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FINESTRA INTERNAZIONALE. Il Portogallo, tra Memorandum e privatizzazioni

Se si traducessero in italiano o in portoghese sia il Memorandum de Entendimento sottoscritto dal governo lusitano nel maggio del 2011, sia la famosa lettera del 5 agosto dello stesso anno firmata da Mario Draghi e Jean Claude Trichet e cortesemente recapitata al «Caro Primo Ministro» Silvio Berlusconi, il lettore avrebbe serie difficoltà a individuare lo specifico destinatario di ciascun documento data l’assoluta omogeneità dei contenuti. Infatti, sono identiche le ricette suggerite con paterna sollecitudine dal trio Fmi-Ue-Bce ai Paesi in crisi finanziaria, simpaticamente individuati nel mondo con l’acronimo Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) che solo uno spirito malevolo potrebbe identificare nella parola inglese che significa «porci».

Ispirate alla logica liberista più estrema, che già aveva prodotto la globalizzazione senza regole, causa non secondaria della crisi economica in atto, queste ricette si basano su alcuni punti fermi, cioè la granitica centralità del sistema finanziario, chiamato nell’Eurozona a sostituire gli Stati nel creare e gestire la massa monetaria nel quadro dell’assoluta libertà di circolazione dei capitali sui mercati mondiali; il rispetto, oggi rigoroso, dei parametri indicati nel trattato di Maastricht per assicurare la convergente stabilità finanziaria dei vari Paesi del club dell’Euro (debito pubblico non superiore al 60% del Pil, deficit annuale del bilancio non eccedente il 3% del Pil), parametri la cui razionalità intrinseca, invero, neanche gli stessi ideatori sono stati in grado di spiegare in modo convincente; l’idea che soltanto finanze pubbliche ‘in ordine’ attirano investimenti di capitale privato la cui gestione e redditività non deve essere intralciata dai diritti dei lavoratori e dall’azione dei sindacati, colpevoli di alterare il libero gioco della domanda e dell’offerta. Quindi, se le banche sono in crisi, bisogna sostenerle con l’erogazione di fondi pubblici e se le finanze pubbliche non risultano in ordine, bisogna metterle a posto alla svelta, anche in tempi di crisi, tagliando ogni tipo di spesa per non perdere la fiducia degli investitori e avviare, dopo la fase dei sacrifici purificatori, l’immancabile ripresa dell’economia.

Il Memorandum de Entendimento prescriveva al governo come destinare i 78 miliardi prestati: 12 miliardi di euro avrebbero dovuto essere spesi per ricapitalizzare «banche private» avendo cura di assicurare «agli azionisti privati il controllo o il riacquisto della gestione» nel caso gli istituti fossero già stati nazionalizzati in seguito all’intervento pubblico di salvataggio. Altri 35 miliardi di euro sarebbero stati utilizzati per garantire l’emissione di obbligazioni delle stesse banche private. A conti fatti, 46 miliardi su 78 sono stati riservati al sistema bancario, senza gravarlo di alcun obbligo di finanziare l’economia del Paese e quindi con ampia libertà di lanciarsi in manovre speculative particolarmente lucrose. Alcune banche non si sono fatte pregare e hanno prestato denaro, anche allo Stato, ad un tasso oscillante tra il 5,05% e il 6,87% e aperto depositi a termine in Brasile al tasso del 13% realizzando grandi profitti e pagando poche tasse. Se poi alle somme suddette si aggiungono i 34 miliardi euro di interessi e commissioni, per sostenere la ripresa economica del prestito rimane nulla.

Allo sviluppo economico sono state riservati, invece dei finanziamenti, i soliti tagli brutali alla spesa pubblica che abbattono i redditi delle classi popolari, l’aumento dell’Iva anche su beni e servizi essenziali tra cui l’elettricità e il gas; l’aumento degli estimi catastali dei fabbricati e le riduzione delle esenzioni sulle imposte dovute anche sulla casa di abitazione. L’unica raccomandazione accettabile ha riguardato la revisione delle Parceiras Público-Privadas (Pip) e il divieto di stipularne in futuro. Le Pip sono accordi tra Stato e imprese private volti a realizzare opere pubbliche, e, di solito, sono stati congegnati in modo tale che il primo si accolla le spese e le seconde intascano i profitti a prescindere dal volume dei servizi prestati. Nel disegno della troika le misure suddette sarebbero state capaci di abbattere, nel 2011, il debito pubblico di 10.068 milioni di euro cioè del 5,9% del Pib; di stabilizzarne negli anni successivi il rapporto col Pib; di limitare, nel 2012, il deficit pubblico a 7.645 milioni di euro (4,5% del Pib). Sul piano delle relazioni tra capitale e forza lavoro, tema che di per sé non ha nulla a che vedere con la riduzione di debito e deficit, si è raccomandato il potenziamento delle commissioni di lavoratori nelle singole imprese, anche quelle che impiegano meno di 250 unità, a detrimento delle rappresentanze sindacali. All’evidenza, lo scopo è depotenziare la contrattazione collettiva e favorire gli accordi locali per scimmiottare la politica tedesca di contenimento della quota riservata all’aumento dei salari in relazione all’incremento della produttività del lavoro nel tentativo di accrescere la competitività delle imprese. Si tratta però di una ‘raccomandazione’ del tutto velleitaria specialmente in assenza di investimenti capaci di aumentare la qualità tecnologia dei prodotti. Non c’è bisogno di dilungarsi nell’analitica descrizione delle misure di austerità finanziaria pedissequamente prese dal governo impegnato a interpretare la parte del buon allievo europeo col sostegno del Partido Social Democrata, Psd e del Centro Democrático Social / Partido Popular, Cds/Pp: riduzione dei salari nominali del pubblico impiego, riduzione del personale della pubblica amministrazione, aumento dei requisiti per il raggiungimento dell’età pensionabile, riduzione degli ammortizzatori sociali (sussidi di disoccupazione, assegni di mantenimento per categorie deboli o per persone bisognose di un’assistenza speciale), tagli alla spesa sanitaria e scolastica, aumento dell’Iva. Lavoratori, pensionati, disoccupati italiani, greci e spagnoli sanno benissimo di che si tratta e capiscono, molto meglio degli economisti laureati, perché, il governo ha ottenuto lo straordinario risultato di far cadere il Pib dell’1,6% nel 2011 e, con ogni probabilità, del 3,3% nel 2012, mentre le previsioni più ottimistiche ne annunciano la crescita, peraltro non scontata, di un misero 0,3% l’anno venturo. Secondo l’Agenzia portoghese sul commercio e gli investimenti (AICEP) nell’anno in corso il debito pubblico ha superato la cifra record di 180 miliardi di euro attestandosi intorno al 112% del Pib, com’era inevitabile dato l’aggravamento della recessione provocata dagli stessi provvedimenti adottati. Di conseguenza, la mitica «fiducia» dei mercati finanziari è crollata: a gennaio il tasso d’interesse era del 17% e dopo l’erogazione di due rate di prestito, 12 miliardi a febbraio e più di 18 miliardi ad aprile, ha sfiorato il 10% allontanando momentaneamente una dinamica della crisi alla greca. Vale la pena di soffermarsi un po’ di più sulle privatizzazioni, sia perché si tratta di una ricetta che circola anche Italia, sia per alcune specificità del caso portoghese. Strettamente parlando, le privatizzazioni non c’entrano molto con il risanamento delle finanze o col pagamento del debito anche perché l’imposizione di vendere in tutto o in parte le partecipazioni o i beni pubblici ne deprime il valore di mercato. Le privatizzazioni vengono imposte «in ossequio ai principi neo-liberali che governano questa Europa del capitale» e, al costo di mortificare gli interessi della maggior parte della popolazione, costituiscono una fonte di affari d’oro per il grande capitale internazionale, soprattutto per quello tedesco che, avvantaggiato dalla crisi europea, può permettersi acquisizioni preziose a buon mercato, specialmente nell’Eurozona. In Portogallo sono state già ceduti o saranno ceduti gli aeroporti, la compagnia aerea nazionale Tap, alcune linee di trasporto urbano in attivo, le poste, le partecipazioni in imprese operanti nel settore dell’elettricità (Edp) del gas e del petrolio (Galp), della rete energetica nazionale (Ren), molti beni immobili dello stato. Di sua iniziativa, il governo desidera privatizzare anche l’impresa Àguas de Poertugal, vale a dire l’acqua, bene comune per eccellenza. Poiché ad eccezione della Tap, le imprese in parola sono attive e forniscono un buon gettito fiscale, con la loro (s)vendita, lo Stato non avrà più la certezza di entrate notevoli e renderà l’economia più vulnerabile. Per ora, non tutte le kraffen, sono riuscite col buco. Si dice che in occasione della vendita del 21,35% delle azioni statali della società Energías de Portugal sono rimaste senza esito le pressioni della Merkel che sponsorizzava un acquirente tedesco, la E.On. Le azioni sono state vendute, invece, alla società cinese Three Gorges Corporation, desiderosa di entrare nei mercato europeo dell’energia. Essa ha pagato 2.690 milioni di euro, assunto l’impegno di finanziare l’attività della società con un prestito di 4.000 milioni e manifestato anche l’intenzione di creare una fabbrica di turbine eoliche. Agli inizi di settembre, il Ministro degli Affari esteri, Paolo Portas, durante un seminario sulle relazioni tra Brasile e Portogallo, ha dichiarato che «sarà molto importante la candidatura forte dei paesi del mondo lusofono, specialmente del Brasile, nei processi di privatizzazione in corso» e ha annunciato l’intenzione di aprire a San Paolo una incubadora di piccole e medie imprese portoghesi interessate a localizzarsi in Brasile. È evidente il tentativo del governo conservatore di utilizzare il tradizionale tema della lusofonia per fornire al capitale nazionale qualche opportunità in più di profitto, puntando, anche a costo di ridurre l’occupazione in patria, sull’entrata delle imprese in mercati meno impegnativi dal punto di vista della qualità dei prodotti, una scelta praticata anche dalla Fiat, appunto, in Brasile. Lo scenario è, dunque, scoraggiante e bisognerà, prima o poi, dar conto delle diverse proposte delle opposizioni, in primo luogo di quella comunista, come necessario contributo a una politica alternativa di tutta la sinistra in Europa. Attualmente, l’unica nota lieta è che, per fortuna, i colti funzionari della troika, completamente immersi nello studio delle opere di Von Hayek e di Friedman, padri delle teorie liberiste, non hanno avuto il tempo di leggere il pamphlet pubblicato nel 1729 da Jonathan Swift «Una modesta proposta per i poveri d’Irlanda per evitare che i figli degli irlandesi poveri siano di peso per i loro genitori o per il Paese». Perciò essi, per rilanciare l’economia, non sono stati in grado di far propria la proposta che i poveri mettano all’ingrasso i figli appena nati per venderli, dopo un anno, ai ricchi come pasto prelibato, tanto più che, se avessero avuto tra le mani una foto di Fassino, il quale da ex comunista di queste diete se ne intende, si sarebbero accordi con soddisfazione che la carne dei bambini non fa ingrassare.

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