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Crisi, per Draghi c'è "prudente ottimismo", ma parlava delle banche!

L’incontro annuale del Fmi quest’anno si è svolto a Tokio, una sede abbastanza rappresentativa dei nodi che affliggono l’economia internazionale: a cominciare dal rapporto tra debito pubblico e crescita, che continua a rappresentare una vera e propria trappola. Ma agli osservatori non è sfuggito l’accento posto da Lagarde, il presidente dell’Fmi, sulla posizione di “porta d’occidente” occupata dal Giappone: il confronto con i paesi “emergenti”, infatti, rischia di deteriorarsi man mano che aumentano le responsabilità rispetto alla ripresa. In un comunicato l'istituzione di Washington avverte che l'economia globale sta rallentando mentre la crisi debitoria dei paesi sviluppati frena la crescita nelle economie emergenti". Di qui la richiesta di rapidi interventi necessari a "rompere il circolo vizioso per rimettere l'economia globale su di un sentiero di crescita forte, sostenibile ed equilibrata".

Detto in altri termini, il cappio che l’Occidente si è costruito mettendo in relazione diretta “crisi debitoria” e risorse per la crescita rischia di trasferirsi ora agli altri paesi che finio a pochi mesi fa potevano vantare Pil da “formula uno”. Del resto tra Usa ed Europa ben poco è cambiato. Mentre gli americani continuano a lasciar fare la speculazione e a finanziare la moneta attraverso l’emissione di titoli (vedi il programma QE) l’Europa è ancora ferma nella sostanza all’epoca del trattato di Maastricht.

Le uniche armi che rimangono in mano ai paesi occidentali sono quelle propagandistiche. E così Mario Draghi sulla crescita sfodera paroloni come “prudente ottimismo”. Per carità, detto da lui è sicuramente un dato importante. Ma quale siano gli effettivi segnali in questa direzione non è dato sapere. O meglio, l’analisi del presidente della Bce qualche elemento lo fornisce, ovvero la maggiore fluidità (tutta teorica per il momento) nei rapporti di scambio tra gli istituti di credito. Resta da chiederci quanto poco questo preluda ad un effettivo cambiamento della situazione. Il processo di riforma delle banche è nettamente in ritardo e comunque ancora al di là da dare quei frutti che interessano direttamente la ripresa. I tempi sono lunghi e non è detto che non si incontrino ostacoli politici quasi insormontabili. Non solo, molte banche, soprattutto quelle tedesche, hanno bisogno di forti dosi di ricapitalizzazione. Non a caso dalle capitali europee chiedono sottobanco altri soldi. La sensazione è che molti preferiscono dilettarsi in ameni giochi di “risiko mediatico”, amplificati dalla pletora di “stampa tecnica di regime” che in Italia ha sempre maggior fortuna. Piuttosto che guardare in faccia la realtà sono pronti a mischiare le carte. C’è addirittura un ministro italiano, Vittorio Grilli, che si esercita nell’arte della sottostima dei dati. Per lui la disoccupazione italiana è poco sopra l’11%. Peccato che non considera il boom della cassa integrazione, o il tasso di inattività, drammaticamente sceso nel giro di un paio d’anni. Per carità non vogliamo che un ministro della Repubblica avvalli il dato che parla della presenza di un terzo di lavoro nero, di cui si è scritto anche in Parlamento (quando funzionava) ma almeno non parlare d’altro sì. Questa “strategia mediatica”, iniziata dal presidente del Consiglio qualche settimana fa, in realtà ha una sua ratio se letta nella sequela di stangate via via prodotte dall’esecutivo. Come a dire, non si può tornare indietro se la strada del virtuosismo di bilancio ci sta portando nella direzione giusta.

La situazione è drammatica. E anche i quattro presidenti europei (Draghi, Van Rompuy, Barroso e Juncker) che hanno completato la redazione del “rapporto ad interim” da presentare al prossimo vertice dei 27 della prossima settimana non se lo nascondono. Ma come al solito preferiscono puntare tutto sulle banche - guarda caso - piuttosto che sulla condizione materiale dei cittadini europei.

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