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Crisi, i sogni di Monti e gli incubi dell’Italia

Prima della crisi politica che ha coinvolto Passera e il Pdl con il conseguente rischio per la tenuta della maggioranza, il Presidente Monti stava cominciando ad assaporare sogni di gloria. Ad inizio settimana infatti lo spread era sceso sotto quota 300 per la prima volta dall’inizio della crisi. Quale miglior statistica per confermare il successo del governo dei tecnici che era entrato in carica proprio quando i tassi di interesse stavano andando alle stelle, mettendo a rischio la sostenibilità del debito italiano? Monti si era fatto scappare che se si fosse raggiunta quota 287 (la metà dello spread registrato quando entrò  a Palazzo Chigi) si sarebbe potuto ritenere soddisfatto – il bilancio del governo è stato dunque positivo. Lo spread in calo è una buona notizia, non ci sono dubbi – meno soldi degli italiani saranno usati per pagare gli interessi sul debito. Tutto questo, secondo Monti e larga parte della stampa nazionale, giustificherebbe tutti i sacrifici e tutte le riforme fatte. In fondo bisognava salvare il paese dalla bancarotta, a qualsiasi costo. L’alternativa era nientemeno che la Grecia – cosa che ovviamente nessuno, neanche il più strenuo oppositore di Monti, potrebbe augurarsi. Peccato che Monti non abbia nessun merito sul calo dello spread e basta dare una occhiata all’andamento dei tassi nell’ultimo anno per rendersene conto. Dopo un iniziale calo in concomitanza col varo del nuovo governo, i tassi di interesse si alzarono (sopra il 7%) drasticamente proprio in concomitanza col “salva Italia” che doveva dare un segnale forte ai mercati. Scesero poi tra Gennaio e Febbraio 2012 – non certo solo in Italia, ma in Spagna in maniera quasi eguale – quando Draghi iniettò liquidità sui mercati e rifinanziò le banche che prendendo in prestito all’1% dalla Bce reinvestirono al 6/7% nei titoli di Stato. In sostanza l’aumento della liquidità rafforzò la domanda facendo calare il prezzo dei titoli.

Poi i tassi di interesse cominciarono a risalire proprio quando in Parlamento si discuteva la riforma del lavoro ritornando stabilmente sopra il 6% in estate. Un forte calo lo si ebbe solo a Settembre quando Draghi, nuovamente, dichiarò che la Bce avrebbe salvato l’euro a qualsiasi costo mentre la Ue metteva finalmente in funzione i meccanismi di salvataggio (Efsf e Esm) per il debito pubblico dei paesi più in difficoltà. La fiducia dei mercati era stata conquistata grazie alle garanzie fornite da Bce e dalla Ue. Guardando l’andamento dei mercati finanziari potremmo dunque dire che le riforme del governo Monti non solo non hanno convinto nessuno ma sono state giudicate negativamente dagli operatori che hanno scommesso contro l’Italia ogni volta che l’esecutivo varava le sue cosiddette riforme strutturali. In realtà i mercati sono stati pressoché indifferenti alle politiche pubbliche italiane e si sono concentrati sulle mosse a livello europeo, ed è stato un altro Mario, non Monti ma Draghi, ad intervenire in maniera decisiva.

Dunque il governo non ha avuto nessun ruolo nell’abbassare lo spread e nel guadagnare la fiducia dei mercati. Ma almeno avrà rimesso a posto i conti disastrati dello Stato, rimettendo sulla retta via l’economa italiana, anche se questo pur sempre a costi altissimi. Ed invece no! Il deficit di quest’anno sarà ancora molto alto, intorno al 2,6% del Pil mentre anche il prossimo anno le stime più ottimiste (che vengono normalmente ritoccate in seguito) parlano di defict all’1,8% del Pil – mentre il governo Monti si era dato l’obiettivo dello 0,5%. Il motivo? Una crescita minore a quella inizialmente prevista – in altre parole il fallimento delle politiche pubbliche e della cosiddetta austerity che ormai viene apertamente contestata anche dal Fondo Monetario Internazionale. Il governo italiano, come per altro praticamente tutti i governi dell’Eurozona, ha clamorosamente sottovalutato l’impatto dei tagli di spesa sulla crescita economica col bel risultato che l’economia reale si contrarrà quest’anno almeno dell’1,9% ed il prossimo dello 0,3%. Di conseguenza ci si ritrova ora in quella condizione che avevamo denunciato già da tempo: più forti i tagli di spesa, più alto il deficit a causa della recessione o del rallentamento della crescita che diminuisce le entrate. E naturalmente il debito, il grande spauracchio della nostra economia, è in continua salita: era il 120,1% nel 2011, sarà il 125,6% del Pil alla fine di quest’anno (grazie al combinato recessione più deficit in aumento) ed il 126,4% nel 2013. E, secondo le stime del Fondo Monetario, solo nel 2017 si tornerà ai livelli del 2011, attorno al 120%. Intanto la disoccupazione è in aumento, gli scoraggiati (che spesso non rientrano nelle statistiche) sono al massimo storico, oltre 1 giovane su 3 è senza lavoro. E la produzione industriale è regredita a livelli simili a quella di fine anni 80. Si tratta di un bilancio, con ogni evidenza, fallimentare. E’ giunta l’ora di cambiare, cambiare si può, cambiare si deve.

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