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Intervista a Roberto Romano. "Ecco come si ferma la speculazione"

Europa unita vuol dire anche una politica industriale quanto meno coordinata. E invece stiamo andando verso un modello piramidale dove ci sono paesi forti e paesi deboli. Siamo alla solita guerra tra capitalismi?

La guerra capitalistica è quella che si vede sui giornali. Non è che non ci sia una politica industriale in senso stretto. Laddove tu adotti una politica di bilancio in presenza di stati con una forte struttura industriale è chiaro che saranno questi ad essere avvantaggiati. Non ci vuole una grande scienza per formularlo. I vincoli di bilancio compresi quelli sull’inflazione, costringe i paesi deboli a fare da cornice, e il paese che di fatto ne beneficia è solo uno. I punti di partenza non sono uguali. E le rigorose politiche di bilancio non fanno che accentuare le differenze. Le specializzazioni di ognuno vengono fuori ma nello stesso tempo vengono via via risucchiate dal rigore. Per esempio, nei paesi che hanno una caratteristica manifatturiera o legata ai servizi accade che ci sia una forte concentrazione nella propria specializzazione. Manifatture e servizi quindi si riorganizzano in modo travesale rispetto ai vari peaesi. Li attraversano, letteralmente. Quindi vince chi ha più specializzazione.

Esattamente quello che è accaduto con la Germania

L’indusrtia manifatturiera tedesca ha sussunto tutti. La Francia lo ha fatto con i serizvizi. E intorno a queste aree si vanno costruendo delle piccole aree commerciali. I confini tra gli stati saltano completamente perché l’integrazione europea è innanzitutto l’integrazione dell’economia reale. Noi, invece, continuiamo ad immaginare la sostenibilità dell’area come sostenibilità dei conti e basta. In realtà, l’economia reale tende a concentrarsi nelle aree più forti. E se si osseva con maggiore attenzione si vede quandto ha ceduto l’Italia. Non solo l’auto ma anche macchine utensili. Mentre i tesdeschi si rafforzavano gli altri paesi si indebolivano e quindi da qui è partito l’attacco speculativo, che più che all’euro è ai differenziali tra i tassi di interesse.

Per uscire dal caos quindi si deve ripartire dalla politica, e non da un algoritmo…

Il problema, drammatico e serio, si può risolvere con pochissimi provvedimenti. Innanzituttto, una finanza omogenea a livello europeo. I tassi in Germania sono intorno al due e mezzo per cento. In Italia su cento euro si paga il sei e mezzo per cento. La stessa quantità di capitale pesa molto di più in Italia che in Germania. Il vantaggio finanziario ha fatto si che tutti gli altri sistemi cedessero quote in ragione del fatto che per questi era impossibile agganciare il differenziale.

La speculazione si può fermare quindi…

Non è dificile rompere questa morsa della speculazione. Tutti gli economisti convergono che per fermare la speculazione finanziaria la banca centrale deve divenatre prestatore di ultima istanza. Cioè comprare non sul mercato secondario ma all’emissione dei titoli da parte degli stati. Questa speculaione, sul debito dello Stato e delle banche, va fermata in se e per se. Fatta questa operazione, che è la prima che va fatta, occorrono in qualche modo azioni di livello comunitario capaci di rilanciare domanda effettiva e nella componente degli investimenti. Ogni singolo Stato non ce la può fare perché ha imbarcato debiti delle banche. Se la commissione eueropea diventasse soggetto istituzionale, grazie alle riserve aueree presso le banche centrali possono essere emessi titoli comunitari che hanno per finalità non quella, come dire, di finaziare il welfare state ma finanziare gli investimenti che ogni singolo Stato ritiene adeguati per stimolare domanda e produzione,.

E ci sarebbe il discorso dell’innovazione…

C’è un terzo passaggio da risolvere che è tra le pieghe. L’Unione europea relativamente alle politiche industriali è l’area economica più avanti a livello mondiale. Gli obiettivi che si è data a livello di nuove imprese ha un programma notevolissimo, da qui al duemilaventi. La green economy è l’asse portante sul quale ha fondato la sua politica industriale. Questo modello funziona a livello centrale ma non tutti i paesi sono attrezzati nellostesso modo. Perché mancano le infrastrutture, per esempio. Anche qui la Germania è avanti perché hanno usato il bilancio pubblico per le politiche di innovazione in questo settore. Il ruolo pubblico è riuscire a produrre una politica industriale non sul lato della domanda ma sulla generazione e strutturazione della ricerca pubblica su green economy elettronica e salute. E invece, in Italia è accaduto che sono stati erogati settanta miliardi di sostengo pubblico e ci sono stati venti miliardi di entrate. Noi diamo più soldi di quanti ne entrano perché abbiamo un tessuto produttivo con grandi società che combinano i diversi fattori e vendono pacchetti di installazione ma non producono.

Non ci capisce cosa vuol fare la Germania con l’Europa. Tu che idea ti sei fatto?

Alla Germania indiscutibilmente l’Europa così come è non le può andare più bene. Parlare di industrie oggi signifca parlare di Germania. La Germania ha bisogno di un mercato e di compratori, però. La domanda che ci facciamo tutti è se la Germania ha qualche interesse a far saltare l’euro. In realtà il problema vero è che le esportazioni tedesche con i paesi dell’area Brics e Russia non sono cresciute e quindi il mecato fuori dell’Europa non ce la fa a compensare l'eventuale perdita che deriverebbe dal default del mercato interno del Vecchio Continente. E non è detto che anche questa debolezza dei tedeschi non venga prima o poi sanzionata dai mercati. Devono fare quindi molta attenzione.

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