Mercoledì 26 Novembre 2014 - Ultimo aggiornamento 23:27
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Affitti, da Imu e cedolare un aumento del 20% a carico degli inquilini
Prima gli incrementi dell'Imu, adesso le maggiorazioni previste nel ddl sul lavoro per quei proprietari di immobili che non applicano la cedolare secca. Una doppia stangata indirizzata verso la rendita immobiliare ma che rischia di riversarsi sugli inquilini in affitto con una stima degli aumenti dei canoni intorno al 20%. È l'allarme lanciato dalla Cgil e dal Sunia passando in rassegna infatti gli effetti delle recenti misure di tassazione sulla casa, soprattutto per quanto riguarda famiglie in affitto con bassi redditi.

Secondo il sindacato, infatti, l'Imu per le seconde case, in assenza di una differenziazione per quelle date in affitto, vede aumenti che superano il 100% rispetto alla vecchia Ici, "con il rischio serio che questi si riflettano sugli inquilini", denunciano Cgil e Sunia. Calcola il sindacato - secondo una parametro di riferimento medio dato da un'abitazione di circa 80 mq e ubicata in zona semicentrale - che a Roma, ad esempio, nel canale libero l'incremento è del 142%: si passa infatti da una vecchia Ici pari a 892 euro alla nuova Imu di 2.161, a fronte di un affitto mensile medio di 1.250 euro. Per quanto riguarda Milano, invece, l'aumento dell'Imu è addirittura del 207% per un totale di 1.958 euro e con un affitto medio mensile di 1.100 euro. A Bologna siamo al 198%, con un Imu pari a 1.915 euro a fronte di un affitto medio di 950 euro, mentre a Palermo si registra un +119% per un Imu pari a 834 euro rispetto ad un affitto medio di 550 euro.

Le simulazioni condotte dalla Cgil e dal Sunia della nuova Imu registrano quindi aumenti sull'Ici sempre superiori al 100%, e ancor maggiori per le abitazioni affittate a canone concordato, dato che con l'Ici molti comuni avevano applicato aliquote ridotte rispetto a quelle ordinarie per rendere il canale concordato più appetibile per i proprietari (a Bologna era addirittura pari a zero). Passando in rassegna le aliquote, per quanto riguarda le seconde case affittate a canale libero passano da 7 a 10,6 a Roma, da 5 a 9,6 a Milano, da 7 a 9,9 a Firenze, da 5,7 a 10,6 a Bologna, da 7 a 9,6 a Palermo, da 6,9 a 10,6 a Catania, da 7 a 10,7 a Genova, da 6 a 10 a Torino. Mentre per le seconde case affittate a canale concordato le aliquote passano da 4,6 a 10,6 a Roma, da 4 a 4,6 a Milano, da 6 a 7,6 a Firenze, da 0 a 7,6 a Bologna, da 3,8 a 9,6 a Palermo, da 6,5 a 10,6 a Catania, da 2 a 10,6 a Genova, da 1 a 4 a Torino.

Ma se la stangata dell'Imu è stata messa in conto, non lo era la norma contenuta nel ddl di Riforma del mercato del lavoro a copertura di parte delle spese del provvedimento. Per quei proprietari di immobili che non applicano la cedolare si riduce, infatti, dal 15 a 5% lo sconto forfait previsto per chi dichiara con l'Irpef i redditi derivanti dalla locazione di immobili. Di fatto l'imponibile su cui si paga l'imposta aumenta di 10 punti percentuali, pari a un incremento che la Cgil e Sunia calcolano sia pari a un aggravio per i proprietari di circa 450 euro l'anno. Una cifra, spiega il sindacato, "che colpisce l'anello più debole della catena, ovvero quei proprietari con redditi più bassi che non vedono convenienza nell'optare per la cedolare secca con aliquote ridotte". Ecco perchè, sostiene il sindacato, unendo le due misure, e senza considerare gli incrementi delle addizionali comunali e regionali, la maggiore tassazione sugli appartamenti affittati può, in assenza di misure indispensabili per tutelare quagli inquilini che non hanno la possibilità di negoziare i canoni, incidere con aumenti stimati attorno al 20% sui canoni.