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Europa, è l'ora dello sviluppo

Intervista ad Alberto Quadrio Curzio, docente della Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia dei Lincei: "Contro la recessione la modifica del Fiscal Compact non basta, bisogna cambiare l’Esm ed emettere eurobond".

L'approvazione del Meccanismo europeo di stabilità (Esm), entro fine giugno, e del Patto di bilancio o Fiscal Compact, entro fine 2012, devono passare per le assemblee elettive di tutti i paesi di Eurolandia. Per questo ci si chiede se in vista delle diverse tornate elettorali che coinvolgeranno a breve la Francia, dopo la vittoria di Hollande alle presidenziali, e l’Olanda, e a metà 2013 la Germania e l’Italia, si riuscirà a modificare questi trattati per invertire la fase di recessione che coinvolge quasi tutti i paesi dell’Unione monetaria. Rassegna ne parla con Alberto Quadrio Curzio, professore emerito dell’Università Cattolica di Milano e vice presidente dell’Accademia nazionale dei Lincei. 


Rassegna È possibile che i trattati verranno ripensati? 

Quadrio Curzio In realtà oggi sono in cantiere ben tre ratifiche da parte degli stati nazionali della Ue a 27 e della Uem a 17. Sono la modifica dell’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, necessario a consentire il varo del Trattato sullo European Stability Mechanism (Esm), la ratifica dello stesso Esm che vara in modo permanente il cosiddetto “Fondo salva stati”, e il Trattato del Fiscal Compact. Poiché François Hollande si è espresso più volte a favore degli eurobond, sarebbe l’occasione ideale per modificare assieme i due trattati, finalizzandoli al rilancio della crescita. Si tratterebbe cioè di trasformare la finalità dello Esm da ente di soccorso a Fondo di sviluppo europeo o Fondo finanziario europeo (come l’abbiamo chiamato Prodi e io) per emettere eurobond finalizzati agli investimenti e allo sviluppo. Invece, a mio avviso, la sola modifica del Fiscal Compact per rendere meno rigide e cogenti le norme sui bilanci potrebbe essere utile ma non sufficiente perché spostare in avanti nel tempo i pareggi di bilancio – cosa peraltro opportuna – non garantisce in alcun modo il rilancio della crescita. 

Rassegna Ma quali sono le probabilità concrete che questo avvenga? 

Quadro Curzio La Francia, come del resto anche l’Italia, ha in mano un potere di veto sul Trattato Esm, perché il suo varo richiede che almeno il 90 per cento dei sottoscrittori di capitale lo approvi, ma non ha un potere di veto sul Fiscal Compact che deve essere sottoscritto da almeno dodici paesi su diciassette. Per quest’ultimo trattato ho l’impressione che la sua approvazione, così com’è, non sia poi così certa. Infatti in Olanda la decisione spetterà al nuovo governo, in Francia è dubbia, e rimane poi l’incognita del referendum irlandese. Però, ripeto, di per sé la mancata ratifica del Fiscal Compact senza le modifiche al Fondo salva stati, cui accennavo prima, non porterebbe a risultati rilevanti sotto il profilo della crescita e dell’occupazione. 

Rassegna L’unico paese che sembra essersi avvantaggiato della politica europea, almeno finora, è la Germania. Ritiene che una delle ragioni risieda nella dinamica della produttività del lavoro tedesca, che è superiore a quella dei salari interni, rendendo per questa via più competitivi i suoi prodotti sul mercato europeo? È possibile ipotizzare che anche le politiche salariali dei paesi dell’Unione monetaria vengano armonizzate in modo da essere coerenti con gli andamenti della produttività del lavoro?

Quadro Curzio Io vedo due grossi vantaggi che la Germania ha capitalizzato dall’inizio dell’euro. Il primo consiste nel fatto che le esportazioni tedesche verso l’area euro sono state enormemente facilitate dalla moneta unica, non essendoci più svalutazioni competitive da parte degli altri stati. Taluno obietta che la Germania esporta anche verso la Cina, ma la quota di queste esportazioni non è neanche equivalente a quella verso la Spagna. Un secondo grande vantaggio, più recente, è dovuto all’afflusso di capitali europei verso i titoli di stato tedeschi, determinato dal timore di un crollo dei titoli di stato dei paesi periferici. Così i tassi d’interesse che la Germania paga sui propri titoli sono in termini reali, dedotta cioè l’inflazione, prossimi allo zero producendo un indubbio vantaggio alla sua finanza pubblica. 

Rassegna Questo effetto, però, è frutto delle politiche di bilancio degli altri stati e dunque non può essere addebitato alla Germania. 

Quadro Curzio Certo, ma in un contesto di solidarietà europea bisognerebbe anche tener conto del vantaggio derivante dall’afflusso di capitali provenienti da diversi paesi dell’Unione monetaria. Il terzo punto, da lei richiamato, riguarda la correlazione tra salari e produttività a livello di Eurolandia. Difficile realizzarla nel breve termine. La Germania, mantiene questo vantaggio competitivo anche perché utilizza componenti di altri paesi tra cui l’Italia. Dovrebbe allora, con il suo surplus commerciale, aumentare la domanda interna e non puntare solo sulle esportazioni. 

Rassegna In che modo, dopo la vittoria di François Hollande alla presidenza francese, è possibile concretizzare quel patto per la crescita che a parole tutti dicono di voler attuare? 

Quadrio Curzio Partiamo da una premessa. In questo momento in Europa la governance comunitaria si è molto indebolita mentre le grandi scelte vengono prese dal consiglio dei capi di stato e di governo dei paesi di Eurolandia. Si tratta di una situazione discutibile perché la via verso gli stati uniti d’Europa è necessariamente comunitaria. Ma, così stando le cose, c’è da chiedersi se gli organismi dell’Europa comunitaria, cioè la Commissione e il parlamento avrebbero poteri sufficienti per finalizzare anche il metodo intergovernativo che, nel bene o nel male, è dominata dalla Germania. La mia risposta è che in questo momento l’Europa comunitaria non ha questi poteri. La Commissione europea, se tutto va bene, nel prossimo settennato 2014-2020 avrà un potere di spesa annuale equivalente grosso modo all’uno per cento del prodotto interno lordo degli stati europei, cioè 140 miliardi di euro all’anno, per di più vincolati per il 40 per cento al sostegno dell’agricoltura. Se vogliamo andare verso uno stato federale, l’entità delle entrate e delle spese facenti capo al centro federale dovrebbe aggirarsi attorno al 20 o al 30 per cento del totale. Di fatto, oggi, Commissione e parlamento hanno in mano solo il potere normativo, che può anche essere eluso dagli stati membri, ma non quello relativo alle entrate e alle spese. È evidentemente un potere debole soprattutto in un momento di crisi. 

Rassegna Dunque non rimane che provare a condizionare le Germania? C’è chi dice che la politica del cancelliere Merkel sia finalizzata a togliere spazio a movimenti populistici e nazionalistici che potrebbero rafforzarsi alla sua destra, movimenti che difatti in Germania hanno meno peso che altrove. 

Quadrio Curzio Certo, in una fase intergovernativa, il problema è come si possa condizionare, bilanciare oppure aiutare (come lei osserva a proposito dei rischi di movimenti populistici) la Germania. Penso che nella nuova situazione politica che si è venuta a creare sarebbe molto importante che i paesi forti dell’Europa, vale a dire Italia, Francia e forse anche Spagna, mantenessero una linea di indipendenza costruttiva rispetto alla Germania anziché accodarsi alla sua linea politica. Finora questa strategia non è stata possibile per effetto della convergenza francotedesca messa in atto da questi due paesi che, assieme, hanno circa il 50 per cento del prodotto interno dell’Europa monetaria. 

Rassegna Una strategia politica di questo tipo potrebbe offrire una buona sponda anche per quelle forze politiche che in Germania sono orientate verso una solidarietà europeista, come il partito socialdemocratico? 

Quadro Curzio Sicuramente, e questa visione si manifesta non solo nella Spd ma anche in alcune correnti fortemente europeiste interne ai cristiano democratici. Ad esempio, al congresso della Cdu il ministro del Lavoro, Ursula Von Der Leyen, ha ripreso favorevolmente la proposta di Euro Union Bond formulata da Prodi e da me nell’agosto scorso. Come si ricorderà (vedi Rassegna, n. 4, 2012, ndr), la novità della proposta sta nella costituzione di un Fondo finanziario europeo cui viene conferito (e non solo garantito) un capitale reale da parte degli stati dell’Unione monetaria nelle stesse proporzioni che essi hanno nella Bce. Esso sarebbe costituito dalle riserve auree del sistema europeo delle banche centrali (per un valore di 450 miliardi di euro), e da beni patrimoniali reali e reddituali (obbligazioni e azioni) di società pubbliche, o partecipate, che operano su servizi a rete come elettricità, trasporti ferroviari, acquedotti, porti, telecomunicazioni. In questo modo, oltre a svolgere un’azione che va nel senso della ripresa, si otterrebbe, con l’unificazione del sistema delle reti europee, la formazione di gruppi industriali capaci di realizzare enormi vantaggi in termini di efficienza e di concorrenzialità sul mercato globale. Se l’Europa non punta a una solidarietà creativa che confermi la sua civiltà, valorizzi le giovani generazioni, abbia un orizzonte sul lungo periodo, finirà per declinare. È allora anche la geoeconomia avrà perso un polo di stabilità. 


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