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100 miliardi di corsa a Madrid

Cento miliardi di euro per le banche spagnole, un intervento pari al 9% del pil del paese, ma con delle «condizioni»: Madrid dovrà risanare, in fretta, il sistema bancario, strozzato dall’esplosione della bolla immobiliare, cinque anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria. La Spagna è il quarto paese costretto a chiedere aiuto ai partner, dopo Grecia, Irlanda e Portogallo. Fino all’ultimo, il primo ministro conservatore, Mariano Rajoy, ha fatto resistenza, perché voleva gli aiuti ma non ne accettava le condizioni, in un paese già soffocato dalle misure di austerità e dove la disoccupazione sta terremotando la società.
Ma per i ministri delle finanze della zona euro, riuniti ieri pomeriggio in una videoconferenza a cui ha partecipato anche Christine Lagarde dell’Fmi, c’è fretta. «Ci vuole una soluzione rapida» ha detto Jean-Claude Juncker, presidente dell’Eurogruppo. Una decisione andava comunque presa prima del voto greco, domenica 17, per limitare i rischi di contagio in caso di caos politico ad Atene. Moody’s aveva messo in guardia, venerdì: «Il problema bancario della Spagna è ampiamente specifico e non dovrebbe rappresentare una fonte importante di contagio verso altri paesi della zona euro, fatta eccezione per l’Italia».
Di conseguenza, la necessità di tamponare la frana bancaria spagnola, per evitare il contagio all’Italia in caso di caos greco. La Spagna è la quarta economia europea, il governo Rajoy ha tentato fino all’ultimo di evitare di essere messo sotto tutela. Ma il rischio di conseguenze sull’Italia, la terza economia, ha fatto aumentare la pressione su Madrid. In un’intervista che esce oggi su Welt am Sontag, il presidente della Bundesbank, Jens Weidman, afferma: «La Spagna non può avere come obiettivo di evitare l’aiuto esterno ad ogni costo. È un brutto modo di procedere, aspettare l’intervento delle banche centrali per evitare di far fronte ad esigenze» imposte dall’esterno. Per Lagarde, «quel che mina oggi gli sforzi per conservare l’euro sono le incertezze e i dubbi sulla visione a lungo termine degli uomini politici e sulla perennità della zona euro».
I partner sono stati negativamente sopresi dall’improvvisazione del salvataggio di Bankia, fatto dal governo spagnolo senza rivolgersi all’esterno. Barack Obama, sempre più preoccupato dalla crisi europea, è intervenuto venerdì, chiedendo di «agire il più in fretta possibile per iniettare capitali nelle banche in difficoltà». Rajoy aveva temporeggiato, prendendo a pretesto il rapporto dell’Fmi, che doveva arrivare domani, lunedì: ma da Washington, la stima è stata anticipata alla notte tra venerdì e sabato. Secondo l’Fmi, le banche spagnole hanno bisogno di almeno 40 miliardi. Per risanare il sistema di vuole una volta e mezza di più: di qui i 100 miliardi, cifra estrema, mentre ancora ieri mattina il primo ministro svedese, Fredrik Reinsfeldt aveva fatto riferimento a «un montante che potrebbe raggiungere gli 80 miliardi». L’agenzia di rating Fitch, che ha degradato di tre punti la Spagna, ha stimato il fabbisogno tra i 60 e i 100 miliardi. La Germania ha accettato di tenere le briglie lunghe sulla Spagna – a differenza della Grecia – e di chiedere un programma di risanamento ristretto al solo sistema bancario, «per non appesantire il fardello» spiegano a Bruxelles. L’aiuto dovrebbe arrivare attraverso il Fesf (il Fondo salva-stati, a cui a luglio dovrebbe succedere il Mes, il Meccanismo europeo di stabilità). L’entità dell’intervento per la Spagna potrebbe non essere una buona notizia per la Grecia. La zona euro mette dei parafulmini a Madrid, per meglio incassare la temuta implosione di Atene.

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