contrapposizione forte tra industria e finanza: penso, ad esempio, a Thoestein Veblen). La convivenza forzata che Lenin impone alle tesi di Hilferding e di Hobson si basa, ancora una volta, su una metafora organica: il capitale cresce (diventa «più grosso» attraverso i processi di concentrazione e centralizzazione in cui il capitale finanziario ha un ruolo chiave, proprio come dice Hilferding), si espande (invade completamente il mondo, come sostengono entrambi gli autori), ma inesorabilmente invecchia (decade dalla sua funzione propulsiva dello sviluppo per diventare «parassitario», proprio come dice Hobson).

In cerca di egemonia

Esistono oggi interpretazioni che consentono di comprendere e integrare le posizioni di Hilferding e di Hobson al di fuori degli schemi teleologici e delle metafore organiche. Penso alla scuola cosiddetta del «Sistema Mondo» - che considero uno sviluppo fecondo del marxismo - e in particolare ai «cicli sistemici» delineati da Giovanni Arrighi. Com’è noto, Arrighi legge i periodi di «espansione finanziaria» come momenti finali di un ciclo e preludio di «trasformazioni egemoniche» che ridisegnano il quadro geopolitico dell’«economia-mondo» capitalistica - ossia il suo strutturarsi in centri, periferie e semiperiferie. Entro queste coordinate teoriche potremmo leggere l’analisi di Hobson come attinente non al capitalismo in generale, ma al capitalismo inglese la cui egemonia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, è in crisi; e l’analisi di Hilferding come attinente invece al capitalismo tedesco e alla Germania, che viceversa, nell’epoca in questione, si candida a pieno titolo al ruolo di nuova potenza egemone, disponendo di nuovi strumenti finanziari e di settori industriali strategici. Hilferding sembra in effetti consapevole di avere sotto gli occhi, con il caso tedesco, non tanto una particolarità nazionale (questa, all’epoca, è piuttosto l’ottica degli autori della scuola storica, citati in più luoghi in Il capitale finanziario), quanto, per così dire, l’ultima release del capitalismo. In altre parole, l’osservatorio privilegiato per lo studio del capitalismo non è più, secondo Hilferding, quell’Inghilterra che Marx aveva indicato come «sede classica» (cioè tipica) nella prefazione alla prima edizione de Il capitale; è invece la Germania, con le banche che offrono credito di capitale e non solo credito di circolazione, con la più estesa adozione della forma della società per azioni e il conseguente primato del controllo sulla proprietà, con i nuovi potenti strumenti che favoriscono la concentrazione e la struttura oligopolistica del mercato.

Se ho proposto queste riflessioni non è semplicemente per contestualizzare l’opera di Hilferding alla sua epoca, visto che il risultato di una simile operazione sarebbe dichiararla datata; al contrario, il mio è un tentativo di «spostarla di piano», proprio come suggeriscono Brancaccio e Cavallaro, inserendola in nuove problematiche per renderla suscettibile di una lettura attuale. Nell’attuale congiuntura credo che interrogarsi sul futuro del capitalismo in chiave destinale - come in sostanza ancora fanno quelli che Brancaccio e Cavallaro definiscono «agitatori di fantasiose “moltitudini” in movimento» - non porti molto lontano; e abbia invece molto più senso cercare di capire a fondo i meccanismi, i conflitti, i processi che operano nel corso di «trasformazioni egemoniche» come quella che stiamo vivendo. In questa prospettiva senza dubbio Hilferding può fornirci strumenti capaci di andare più in profondità rispetto alla «teoria dominante (…) ferma sul suo trono», con cui giustamente Brancaccio e Cavallaro se la prendono nell’introduzione - al contrario degli «ossimorici “liberisti di sinistra”» cui fa tanta soggezione.

La democrazia di carta

In questa prospettiva vanno senz’altro accolte alcune indicazioni di lettura dei curatori. In primo luogo, quella secondo cui la tendenza alla centralizzazione costituisce l’oggetto principale dell’analisi di Hilferding. Il capitale finanziario offre una visione assai complessa dei processi di centralizzazione del capitale, che non rinvia soltanto alle economie di scala ma mette in gioco «una miscela di strategie difensive e predatorie». La logica del capitale, in altri termini, non è semplicemente la razionalità minimax orientata all’efficienza, ma un agire strategico conflittuale di natura in ultima analisi politica (su questo punto ha a suo tempo molto insistito Gianfranco La Grassa, ad esempio in Gli strateghi del capitale, manifestolibri). Ancora, l’analisi dello sviluppo del credito bancario e della diffusione della forma giuridica della società per azioni in Hilferding non sfocia nell’«immagine tranquillizzante che ne danno le teorie economiche e politiche tradizionali, che li presentano come strumenti di “democrazia finanziaria” preposti rispettivamente alla raccolta dei risparmi e alla ripartizione del rischio d’impresa. Al contrario, (…) Hilferding mostra che lo sviluppo del credito e della società per azioni muove il capitale verso poche e piene mani». Il mercato capitalistico non è affatto un mero meccanismo di allocazione di risorse, né il regno di una virtuosa concorrenza: è un potentissimo strumento di concentrazione e centralizzazione. Le stesse politiche economiche e monetarie vanno dunque lette alla luce dei processi di concentrazione e centralizzazione - indicazione questa preziosa, come ben evidenziano i curatori, per la comprensione dell’attuale congiuntura.

Un’ultima precisazione, per non essere fraintesa. Sono convinta che il compito di «spiegare il mondo» sia oggi molto urgente - abbiamo perso, temo, molto terreno su questo fronte. Ciò non significa affatto perseguire la conoscenza per la conoscenza rinunciando alla prospettiva di «cambiare il mondo»: proprio questa prospettiva, tuttavia, rende più ardui e moltiplica i compiti conoscitivi. Va in questo senso pienamente valorizzata l’indicazione con cui Brancaccio e Cavallaro concludono l’introduzione, evocando un poco noto lavoro di Hilferding del 1940, Capitalismo di stato o economia statuale totalitaria?: «Noi crediamo (…) che sia giunto il tempo che i marxisti riesaminino l’esperienza sovietica, con le sue grandezze e i suoi orrori, in chiave finalmente scientifica e storico-critica». È davvero indispensabile affrontare finalmente la questione, oggetto di una rimozione che sta durando troppo, per poter proporre alternative credibili all’ideologia liberista, al capitale finanziario e alle sue politiche economiche.

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già che ci siamo vi riproponiamo anche un articolo dello storico Lucio Villari pubblicato su la Repubblica del 6.06.2009

Compie cent’anni "Il capitale finanziario" di Hilferding

Il testo è un classico del pensiero politico

Quando la finanza divora l’economia

L’autore scomparve nel nulla in una cella della Gestapo

di Lucio Villari

Rudolf Hilferding scomparve nel nulla in un giorno del 1941 in Francia, in una prigione della Gestapo. Nel nulla, significa che non si sa se fu ucciso o se, come il suo conterraneo Walter Benjamin, si sia suicidato per sottrarsi al nazismo. Era riuscito a fuggire dalla Germania nel 1933, rifugiandosi in Svizzera. Tenuto d’occhio dalla polizia tedesca, decise nel 1938 di trasferirsi a Parigi. Dopo la sconfitta militare della Francia nel giugno l940 e la creazione del governo collaborazionista di Vichy, Hilferding capì che l’unica via di scampo era la fuga negli Stati Uniti. Recatosi a Marsiglia per imbarcarsi su una nave di linea, fu arrestato da agenti di Vichy e consegnato ai nazisti. Interrogato e torturato, è probabile che il suo fisico - aveva sessantaquattro anni - non abbia retto. Non è rimasta testimonianza della sua fine.

L’accanimento del governo nazista nei suoi confronti si spiega con il fatto che egli era uno dei pochi oppositori a non essere riuscito a far perdere le proprie tracce nel flusso imponente dell’emigrazione politica tedesca verso l’America rooseveltiana. Per quanto ormai solo e inerme, Hilferding era pur sempre un simbolo vagante di un tempo di libertà e di democrazia che gli esponenti della nuova Germania volevano far dimenticare.

Nel 1909, esattamente cent’anni fa, aveva pubblicato un’opera che si può considerare un classico del pensiero economico e politico del Novecento, Il capitale finanziario. Fino al 1933 era stato una figura centrale della politica e dell’economia tedesca ed era riconosciuto come uno dei maggiori studiosi marxisti.

Era stato ministro delle finanze in vari governi della repubblica di Weimar ed esponente di primo piano della parte moderata del partito socialdemocratico. Ora, mentre le armate tedesche erano vittoriose su tutti i fronti d’Europa, veniva inghiottito dal silenzio.

Nato a Vienna nel 1877, Hilferding apparteneva a quel tempo dell’Europa borghese e socialista di fine Ottocento e del primo Novecento quando gli studi sulle società contemporanee, il confronto con la modernizzazione industriale, i partiti politici che si ispiravano a un liberalismo critico e a un socialismo riformatore, parevano confluire in quel contrastato rigoglio filosofico e politico che come un fiume senza argini scorreva in Europa e in Russia lambendo gli Stati Uniti d’America.

La sua formazione e la sua adolescenza furono tedeschi e in Germania, dove si era trasferito con la famiglia, Hilferding rappresentò quell’avanguardia di sociologi e filosofi (da Rathenau alla Scuola di Francoforte) indagatori del loro tempo che fiorirono a Weimar. Come socialista rappresentò il conflitto tra chi credeva nell’evoluzione pacifica della lotta di classe e nel binomio democrazia-socialismo (era questa la Seconda Internazionale), e chi credeva nel socialismo come superamento della democrazia borghese, come comunismo, (era la Terza Internazionale di Lenin e del colpo di stato dell’ottobre l917 in Russia).

Hilferding accettava lo spirito del Marx perplesso nei confronti della rivoluzione proletaria e, specie dopo il fallimento della Comune di Parigi nel l871, più incline a una via democratica e parlamentare al socialismo. Hilferding aveva l’idea di una democrazia dove il socialismo e il marxismo fossero parti essenziali del governo amministrativo e della crescita sociale di un sistema sociale capitalistico e "borghese".

Questa ipotesi sarà per decenni il tormento irrisolto di gran parte della sinistra politica europea, ma, per restare nel campo dell’economia, fu assimilata da Schumpeter e in parte dallo stesso Keynes, da Joan Robinson e, in anni più vicini a noi, da Paul Sweezy e Paul Baran, dai nostri Caffè e Sylos Labini e da pochi altri. È tuttora un metodo aperto e operante, ad esempio, nelle Università americane.

Marx aveva indagato il capitalismo di metà Ottocento, occorreva ora studiarlo in un Novecento che esordiva con soggetti e oggetti nuovi. Agli inizi di un fantastico e moderno Novecento andavano snidati i segreti dell’egemonia di un capitalismo che appariva vitale e sostanzialmente inattaccabile dalle lotte operaie. Dal capitalismo dei padroni delle ferriere era germinato, grazie anche al petrolio, alla chimica e all’elettricità, il capitalismo delle società per azioni, delle banche, degli "affari" regolati e controllati dai nuovissimi e veloci strumenti del telegrafo, del telefono, della radio.

È quanto fece Hilferding in Il capitale finanziario. Era il 1909 e il capitalismo americano ed europeo scontavano una gravissima crisi finanziaria e bancaria (simile in parte a quella che stiamo vivendo) esplosa nel l907. È intorno a questa crisi (l’impianto dell’opera e la sua struttura erano già chiare nel 1905, l’anno in cui era comparsa negli Stati Uniti la critica Teoria dell’Impresa di Thorstein Veblen) che Hilferding scrisse la "continuazione" del Capitale di Marx.

Nella prefazione Hilferding dettò parole sorprendenti per la loro attualità: «La caratteristica del Capitalismo "moderno" è data da quei processi di concentrazione che, da un lato, si manifestano nel "superamento della libera concorrenza", mediante la formazione di cartelli e trusts, e, dall’altro, in un rapporto sempre più stretto fra capitale bancario e capitale industriale. In forza di tale rapporto, il capitale assume (...) la forma di capitale finanziario, che rappresenta la sua più alta e più astratta forma fenomenica. Lo schema mistico che vela in genere i rapporti capitalistici raggiunge qui il massimo della impenetrabilità».

Il capitale finanziario "penetrò" in quel capitalismo, ne tolse il velo mistico e fu subito al centro di dibattiti e riflessioni che solo la prima guerra mondiale, scoppiata cinque anni dopo, interruppe. Ancora nel 1916 Lenin fece sue le tesi dell’avversario Hilferding immaginando però (e sbagliando) che quel capitale finanziario fosse la fase suprema ma ultima del capitalismo e che aprisse perciò la strada alla rivoluzione proletaria.

L’opera di Hilferding non lo autorizzava a questo, anche se Il capitale finanziario si chiudeva con queste inquietanti parole: «Il capitale finanziario è la più compiuta realizzazione della dittatura dei magnati del capitale. Ma appunto perciò la dittatura dei capitalisti che dominano uno Stato entra in contrasto sempre più aspro con gli interessi capitalistici degli altri Stati. Nello scontro violento degli inconciliabili interessi, la dittatura dei magnati del capitale si rovescia, infine, nella dittatura del proletariato».

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