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Usa, il default ai tempi supplementari
La partita del default che si gioca a Washington è entrata in queste ore nei tempi supplementari mentre rimane del tutto incerto il risultato. Un "finale" al cardioapalma che dà la misura della disfunzione raggiunta da un sistema ostaggio di una minoranza impegnata in una guerra di religione sotto gli occhi impotenti della politica, dei mercati e della gente che invano rclama una dose di buonsenso.
È una jihad, quella dell'estrema destra, che rischia in queste ore (se non verrà trovato un accordo gli Stati uniti saranno tecnicamente in default da domani) di dilaniare il paese e mettere a repentaglio l'economia mondiale in nome di una disperata intransigenza ideologica. Per ricapitolare: i repubblicani di area Tea Party che controllano la camera chiedono l'abrogazione della riforma sanitaria Obamacare, una legge regolarmente varata dal parlamento e sancita dalla corte suprema. Non tanto per i contenuti specifici di un decreto che vuole estendere benefici sanitari a 40 milioni di cittadini senza copertura mediante l'acquisto di polizze private, ma per la valenza simbolica di una rete sociale promossa dallo stato.
Si tratta di un anatema per l'ultraliberismo che negli ultimi 20 anni di deriva conservatrice e populista è diventato l'indiscutibile sacramento della destra. La stessa devozione allo stato minimo, o meglio inesistente, che non interferisca nel libero mercato hobbesiano delle fortune individuali, spinge i conservatori a chiedere lo smantellamento del welfare state e quindi della pubblica spesa. I drastici tagli al bilancio (ma anche alle tasse dei più ricchi) sono il riscatto che pretendono per autorizzare i pagamenti sui buoni del tesoro già venduti agli investitori globali. Un' "opzione nucleare" che da qualche anno è diventato lo strumento politico sostituito al normale dibattito politico e che provoca in queste ore le palpitazioni dei mercati di tutto il mondo. Dalla direzione del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde diffonde appelli a ripetizione per la soluzione della crisi, ben conoscendo l'onda d'urto che provocherebbe un default americano. Da Pechino intanto si alza il volume di una protesta interessata (la Cina è il principale concorrente economico degli Usa nonché il massimo investitore nei titoli americani a rischio). Lunedì l'agenzia ufficiale Xinhua ha diramato un editoriale in cui la crisi di Washington viene definita la dimostrazione della necessità di «de-americanizzare» l'economia mondiale.
Su questo sfondo apocalittico le trattative politiche a Washington si sono fatte più convulse. Nel fine settimana è sembrato che nella leadership repubblicana fosse prevalsa l'ala pragmatica. Un' apertura alla Casa bianca ha riaperto il negoziato sulle basi di una sostanziale rirtirata sulla questione sanità, i repubblicani si sarebbero in pratica accontentati di qualche ritocco cosmetico per salvare la faccia e avrebbero approvato un'estensione al "tetto del debito" in cambio dell'impegno a rivedere successivamente la spesa pubblica. Concessioni frutto della fermezza di Obama che per una volta ha tenuto duro sul rifiuto di precondizioni, e del tracollo di immagine del Partito repubblicano assalito nei sondaggi da un'ondata di ostilità del pubblico che lo ritiene responsabile dello stallo. Negli ultimi due giorni di difficili trattative è parso però sempre più evidente che la partita si gioca tra fazioni moderate ed estremiste del Gop, fra i pragmatici della vecchia guardia del senato e i giovani integralisti che dalla roccaforte della camera rifiutano ogni compromesso. Ieri questi ultimi hanno aperto la loro seduta con preghiere e il canto di inni patriottici e le due fazioni stavano ancora lavorando a proposte separate e contrastanti da presentare alla casa bianca garantendo il prolungamento dell confusione. Se nonostante questo un accordo in extremis fosse possibile per terminare la serrata di governo ed evitare il default, sarebbe sicuramente solo fino all'inizio del prossimo anno (15 gennaio per lo shutdown, 7 febbraio per il default); un semplice rinvio quindi di una crisi destinata a riproporsi negli stessi termini fra pochi mesi.
Se non una vittoria, per gli integralisti questo rappresenterebbe pur sempre un successo tattico nel tentativo di immobilizzare il secondo mandato del presidente, tenendolo ostaggio di tagli al welfare pensati per far pagare la crisi a tutti tranne che ai ceti abbienti.
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