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"Gli imprenditori italiani in attesa delle briciole dei tedeschi. E così bloccano la politica". Intervista a Sergio Ferrari
A Sergio Ferrari, già vice-direttore dell'Enea, ed esperto di temi di politica economica e innovazione, chiediamo cosa pensa di questo ottimismo di maniera che, al contrario di quanto intende infondere, non lascia bene sperare per l’uscita dalla crisi.
Intanto, bisogna chiarire il quadro generale in cui matura la crisi italiana. Un quadro che ci porta a dire che la nostra crisi non è quasi per niente legata a quelle che sono le cause alla base delle difficoltà degli altri paesi. La nostra crisi, insomma, non è quella internazionale ma una crisi specifica nostra. Bisognerebbe chiarire cosa è per capirne le cause, e quando nasce. Se dico che è nata negli anni ottanta la questione diventa forse un po’ più chiara. Ma già su questo aspetto, però, il dibattito lascia la questione in sospeso. Fa comodo nascondersi dietro la crisi internazionale, ma non è così.

E quali sono, secondo te, le caratteristiche della crisi italiana?
La crisi misurata dal Pil pro capite – con tutti i limiti - inizia dalla metà degli anni 80 rispetto ai paesi partner. E quindi, occorre capire cosa è successo in quella fase della storia. E questo perché negli anni settanta andavamo meglio di loro. Se non si fa questo ragionamento c’è il dubbio che poi si abbia a che fare con una malattia che non si conosce. E’ anche difficile quindi prescrivere una cura. Prendiamo, per esempio, la questione del costo del lavoro. Si è visto che non c’entra nulla, eppure si continua ad insistere su quel punto. E il discorso sul cuneo fiscale ne è una delle tante varianti. Se il costo del lavoro non c’entra nulla perché da noi è palesemente inferiore a quello degli altri paesi, quale giovamento si spera di ottenere intervenendo sul cuneo?. Se lo abbasso non ci guadagno in termini di competitività, perché i valori relativi rimangono più o meno sempre gli stessi. Finito questo argomento del costo del lavoro, che intanto lascia morti e feriti sul campo, ecco che se ne inventano altri come la corruzione e la criminalità. Senza parlare della cattiva burocrazia. Sono questioni vere e storiche,per carità, ma non nascono certo negli anni ottanta e dunque il peso che hanno nella spiegazione della nostra crisi e nella ricerca di una via d’uscita non è certo così rilevante. Si continuano a inventare motivazioni che essendo sballate rischiano di protrarre la crisi. Poi, certo, ci rimane sempre la speranza di riuscire per effetto del trascinamento della crescita degli altri paesi. Va bene, per carità, ma il problema è che le cause rimangono tutte e opereranno anche dopo.

Tra i tanti salmi recitati c’è quello sull’importanza delle privatizzazioni
Si tratta di un’esperienza che è già stata fatta una volta. Non c’è questione di ideologie tra publico e privato. Tutti sono concordi però nel dire che non è stata una cosa molto esaltante.

Cosa cambia da allora ad adesso?
Già allora era una operazione affidata alla finanza. E anche adesso è ancora affidata alla finanza. E questo era e resta un errore. Se voglio privatizzare faccio una politica economica e non una politica finanziaria, perché devo valutare tutti i pro e i contro e non vedere solo il saldo finale sul debito pubblico .Se questo è il metodo per ridurlo, e non si ha attenzione, ad esempio, nemmeno per il deficit commerciale, si ripetono gli stessi errori. Per di più se tutto è legato al cosiddetto risanamento dei conti pubblici, si dovrebbe considerare che c’è anche un problema di sviluppo che non può essere residuale.

Insomma, stiamo trasfigurando il nostro profilo economico senza dircelo.
E’ evidente che quando diciamo che dobbiamo riflettere sulla nostra crisi dobbiamo prendere coscienza che nel mondo sono successi dei cambiamenti per i quali abbiamo ritenuto che il nostro modello di sviluppo potesse valere ancora. Non è più vero. Non è più vero perché nel mondo è successo che il dollaro ha perso la parità e ci sono state due crisi petrolifere che non erano di mercato. La bilancia commerciale è andata in crisi e la dipendenza energetica era diffusa. Tutti avevano una forte dipendenza energetica. Quando questa si moltiplica per dieci ho un problema nel paese. C’è un deficit quindi dal punto di vista energetico che si traduce in minor crescita. Rispetto a questa nuova situazione i paesi hanno modificato la propria struttura produttiva e tecnologica. La propria produttività è risultata così incrementata per recuperare margini. I dati confermano che questo è stato fatto.

Noi siamo fermi ancora al “piccolo è bello” e alle relative varianti.
Piccolo e bello non ha la struttura per affrontare le modifiche tecnologiche. Tutta la rivoluzione informatica ed elettronica ci è passata sulla testa. Abbiamo continuato a vendere il made in Italy ma la sfida era su altri terreni. Abbiamo difficoltà a competere perché siamo vecchi. Anche senza la Cina, perche è chiaro che chi traina il commercio sono prodotti diversi dai nostri. E quindi abbiamo perso quote della produzione e del mercato internazionale. Ma tutti fanno finta di niente.

Questo processo di trasfigurazione che conseguenze ha sulla composizione della classe dirigente? Lo chiedo anche in relazione a quello che sta accadendo nel campo politico.
Purtroppo questo quadro generale non è colpa di un singolo governo. E’ una crisi della classe dirigente non solo politica. Classe dirigente, compresa quella intellettuale. Quando dico che non si è capita la crisi non mi rivolgo certo ai metalmeccanici. E’ una crisi totale del paese. Purtroppo ci saranno cambiamenti ma non rinnovamenti di classe politica e manageriale. Non li vedo.

Il problema rimane però. Basta pensare a quello che accadrà con le privatizzazioni…
Credo che recupereranno una unità di intenti perché da soli non ce la faranno. E’ proprio la debolezza indotta dalla crisi che li mette in discussione. Un governo delle larghe intese da noi può campare se le intese sono modeste e corrispondono al mantenimento di tutti, o quasi, mentre sarebbero necessarie trasformazioni molto forti Finché dura, poi, perché così facendo la questione sociale rischia di mettere in discussione in maniera grave e pesante questo tipo di accordo. E’ lì il punto debole del ragionamento conservatore….

Già, la questione sociale è assente da tutti i dibattiti…
La durezza della crisi implica l’emergere di una questione sociale, mi pare ovvio. Purtroppo questo malessere è così diffuso e largo, ma non trova i luoghi del dibattito e dell’interpretazione, e quindi tanto meno delle soluzioni. Lasciata da sola questa crisi può dare adito al populismo e a qualsiasi ipotesi di soluzione anche pesante. Alcuni aspetti della crisi greca potrebbero essere anche catapultati in Italia. Quello che non vedo sono, anche in questo caso, le terapie. Quelli che dovrebbero avere una responsabilità politica che fanno? In parte sono vincolati dai limiti del governo delle larghe intese e in parte subiscono una crisi, che è anche del ceto intellettuale, senza ancora aver capito di che si tratta.

Come mai c’è stata una crisi che è arrivata a questo livello e ha coinvolto anche gli intellettuali?
Credo che il ragionamento debba partire da come si è comportato il nostro paese con il crollo del muro di Berlino. A me quello che lascia tuttora perplesso, se guardo a quell’evento, è che da un giorno all’altro hanno deciso che il comunismo era morto e che il cambiamento passava per un salto hic et nunc nel liberismo. La battuta che circolava era, “Il comunismo è morto ma la socialdemocrazia sta molto male”. . Farsi domande sull’assurdità di quelle risposte significa mettere sotto accusa proprio il ceto intellettuale che pur godeva di in ampio prestigio. Anche percorrendo la via del gambero non si ottengono tuttora delle risposte. . In parallelo va aggiunto che l’altra branca della cultura di sinistra, quella socialista, ha fatto la fine che ha fatto con tangentopoli e tutto il resto. Il quadro quindi è piuttosto desolante. E la conferma arriva anche dalla crisi che sta attraversando la destra dove il partito di Berlusconi rappresenta la sostanziale mancanza di una alternativa anche da quelle parti senza che, anche in questa certamente più grave situazione, emerga una qualche correttivo intellettuale.

Torniamo al ragionamento sull’economia. Crisi degli intellettuali e caduta della ricerca…
La crisi italiana è anche e fortemente una crisi di innovazione tecnologica. Se si affronta questo tema dell’innovazione tecnologica occorre prendere atto che servono conoscenza, finanza e managerialità. La conoscenza il nostro sistema industriale non ce l’ha. La finanzia nemmeno e entrambe devono essere, quindi, pubbliche. Si può sperare di trovare nel privato la managerialità. Ma se metto insieme la finanza e la conoscenza pubblica, Confidustria cosa c’entra? Questo non vuol dire imprese pubbliche, ma è chiaro che la decisione su cosa e come produrre devono essere prese in sede pubblica. Confindustria ha capito questa questione e sta bloccando ogni ipotesi del genere.

Su questo fronte quale potrebbe essere la via d’uscita?
C’è ancora una parte di ricerca pubblica che dovrebbe essere chiamata in causa, come attore di un processo che ha bisogno di una testa politica. Ma è un processo che rischia di andare contro l’ottusità degli imprenditori che non sono in grado di svolgere un ruolo di avanguardia. Oggi gli imprenditori italiani si accontentano di svolgere un ruolo di sub fornitura per la Germania. Quando va bene. Per andare oltre e cioè per uscire dalla crisi la prima questione è quella di capire di cosa stiamo parlando.

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