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Confessioni di un sicario dell'economia: un libro da leggere che trovate in rete
. Segnaliamo che il libro di John Perkins "Confessioni di un sicario dell'economia" è scaricabile qui gratuitamente. 

Perkins racconta (video), intervista di Amy Goodman a Perkins (video).

Di Perkins è stato meritoriamente tradotto da Minimum Fax anche "La storia segreta dell'impero americano".

Sui due libri di Perkins riproponiamo la recensione dello storico Bruno Cartosio:

Le pubbliche confessioni di un economista pentito

Il nuovo libro di John Perkins, La storia segreta dell’impero americano (pp. 403, euro 16), appena uscito per minimum fax, è il seguito naturale dell’altro, Confessioni di un sicario dell’economia (pp. 313, euro 15), pubblicato due anni fa dalla stessa casa editrice. I due libri, che andrebbero letti nell’ordine di pubblicazione, hanno per oggetto il ramificato sistema venoso e arterioso attraverso cui gli Stati Uniti, cuore pulsante del sistema, esercitano il loro dominio imperiale su molti paesi nelle aree deboli del mondo. Sono parti costituenti e interagenti del sistema le grandi agenzie internazionali su cui gli Usa esercitano un potere decisivo (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale), le agenzie governative statunitensi in prima persona (Cia in testa), le grandi imprese transnazionali (Bechtel, Halliburton e via dicendo) che sono chiamate a operare nei diversi paesi cui vengono fatti prestiti e imposti aggiustamenti strutturali. Perkins mostra come il lavoro dei consulenti – i «sicari dell’economia» di cui ha fatto parte – serva a giustificare i prestiti e gli interventi concreti nelle diverse periferie e sia funzionale ai profitti privati e alle convenienze politiche degli uomini dell’impero, invece che a risolvere i problemi delle popolazioni.

Il primo dei due libri, Confessioni, è il racconto della scalata al successo di un giovane economista, Perkins stesso, al lavoro presso una società inserita nelle trame economico-finanziarie della globalizzazione. Ma al successo personale erano seguiti i pentimenti, l’abbandono e infine la denuncia dei modi di cui l’impero si serve per attuare le sue strategie di potere, quasi sempre mascherate da aiuti, forniture di servizi, costruzione di infrastrutture. La sua stessa natura di testimonianza aveva suscitato insieme interesse e diffidenza negli Stati Uniti, dando comunque al libro un prolungato successo di vendite.

Interesse, perché era e rimane insolito che una persona così addentro ai meccanismi del sistema, accuratamente celati al pubblico, riveli di che lacrime e sangue esso grondi. Diffidenza, perché la confessione era stata giudicata da alcuni un modo sbrigativo di sgravarsi la coscienza del peso delle malefatte commesse, mentre per altri svelava soprattutto l’egocentrismo dell’autore. La recensione che il «New York Times» dedicò al libro, a lungo in cima alla sua stessa lista dei più venduti, fu addirittura irridente nei confronti di Perkins, dipinto come miles gloriosus che si raccontava come deus ex machina in una recita tanto più grande di lui.

Attaccare il protagonismo intrinseco alla narrazione autobiografica, in cui l’autore si racconta, era un pretesto per non entrare nel merito dei contenuti del racconto. Era anche superficiale l’ignorare quanto sia frequente nella cultura del cristianesimo il modello narrativo del pentimento e della testimonianza relativa al percorso, sempre irto di ostacoli e tentazioni, verso il ravvedimento e la salvazione. Varrebbe la pena, infatti, discutere come le Confessioni di Perkins si rapportino al modello. Non si può farlo qui, ma non si può non ricordare che da Agostino in poi la «confessione» è sempre stata il racconto dei peccati e del progressivo avvicinamento del peccatore alla verità.

La storia segreta dell’impero americano può essere vista da una parte come risposta ai diffidenti e dall’altra come passo ulteriore, e in effetti opportuno, se non necessario, verso la oggettivazione dell’analisi: non più solo quello che il soggetto Perkins ha visto, fatto, capito attraverso le sue esperienze personali, ma anche i riscontri storico-politici che oggettivano quelle esperienze. E però «storia segreta»: le tante cose che il pubblico statunitense non conosce perché chi le fa le tiene accuratamente nascoste, con la complicità dei grandi mezzi d’informazione, attraverso l’omertà che lega tanto i protagonisti, quanto gli attori secondari e i figuranti.

Il termine con cui Perkins esprime l’intreccio tra i mondi della politica, dell’economia e finanza, dell’informazione è «corporatocrazia». Perkins non è il primo a parlare di come si struttura questo intreccio. Altri, da Kevin Phillips a Chalmers Johnson a Benjamin Barber tra quelli tradotti in italiano, lo hanno fatto prima di lui da storici e analisti politici. Altri ancora, da vari punti di vista, hanno trattato criticamente i temi della globalizzazione e dell’impero. La specificità del suo contributo rimane, anche in questo libro, ancorata al suo provenire in gran parte dall’interno del mondo stesso dei «corruttori, sciacalli e sicari dell’economia».

Tuttavia, proprio l’ambizione alla costruzione del quadro storico, mette in luce i limiti del discorso. Perkins non è uno storico, né un analista politico. Anche in questo libro il racconto è in prima persona. Sono frequenti i rimandi alle Confessioni e vengono aggiunti molti dettagli là tralasciati. La modalità è altalenante tra la rivelazione, possibile solo a chi è stato partecipe degli eventi, e il ricorrente sommario dei dati noti, oggettivi, necessari a mettere in contesto gli stessi contributi personali. L’aspetto confessionale, non più dominante, rimane tuttavia presente. Insieme con la prima persona vivacizza il racconto e però tende a ri-soggettivizzare l’analisi storico-politica. Qui è un limite: il discorso che ridiventa testimonianza si apre al rischio di letture sgradite. Il rischio è che le «confessioni» e le «storie segrete» socchiudano delle finestre su come funziona davvero «l’impero» che poi, in mancanza di sostegno documentale, vengono spalancate dai dietrologi con letture paranoiche e complottistiche della storia. Dopo l’11 settembre le sensibilità a questo rischio sono acute. Non c’è dubbio che sia difficile, spesso impossibile, per le ragioni già dette, «provare» molti dei fatti raccontati.

È anche vero, però, che il lettore vorrebbe essere convinto, sicuro che quello che legge è vero. Di questo è probabilmente consapevole lo stesso Perkins. Nelle parti finali, per aggiungere credibilità al suo impegno dalla parte del giusto, il salvato consegna ai lettori (e ai diffidenti) le sue indicazioni di comportamento per salvare se stessi e, insieme, il mondo. Non è necessario concordare del tutto con lui e con le sue ricette. Una conclusione, tuttavia: le storie, segrete e non, e le analisi dell’impero, i discorsi critici sull’oligarchia economico-politica, sullo stato della democrazia statunitense e della presidenza sono sempre più frequenti nella recente pubblicistica statunitense. Sono diverse tra loro e di valore diseguale, ma sono indici di una incrinatura nell’egemonia, come direbbe Perkins, della corporatocrazia.

 (Bruno Cartosio Il Manifesto 20 novembre 2007)

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