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"Senza cambiamenti l'euro ha le ore contate". Intervista a Riccardo Realfonzo
Riccardo Realfonzo (www.riccardorealfonzo.it) ha promosso con Emiliano Brancaccio il “monito degli economisti” [http:// www.theeconomistswarning.com/] pubblicato dal Financial Times sul rischio che alcuni paesi europei escano dall’euro.

Che riscontri avete avuto?

Il “monito” sta generando un dibattito internazionale di grande interesse. In Italia siamo riusciti a portare sin dentro le colonne del Corriere della Sera l’interrogativo di fondo: siamo certi che questi vincoli europei, che impongono politiche di austerità, siano uno strumento efficace per modernizzare il Paese? Noi crediamo di no e il punto è che ormai economisti di impostazione molto diversa la pensano così, come dimostra il fatto che il “monito degli economisti” è stato sottoscritto anche da autorevolissimi studiosi europei e americani di estrazione neoclassica, come ad esempio Alan Kirman della University di Aix-Marseille III e Willi Semmler della New School University di New York. Insieme abbiamo lanciano un monito preciso all’Europa: l’assetto attuale dell’Unione monetaria europea è tecnicamente insostenibile. Le politiche di austerità, che sono il prodotto dei trattati europei, non solo tendono ad aggravare il profilo della crisi ma stanno anche contribuendo a spaccare l’Europa. Infatti, aumenta sempre più la divergenza tra le aree centrali dell’eurozona, che comunque riescono a crescere, e le sue periferie - come la Grecia, la Spagna, la stessa Italia – nelle quali il Pil continua la sua caduta e la disoccupazione sale vertiginosamente. I vincoli europei stanno portando mezza Europa nel baratro. Altro che modernizzazione.

Messa così c’è poco da discutere, l’euro non c’è più nei fatti.
Noi prevediamo che se non interverrà un cambiamento significativo, in chiave espansiva, delle politiche economiche europee, alcuni paesi periferici saranno costretti ad abbandonare l’euro. E ciò perché solo in questo modo potranno recuperare quegli strumenti di politica economica cui hanno rinunciato. Penso naturalmente alla possibilità di realizzare una politica monetaria autonoma, una politica di cambio, una politica fiscale espansiva che possa rilanciare la domanda interna. Con il “monito degli economisti” noi facciamo una previsione precisa: o si cambiano politiche o l’esperienza dell’unione monetaria fallirà. Speriamo che il tempo dell’ignavia politica in Europa sia finito.

Con la legge di stabilità l’Italia darà una grossa sterzata alle privatizzazioni. Ma fatto adesso non ha poco senso? Anzi, addirittura non può essere lesivo del tessuto produttivo?
Se pensiamo agli impetuosi processi cumulativi di divergenza territoriale in atto in Europa il dibattito italiani appare a tratti surreale. C’è un ben pezzo di opinion makers e mondo della politica che è concentrato esclusivamente sul modo in cui abbattere il debito, come se fosse effettivamente il problema principale dell’economia italiana. E che conseguentemente si arrovella sul modo in cui riuscire nell’impresa, anche mediante le privatizzazioni. Eppure non solo il debito pubblico non è il principale problema che abbiamo, ma le privatizzazioni hanno già dimostrato di non essere la soluzione né per il debito né per la competitività del Paese.

Si parla tanto di ripresa, ma non credi che al meglio avremo una situazione di emergenza continua.
Io sto ai dati. L’Italia ha perso quasi due punti e mezzo di Pil nel 2012 e nel 2013 si appresta a perdere quasi altri due punti. A fine anno la produzione nazionale sarà inferiore di circa il nove per cento rispetto al 2007, quando scoppiò la crisi. Rispetto a quello stesso anno la disoccupazione è raddoppiata e oggi in Italia ci sono oltre tre milioni di persone in cerca di lavoro. E per il 2014 l’Ocse prevede che la disoccupazione continuerà a crescere. Certo, i risultati del 2014 dipenderanno naturalmente anche da ciò che farà il governo con la legge di stabilità. La posizione di Saccomanni non lascia però ben sperare. Il governo infatti non solo non sembra in condizione di chiedere un mutamento significativo dei vincoli europei ma pare concentrato soprattutto nel tentativo di tenere il deficit pubblico entro il tre per cento del Pil. Pertanto, si ragiona esclusivamente in termini di tagli di spesa, come esito della spending review, e riduzioni compatibili del cuneo fiscale. Il taglio del cuneo fiscale è un intervento certamente positivo, soprattutto se si pone correttamente l’obiettivo di ridurre il costo del lavoro delle imprese e aumentare il reddito disponibile dei lavoratori, ma purtroppo sembra prefigurarsi di una entità insufficiente e soprattutto viene costruito entro un quadro di finanza pubblica restrittivo, quindi del tutto inadeguato a fronteggiare la crisi. Insomma, con interventi di questo tipo non c’è possibilità di rilanciare l’economia ed anzi il divario con le regione più sviluppate d’Europa non potrà che crescere. L’Italia e l’insieme delle periferie europee avrebbero bisogno di politiche espansive e di un traino alle esportazioni che dovrebbe provenire dalle regioni centrali europee, che invece hanno praticato in questi anni politiche aggressive di contenimento dei salari ed espansione dei loro avanzi commerciali.

Tutto questo sta facendo cadere le banche italiane nella trappola delle sofferenze. Quindi, anche se dicono si essersela cavata con il disastro dei derivati, in realtà non sembrano cavarsela con la crisi dell’economia reale.
I dati forniti da Credit Reform mostrano che le insolvenze delle imprese stanno diminuendo significativamente in paesi come Germania e Olanda. Al contrario, nelle periferie europee continuano ad aumentare a ritmi inediti. Va da sé che il rischio di credito che le banche fronteggiano è ben più alto nelle periferie che nei centri d’Europa. È un serpente che si morde la coda. Nelle aree periferiche, dove le politiche restrittive sono più radicali, cala più significativamente la domanda aggregata e si moltiplicano i fallimenti, con gravi difficoltà per lo stesso sistema bancario. Nelle zone centrali, la domanda tiene molto di più, i vantaggi competitivi riescono a sostenere le esportazioni, le imprese si riprendono e anche il tessuto bancario regge

Nella crisi, “i ricchi diventano sempre più ricchi” non sembra più essere solo uno slogan…
Questo vale tra i paesi e nei paesi. La distribuzione del reddito diviene sempre più diseguale, anche in Italia. Lo dimostra la crescita continua dell’indice di Gini, che è tanto più alto quanto è maggiore la differenza nella distribuzione dei redditi. E lo dimostra la progressiva caduta della “quota salari”, cioè la parte del Pil che va a remunerare i redditi da lavoro. Le cause di questi processi sono diverse. Non solo vi sono le divergenze territoriali di cui abbiamo parlato in precedenza, ma vi è anche la liberalizzazione generalizzata dei movimenti di capitale e di persone. Per non tacere delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro il cui effetto più marcato sembra proprio essere la caduta della quota salari. Inutile sottolineare che questa redistribuzione al contrario, dai poveri ai ricchi, non ci aiuta a sostenere la domanda e quindi a uscire dalla crisi.

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