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Emiliano Brancaccio: "Perché l'austerità è di destra"

“L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa”, (Il Saggiatore, pp.152, 13 euro) è la recentissima pubblicazione di Emiliano Brancaccio e Marco passerella, attraverso cui gli autori provano a dare una lettura estremamente critica di come l’Italia e di fatto l’Europa stiano affrontando la crisi attuale. Ad Emiliano Brancaccio, economista di formazione marxista, chiediamo intanto le ragioni di questo titolo.

«“L’austerità è di destra” vuole essere innanzitutto un monito per la sinistra. Le politiche di austerità sono state infatti praticate da governi di destra, di sinistra ed anche da governi tecnici sostenuti da ampie maggioranze, ma i dati mettono in luce che esse sono sistematicamente ricadute sulle spalle dei lavoratori subordinati e dei gruppi sociali più disagiati. Contrariamente a quel che si dice, queste politiche  non hanno mai intaccato gli sprechi e i privilegi. Basti pensare che i costi della cosiddetta “casta” sono aumentati proprio nei periodi di massimo avanzo primario, ovvero di eccesso di prelievo fiscale rispetto alla spesa pubblica al netto degli interessi. Ma quello che conta di più, per chiarire il contenuto del nostro libro, è il sottotitolo. Noi affermiamo infatti che l’austerità “sta distruggendo l’Europa”, perché invece di risanare i bilanci tende a deteriorarli. Per capire questo aspetto, occorre comprendere che il funzionamento di una economia nazionale e i conti di un intero stato non possono mai essere equiparati al funzionamento di una economia familiare. Una famiglia che “stringe la cinghia” vedrà migliorare il proprio bilancio, ma uno Stato che contrae le spese e aumenta le entrate fiscali ridurrà la capacità complessiva di imprese e famiglie, farà quindi cadere la produzione e l’occupazione e provocherà una caduta dei redditi che renderà ancor più difficile il rimborso dei debiti, non solo pubblici ma anche privati. La crisi che ne consegue finirà a un certo punto per costringere i paesi più deboli dell’Unione a uscire dalla zona euro per riconquistare almeno il controllo della moneta».


E a livello mondiale? E’ possibile individuare un volano dello sviluppo al di fuori dell’Europa?


«A questo riguardo, il Financial Times e molti altri hanno recentemente evocato la possibilità che la Cina ci salvi. Vorrebbero cioè che la Cina si disponesse ad acquistare di più dal resto del mondo, come gli Stati Uniti hanno fatto per tanto tempo. Nel nostro libro tuttavia cerchiamo di spiegare che ciò non accadrà. La Cina è infatti in posizione di sistematico avanzo commerciale, ha cioè un eccesso di esportazioni rispetto alle importazioni. Questo significa che i cinesi sono disponibili a comperare merci dall’estero solo se vendono in misura maggiore le proprie. Uno dei motivi per cui la Cina non rinuncia ai propri avanzi commerciali è legata al fatto che quel paese non emette una moneta di riserva mondiale, per cui se si trovasse in sistematico disavanzo verso l’estero potrebbe diventare preda di manovre speculative. La “Cina locomotiva” è dunque una idea illogica e peregrina. Solo una riforma del sistema monetario internazionale potrebbe indurre i cinesi a ridurre il proprio surplus verso l’estero, ma al momento di una tale riforma non si vede nemmeno l’ombra».


Tornando all’Italia, dopo la controriforma del mercato del lavoro, le manovre sulle pensioni, le nuove imposte, adesso il governo annuncia tagli agli sprechi. Hanno un senso e possono produrre risultati?


«In linea di principio, uno spostamento di risorse pubbliche dai settori parassitari e di rendita verso i settori produttivi capaci di creare beni collettivi, sarebbe ovviamente auspicabile. Ma l’attuale politica dei tagli non sembra riflettere una reale volontà di riorganizzazione virtuosa del bilancio statale. Piuttosto, essa sembra essere la risultante di una nefanda decisione del governo Monti, quella di assumere il vincolo di pareggio di bilancio pubblico già nel 2013. Il parlamento ha avvalorato questo vincolo arrivando addirittura a costituzionalizzarlo. Questa decisione è logicamente insulsa, e rischia di provocare una depressione economica di lungo periodo. Oltretutto tale decisione non sembra avere nemmeno un senso politico. Al limite, il pareggio di bilancio statale avrebbe avuto un minimo di logica se fosse stato scambiato con una espansione del bilancio pubblico europeo. Nelle trattative in sede europea, invece, Monti ha ceduto completamente sul pareggio di bilancio a livello nazionale e non ha ottenuto nulla sul bilancio europeo. Questo risultato dovrebbe fare riflettere, poiché il governo in carica era stato originariamente accolto proprio in virtù della credibilità e autorevolezza che si sperava potesse avere in sede europea».


A noi profani sembra di cogliere nel governo Monti elementi di grave superficialità di azione.

«In effetti, benché vari esponenti dell’attuale governo abbiano un pedigree e un curriculum di alto rango, sembrano sussistere nella loro azione molti elementi di improvvisazione. Faccio un esempio relativo alla riforma mercato del lavoro. Mario Monti ed Elsa Fornero sanno bene che la riduzione delle tutele contro i licenziamenti non produrrà alcun effetto sull’occupazione. Le ricerche empiriche effettuate anche dall’ Ocse e dal Fmi ci dicono da anni che la riduzione delle tutele non accresce l’occupazione e non riduce la disoccupazione. Eppure i professori al governo continuano a ripetere la litania secondo cui più flessibilità significherebbe più occupazione. Questo mi sembra un esempio tipico di come i cosiddetti “tecnici” contraddicano la loro presunta obiettività scientifica, giustificando gli interventi adottati con argomentazioni che essi stessi sanno esser fallaci».

Un cambiamento politico in un Paese che conta in Europa come la Francia potrebbe determinare una svolta anche per il resto d’Europa?

«Ho partecipato qualche settimana fa ad una conferenza a Parigi organizzata dalle fondazioni vicine ai partiti socialisti e democratici europei che sostenevano la candidatura di Hollande alle presidenziali francesi. In quella sede abbiamo discusso di varie questioni, tra cui la proposta di “standard salariale europeo” che descriviamo nel nostro libro, e che mira a interrompere la gara al ribasso dei salari che sta frantumando gli equilibri europei. Ebbene, mentre gli esponenti francesi, spagnoli e italiani sembravano fortemente intenzionati a discutere di tali proposte di riforma, fra i tedeschi si avvertiva una resistenza al cambiamento che mi ha fatto riflettere. E parlo di esponenti della Spd, non certo della Cdu della Merkel. Questa resistenza tedesca è un problema enorme. Ecco perché nel nostro libro affermiamo che l’unico modo per poter indurre i tedeschi a mostrarsi più disponibili verso la cooperazione europea sia di segnalare che se salta la moneta unica rischia di saltare anche il mercato unico. I paesi periferici dell’Unione monetaria potrebbero cioè non soltanto abbandonare la zona euro, ma potrebbero anche vedersi costretti a mettere in discussione la libera circolazione dei capitali e delle merci su cui la Germania ha fondato per anni il proprio regime di sviluppo. L’esplicita evocazione di questo rischio potrebbe rappresentare l’ultima chance per salvare l’unità europea. Un cambiamento del quadro in Francia non basta, debbono prodursi modifiche sostanziali in Germania».

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