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Il vertice dell'Unione europea si conclude con un nuovo favore alla finanza.

L'EUFORIA DEI MERCANTI
Il vertice Ue si conclude con un nuovo favore alla finanza. Gli sbandierati  120 miliardi per la crescita dovevano comunque essere spesi. Serviranno a Hollande per giustificare a Parigi la sua resa sul fiscal compact. Monti, piccola novità, porta a casa il salva-spread. Le Borse brindano

ILLUSIONI E CONTORSIONI

Mario Pianta

 I (pochi) soldi nella pancia del «fondo salvastati» che passano per le mani della Banca centrale europea che finiscono nelle bocche affamate degli stati indebitati, mentre i soldi stampati (senza limiti) dalla Banca centrale vanno direttamente nelle tasche delle banche private. Lo stomaco vuoto dell'austerità che diventa un muscoloso «patto per la crescita e il lavoro», mentre i tagli alla spesa pubblica si trasfigurano in solide gambe della ripresa. L'effetto del Consiglio europeo chiuso ieri a Bruxelles è questo intreccio di contorsioni e di immagini illusorie. Un'Europa che si sforza di trasmettere l'immagine di «fare qualcosa» dentro la paralisi dell'assetto istituzionale europeo. Italia e Spagna saltano sui carboni ardenti dei tassi d'interesse record sul debito pubblico, la Francia corre verso il miraggio di una politica per la crescita, la Germania inamovibile che vuole diventare il sistema nervoso che controlla ogni movimento di questo stranissimo corpo europeo. Un vertice fatto di ricatti incrociati, sussulti d'orgoglio e affondo tedesco sul potere di controllo centrale sui conti dei paesi in difficoltà.

Solo su una cosa i paesi membri si muovono tutti insieme: la tutela della finanza. Da Bruxelles sono venute tutte misure che proteggono la speculazione, salvano le banche - a cominciare da quelle spagnole -, «rassicurano i mercati»; la tassa sulle transazioni finanziarie è ancora una volta rinviata: non si sa chi ci sta, quanto si tassa, quando entrerà in vigore. La politica ha rinunciato anche al più piccolo scontro con la finanza che le avrebbe dato un po' di tregua contro la speculazione.

Lo sforzo per uscire dalla recessione è illusorio, i 120 miliardi di euro sono soldi fittizi, il «patto per la crescita» serve soltanto al presidente francese Hollande per tornare a Parigi con una contropartita simbolica per la sua resa sul «fiscal compact» annunciata proprio ieri.

Inevitabile che queste complicate metamorfosi creino una crisi d'identità; di qui il rapporto sulla «Vera unione economica e monetaria» presentato dai quattro potenti d'Europa che dovrebbe diventare la corsia preferenziale per l'ennesima trasformazione dell'Europa, un animale che finirà per assomigliare ancora più ai mercati e meno alla democrazia. Che Mario Monti abbia ottenuto alcune di queste contorsioni è una piccola novità sulla scena europea. Che, passati i brindisi nelle Borse di ieri, queste avvicinino l'uscita dalla crisi è la più amara delle illusioni costruite a Bruxelles.

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Bruxelles

I leader europei hanno trovato un'intesa sulla ricapitalizzazione diretta degli istituti finanziari e sul ruolo dei fondi salva-Stato

Un altro Patto per le banche

Anna Maria Merlo

 Il vertice dell'Unione europea si conclude con un nuovo favore alla finanza. L'annunciato Patto per la crescita è in realtà un'illusione, mentre nulla è stato deciso per far fronte alla disoccupazione crescente

PARIGI

Angela Merkel pensa che «abbiamo realizzato qualcosa di importante, ma siamo rimasti fedeli alla nostra filosofia: nessuna prestazione senza contropartita. Restiamo completamente nello schema precedente: prestazione, contropartita, condizionalità e controllo». François Hollande, realista, parla di «compromesso per tutti» e si rallegra delle conclusioni, portando a casa il (ben misero) patto di crescita e la tassa sulle transazioni finanziarie «entro fine anno». Spagna e Italia tirano un respiro di sollievo. Le Borse confermano. Il presidente della Bce Mario Draghi si è detto «molto soddisfatto». Hannes Swoboda, capogruppo S&D dell'europarlamento brinda al «summit dell'addio a Merkozy». La notte dei lunghi coltelli tra giovedì e venerdì si è conclusa poco dopo le 5 del mattino, con un accordo nato con il forcipe tra i 17 membri della zona euro, riuniti in un vertice improvvisato nella notte su richiesta di Monti e Rajoy. I dettagli saranno decisi entro l'Eurogruppo del 9 luglio. Ma intanto Monti porta a casa l'intervento del meccanismo salva-stati per acquisire debito nei paesi in difficoltà, senza dover subire in contropartita l'automatismo di un programma di rigore, anche se Merkel non ha abbandonato del tutto l'idea di una gestione da parte della troika, per controllare che i beneficiari continuino a fare «i compiti a casa».

Monti spera che questo annuncio calmerà i mercati per non dover chiedere aiuto nell'immediato. Per l'Eurorgruppo del 9 dovrà venire definita la soglia di spread oltre la quale scatta l'intervento del Mes (250 punti? 300?). Sarà messo in atto un sistema simile a quello che esisteva con lo Sme, verrà fatto un uso più «elastico» dei fondi di aiuto, ha detto van Rompuy presidente del Consiglio Ue, cioè il Mes potrà comprare direttamente il debito degli stati in difficoltà.

La Spagna ottiene di tagliare il legame vizioso tra la ricapitalizzazione delle banche e l'aumento del debito pubblico. In cambio, Merkel ha imposto la supervisione delle banche, sotto la guida della Bce, che dovrà essere operativa entro fine anno. Hollande porta a casa il patto per la crescita, che gli permette di ribattere alla destra che l'asse franco-tedesco non è stato spezzato, ma che si sta modificando in modo più equilibrato a favore di Parigi rispetto al Merkozy. In Francia, la destra ha accolto l'accordo definendolo «un piccolo passo avanti» (Juppé, ex ministro degli esteri), e un «grande passo per l'Europa» (Harlem Désir, Ps).

Il Patto per la crescita è in realtà gran parte un'illusione. Anche se, come dice Swoboda, «per la prima volta i leader europei non hanno solo parlato di crescita, ma deciso azioni concrete». Swoboda vi vede «un segnale molto importante», anche se «la realizzazione prenderà tempo». Il problema è che i 120 miliardi di euro del Patto sono un effetto ottico: 55 vengono da Fondi strutturali che non erano stati spesi (perché i paesi a cui erano destinati non avevano la percentuale nazionale da aggiungere all'intervento comunitario), 4,5 miliardi saranno dei project bonds accesi tramite la Bei, a sua volta ricapitalizzata di 10 miliardi, per generare un effetto leva che potrebbe arrivare, nel migliore dei casi, a 60 miliardi. Una goccia nell'oceano, un intervento pari all'1% del pil europeo, che non cambierà la situazione, mentre le recessione rischia di prendere in una morsa tutta l'eurozona.

Per le banche l'Europa ha trovato negli ultimi tempi ben 4500 miliardi, pari al 34% del pil. L'approccio europeo continua a considerare le banche come la questione principale. Ma in Europa in generale e nella zona euro in particolare il primo problema è la disoccupazione. Su questo fronte non c'è nulla di nuovo.

Anzi, proprio nel giorno della conclusione del Consiglio europeo del Patto per la crescita, il governo francese di Jean-Marc Ayrault ha ingiunto a tutti i ministeri di ridurre del 15% la spesa in tre anni. Saranno solo risparmiati scuola, giustizia e polizia, ma le assunzioni in questi settori dovranno essere compensate con cali del numero di pubblici dipendenti negli altri ministeri. E' il «rigore di sinistra», che arriva a nemmeno un mese dalla vittoria delle legislative.

Italia e Spagna hanno forzato la mano alla Germania per arrivare all'accordo. Per la prima volta, un primo ministro italiano ha alzato la voce e minacciato, assieme a Madrid, di far saltare tutto se non si arrivava a un'intesa soddisfacente. Italia e Spagna, la terza e quarta economia della zona euro, hanno potuto permettersi il bracco di ferro, anche grazie al cambiamento dei rapporti franco-tedeschi.

Per la Grecia, invece, potrebbe non cambiare nulla. Il paese resta sull'orlo del baratro. Al vertice non c'era neppure il primo ministro Samaras, appena operato a un occhio. Nessuno aveva previsto di affrontare la questione greca, come se la tentazione di abbandonare Atene non fosse ancora del tutto vinta. miliardi l'1% del Pil dell'Unione, a tanto ammonta il pacchetto «per la crescita» concordato ieri a Bruxelles, ma si tratta di fondi che sarebbero comunque dovuti essere spesi

MILIARDI è la dotazione per l'European Stability Merchanism (Ems), il fondo salva-stati che entra in vigore il mese prossimo e sarà usato per ricapitalizzare le banche spagnole 500 120

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 Borse eccitate, Monti porta a casa il salva-spread

Francesco Paternò

Si doveva salvare l'euro, si è salvato lo spread. E di eurobond non ha parlato più nessuno. Ma Mario Monti ha chiuso la sua missione al vertice Ue portando a casa quel meccanismo anti-spread per il quale si è battuto come nessun presidente del consiglio aveva mai osato fare in Europa. La difesa è il miglior attacco: giocando d'intesa con la Spagna e di sponda con la Francia, forzando la mano alla Germania fino a minacciare un veto. I mercati gli hanno dato ragione, anche perché le uniche decisioni vere prese a Bruxelles hanno salvaguardato la finanza e le banche e nulla più.

La borsa di Milano è volata a livelli mai visti negli ultimi due anni e il differenziale fra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi è finito in discesa. E se è sbagliato parlare di inversione di tendenza o di sconfitta della speculazione, è certo che il risultato personale di Monti indebolisce in casa le manovre del Pdl, una parte del quale avrebbe puntato a elezioni in ottobre in caso di mancato accordo a Bruxelles.

Ieri lo spread tra i Btp italiani e i Bund tedeschi a 10 anni è sceso a 419 punti base, con un rendimento sotto il 5,78%. Stesso risultato per la Spagna con cui Monti ha battagliato nella notte per far passare l'anti-spread: dai 543 punti base di giovedì, il differenziale Bonos-Bund è sceso ai 475 punti (rendimento al 6,25%). Le borse sono diventate euforiche per un giorno, cominciando da quelle asiatiche per brindare ovunque in Europa: Milano ha chiuso con un +6,43%, Londra con +1,42%, Parigi con +4,75%, Francoforte con +4,33%, Madrid con +5,66% e perfino Atene con +7,4%. Negli Stati Uniti, alla chiusura dei mercati europei, lo S&P 500 viaggia in rialzo del 2%.

Monti ha così spiegato la funzionalità del meccanismo anti-spread, dopo ore di tensione con la Germania di Angela Merkel: «La novità importante di questo nuovo sviluppo è che i Paesi che volessero beneficiare di questi interventi di stabilizzazione dovrebbero naturalmente chiederli, ma, se ricadono nel caso di osservanza di tutte le condizioni esistenti, non dovranno sottoporsi a un programma specifico. Dovranno firmare un memorandum d'intesa, ma non avranno la troika e dovranno continuare ad adempiere alle condizioni che adempiono». Insomma, la forzatura non è stata fatta per diventare come la Grecia, ma per per confermare quanto siamo «virtuosi» e reggere ai colpi della speculazione. Il messaggio è tutto per la Germania, uno scontro che Monti ha minimizzato in un «piccolo equivoco chiarito»: «Non ci sarà la troika per le procedure 'salva-stati'. Non ci sarà cessione di sovranità o un intervento pesante», come quello attuato da Ue, Bce e Fmi nelle capitali europee che hanno chiesto aiuti, ma «solo l'applicazione di un memorandum of understanding. Se ci fosse stata la troika con la pesantezza con cui l'abbiamo giustamente vista ad Atene o a Dublino, non saremmo stati contenti». E, conclude Monti, la gestione di questo meccanismo funzionerà attraverso «i fondi Efsf ed Esm», che «agiranno nel mercato come titolari di queste operazioni di acquisto e vendita di titoli, attraverso la Bce come agente, che ha una familiarità con le condizioni di mercato e una capacità operativa».

Monti è apparso rinfrancato, potendo rafforzare il suo governo grazie all'esito della partita non calcistica con la Germania. Angelino Alfano, segretario Pdl, gli ha dato atto di aver fatto il suo dovere: «Ci fa sperare». Ma in che cosa non è chiaro. Il presidente del consiglio non ha resistito nel fare un cucchiaio politico-calcistico a Berlino, tenendosi sul diplomatico: «Con la signora Merkel ci rivedremo a Roma il 4 luglio e con lei abbiamo un ottimo rapporto. C'è stata una buona dinamica, con scambi molto franchi, anche a livello sportivo».

 il manifesto 2012.06.30

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