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FINESTRA INTERNAZIONALE. Lezioni dall’Argentina tra defualt e ripresa economica

A partire dai primi anni Novanta del Novecento proprio la parità peso-dollaro e il passaggio del sistema bancario nazionale in mani estere causarono la crisi, sfociata poi nel default. Di per se stessa, la parità non garantiva tassi di cambio stabili con le monete dei partner commerciali più importanti, Europa e Brasile, con la conseguenza che fluttuazioni dei tassi di cambio del peso con l’euro e il real, provocate da oscillazioni del valore del dollaro verso quelle valute, erano in grado di determinare alterazioni della posizione commerciale argentina. Infatti, quando il dollaro si apprezzò moltissimo sull’euro e il Brasile, contagiato dalla crisi finanziaria russa, svalutò il real, le esportazioni argentine, divenute troppo care in quei tradizionali mercati, persero competitività e il Paese entrò in recessione. Per fronteggiarla il governo ricorse alle classiche ricette liberiste: ridusse la spesa pubblica per conquistare la solita fiducia degli investitori, con l’inevitabile aggravamento della situazione - questa sì è una lezione da tenere a mente - e limitò i prelievi bancari, una misura, il c.d. corralito, che, chiamata a contrastare la conversione del peso in dollari e la fuga dei capitali all’estero, diede origine alla rumorosa protesta delle donne che percuotevano le pentole, il mitico cacerolazo, presto, però, degenerato in violenze e saccheggi dei beni soprattutto delle multinazionali ritenute responsabili della situazione, nello stato d’assedio, in scontri sanguinosi dei manifestanti con la polizia e nella fuga del presidente De la Rua il 21 dicembre 2001. Nello stesso periodo, in certe province si tentò di rianimare l’economia con l’introduzione di monete locali che affiancavano il peso e alcune di queste ebbero nomi molto evocativi come il Patacón della provincia di Buenos Aires. Da parte loro, le banche estere operanti nel Paese fecero la loro parte nell’aggravare la situazione e anche questo insegna qualcosa, cioè che la globalizzazione senza regole è una iattura per i popoli che la subiscono. Le banche straniere prestano più volentieri ai loro tradizionali clienti, sui quali possiedono tutte le informazioni, ma sono in genere assi poco disponibili a concedere il credito necessario per la crescita locale o sostenere le imprese in momenti di difficoltà, com’è accaduto, appunto, in Argentina. Quando una banca, poniamo, statunitense, innervosita dallo stato delle cose, chiedeva a un cliente argentino la restituzione del prestito nominato in dollari, costui si recava presso una banca argentina, cambiava i suoi peso in dollari ed estingueva il debito. Ma a quel punto, la banca nazionale doveva reintegrare le proprie riserve e quindi chiedeva la restituzione del prestito concesso a un altro cliente, che ritirava la somma necessaria magari da un’altra banca, mettendola nella condizione di agire nella stessa maniera con un terzo cliente e così via. In altre parole, come ha sottolineato Krugman, ogni dollaro di riduzione di credito a New York comportò la riduzione di diversi peso di credito in Argentina. Nell’ultima settimana del 2001 il nuovo presidente Rodriguez Saà dichiarò di non essere in grado di mantenere la parità. Il valore del peso crollò in pochi giorni fino a 30 centesimi di dollaro. Nel gennaio 2002 il governo dichiarò il default, il più grande della storia, una misura accolta immediatamente con grande entusiasmo da quanti esaltavano il recupero dell’indipendenza nazionale nella gestione dell’economia. Ma le conseguenze di questa scelta furono assai severe, soprattutto per i ceti popolari. I cittadini e le imprese che si erano indebitati in dollari, si trovarono nell’impossibilità di ripagare un debito divenuto esorbitante. L’economia si bloccò. Il Pil scese del 4% nel 2001 e del 18% nel 2002. La disoccupazione raggiunse picchi inusuali per un paese tradizionalmente aperto alla forza lavoro proveniente da ogni parte del mondo e ancora nel 2007 era pari quasi al 10%. Il ceto medio fu rovinato dall’inflazione che gli era impossibile recuperare. Per circa quattro anni l’Argentina fu trattata da pariah nei mercati internazionali ed ancora oggi, a situazione nettamente migliorata, paga un 10% in più d’interesse rispetto a paesi nella medesima situazione economica. Tuttavia, e questo è un dato assolutamente centrale e non riproducibile da chi volesse seguire oggi in Europa la strada del default, le esportazioni di commodities alimentari ebbero una straordinaria impennati e determinarono, in breve tempo, un sostanziale miglioramento della situazione. Più che alla svalutazione del peso, il balzo delle esportazioni di prodotti alimentari, specialmente della soia, fu dovuto alla crescita della domanda proveniente soprattutto dalla Cina e consentì di incamerare una ingente quantità di valuta anche grazie allo straordinario aumento dei prezzi provocato dalla riduzione della superficie mondiale coltivabile, a sua volta causata dal fatto che molti terreni erano stati destinati allo sfruttamento delle energie alternative. Nel 2005, quando un consistente e crescente avanzo fiscale lo rese possibile, il presidente Nestor Kirchner, avviò, tra pressioni di ogni genere dei creditori delusi, la ristrutturazione del debito. Il 76% dell’esposizione fu sostituita da una nuova emissione di titoli tale per cui per ogni dollaro di debito precedente fu ridotto a 25 o 35 centesimi. In questo scenario, è rimarchevole che il Fmi non venne trattato da creditore privilegiato in coerenza con l’idea che tale organismo dovesse recuperare la sua originaria funzione di fornitore di fondi per lo sviluppo, smettendo le vesti del prestatore esoso. Approvato il piano di ristrutturazione, sia pure tra molte cautele e recriminazioni, non del tutto sopite neanche ai nostri giorni, la politica economica del governo ha puntato, fino ad oggi, su controlli e restrizioni per impedire agli investimenti speculativi a breve termine di destabilizzare il mercato finanziario; su un rigoroso e, secondo molti, asfissiante controllo dei movimenti di capitali legati alle transazioni commerciali internazionali; su una strategia industriale mirante a sostituire le importazioni con prodotti nazionali e favorita da politiche creditizie espansive verso le imprese; sulla valorizzazione delle imprese autogestite da lavoratori, nate durante la crisi e sfuggite al tentativo dei proprietari di riappropriarsene con ogni mezzo; sulla creazione di fondi destinati alla spesa sociale, che molti, però accusano l’attuale governo di Cristina Kirchner di usare in maniera clientelare per conquistare il consenso delle classi meno abbienti. In definitiva, dal 2003 ad oggi l’economia, trainata dalle esportazioni di prodotti agricoli, ha conosciuto una rapida crescita. Il debito verso il Fmi è stato saldato per intero e si tenta di ristrutturare anche il rimanente 24% rimasto bloccato. I salari sono aumentati del 17% annuo. Gli investitori stranieri hanno ripreso a investire, spesso persuasi da missioni diplomatiche incaricate di smussarne le persistenti diffidenze. Tuttavia, esistono diverse tensioni sociali, retaggio anche del recente passato. La distribuzione della ricchezza è rimasta squilibrata: il 10% della popolazione ha un reddito 31 volte maggiore del 10% più povero, anche se si tratta di una disparità minore di quella che si registra in altri paesi latino-americani. I produttori di commodities alimentari sono insofferenti verso le restrizioni al commercio e il controllo dei capitali e hanno col governo un rapporto spesso ambiguo: poiché non possono esportare sul mercato libero prima che la domanda interna sia stata soddisfatta, a volte comprano derrate sul mercato regolamentato e le rivendono a prezzo maggiorato su quello libero, ma poi si rifiutano di pagare tasse ulteriori per queste manovre speculative. Dal momento che l’inflazione si mantiene abbastanza alta e la fiducia degli stessi argentini verso il peso vacilla, molti tentano di cambiare la moneta nazionale in dollari e in euro, inducendo il governo a contrastare con ogni mezzo questo andazzo, il che peraltro genera una diffusa corruzione e una spiccata tendenza alle truffe, specie nella città di Buenos Aires, in danno degli stranieri cui spesso vengono rifilati peso falsi. Insomma, la società non è ancora stabile e socialmente equilibrata nonostante la rinascita dell’economia, che, merita di essere ancora una volta sottolineato, non è stata conseguenza diretta della scelta di dichiarare default, ma, essenzialmente della particolare e privilegiata posizione del Paese sul mercato delle commodities alimentari.
(2-fine)

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