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Roberto Romano: "Dagli imprenditori non arriverà nulla. Servono interventi pubblici"

Per quanto riguarda la crisi sembra di vivere una specie di limbo: apparentemente fuori dal pericolo dello spread ma nessuna idea su come ripartire. Intanto però la Germania guadagna terreno e di fatto ci fa retrocedere.

La prima cosa da mettere a fuoco bene è che tutte le misure correttive della finanza pubblica, non solo quella italiana, in qualche modo impattano sui sistemi economici. Le previsioni di crescita sul Pil europeo parlano di appena mezzo punto di incremento. Questo dato maschera delle differenze enormi all’interno dei singoli stati. Le misure adottate dai vari governi italiani che valgono più o meno 120 miliardi di euro hanno da una lato compromesso la crescita del Pil (-2,4%). L’anno prossimo, così dice il Governo Monti, andrà a meno 0,2%. In realtà ci sarà una minore crescita di due punti e mezzo. La differenza è data dal fatto che non viene considerato l’impatto della riduzione della domanda sul sistema economico. Cioè, in piena logica liberista, non viene considerato come moltiplicatore. Le manovre hanno pesantemente condizionato la crescita quindi. E questo a mette ancora di più in sofferenza i bilanci pubblici. Molti economisti hanno fatto i salti mortali pur di ridurre ,l’effetto dell’impatto delle manovre correttive. L’Ue per esempio dice di calcolare l’impatto solo al 50% della sua portata reale

Qual è l’effetto moltiplicatore?

Se in qualche modo deprimi la domanda attraverso il bilancio pubblico è chiaro che gli imprenditori sono meno indotti a fare gli investimenti? Se la riduzione della spesa pubblica è un fenomeno grave le implicazioni della riduzione dei consumi è ancora più grave perché non fa che ridurre le aspettative di accumulazione. Infatti, a vedere le tabelle ci si rende conto che gli investimenti sono diminuiti e non solo perché i rubinetti del credito hanno subito un rallentamento. In fondo l’effetto accrescitivo del Pil è dato dagli investimenti.

Stai spiegando tecnicamente perché la borghesia è allo sbando…

Non ci possiamo aspettare che gli imprenditori ci aiutino ad uscire dalla crisi. Quando gli investimenti privati scarseggiano occorrono gli investimenti pubblici che riagganciano le aspettative degli imprenditori e stimolano la domanda dei cittadini.

Questo ci porta in un tunnel sempre più lungo…

Ormai questa crisi è materialmente più lunga di quella del ‘29. Pochi se ne sono resi conto. Ovviamente, questo scenario che vale per tutti gli stati impatta sui vari scenari nazionali in modo diverso. Questa crisi sta ristrutturando tutto il sistema produttivo europeo. E vengo qui alla tua sollecitazione sulla Germania. Cosa è avvenuto? E’ avvenuto che la politica monetaria della Bce non funziona più. La riduzione dei tassi idi interesse paradossalmente aiuta i sistemi economici più forti, come quello tedesco. I tassi italiani sono il doppio di quelli tedeschi. La Germania trae un vantaggio comparato quando la Bce riduce i tassi. La situazione è diventata grave perché la Germania ha consolidato la sua struttura manifatturiera a scapito degli altri paesi. Dati alla mano ha sussunto tutta la produzione manifatturiera greca e un terzo di quella italiana, un pezzo di quella francese e di quella spagnola. Attraverso la politica dei bassi tassi la Bce ha di fatto costruito un oligopolio manifatturiero tedesco.

Nemmeno questo smuove i governi ad intervenire?

Facciamo finta che l’Unione europea decida di uscire da questa situazione prendendo atto che c’è un problema di domanda e di investimento. Permette, cioè, agli stati di spendere per uscire dalla crisi attraverso deficit spending che definiremmo buoni. Qual è lo svantaggio di questa operazione per i singoli stati? Hai domanda pubblica ma la soddisfazione di quella domanda è tutta tedesca perché la concentrazione manifatturiera è lì, e in Olanda e Finlandia. Quindi, per i paesi periferici è un gran dilemma perché non basta dire che serve la spesa pubblica. Il punto è riorganizzare la manifattura erodendo spazi che ora sono dei tedeschi, che detengono una polarizzazione della capacità di riprodurre reddito. Quindi l’Unione europea deve diventare uno strumento di politica economica vera, altrimenti non ne usciamo.

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