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Roberto Romano: "Il liberoscambio di Obama ha di mira l'Europa germanizzata"

In Europa sembra che qualcuno stia ripensando ai parametri nel rapporto tra pil e bilancio e in Usa si invoca il libero scambio con il Vecchio continente. I due fatti sono in relazione tra loro, e come?

A livello internazionale c’è ormai un problema conclamato, ed è l’Europa. L’Europa è lo snodo della crisi ormai. E quindi o il Vecchio continente assume un ruolo definito e dinamico o la crisi tenderà a precipitare ancora di più con conseguenze a questo punto davvero imprevedibili. Del resto, quello che abbiamo sotto gli occhi, cioè un avvitamento tra recessione e stabilità della moneta è il risultato di quello che è accaduto nel 2012. Da questo punto di vista, i pochi paesi che riusciranno a stare nei parametri sono l’effetto della crisi e non la causa. Il problema è, ancora una volta, la domanda.

Obama vuole una maggiore apertura dei mercati, ma questo non peggiorerebbe la situazione dei paesi che si trovano in una situazione di debolezza?

L’apertura dei mercati richiesta dagli Usa potrebbe dar luogo a una maggiore concorrenza tra lavoratori e quindi a un impoverimento. In realtà l’oggetto messo in campo da Obama non è questo. L’Europa ha una barriera all’entrata che è l’euro. Però questa barriera non vale per tutti i paesi allo stesso modo. L’euro è una barriera d’entrata solo per alcuni stati. Obama sta dicendo che in Germania e nell’area dell’euro-marco la moneta sottovalutata di quasi il 40-50% rispetto a quanto dovrebbe essere. E’ questa la barriera che Obama vuole intaccare. Tutti i successi della Germania avrebbero dovuto alzare l’euro del 40% ma ciò non è accaduto perché l’euro vale per tutti gli stati. Cioè, il profilo valutario dell’euro ha a che vedere con lo sbilanciamento tra i paesi europei, dal fatto che noi e altri sopportiamo lo spread e il differente costo del denaro e dal vantaggio che questo dà alla Germania.

Il richiamo di Rehn ad una flessibilità nell’applicazione dei parametri ti convince?

Il 20 febbraio al G20 la Germania la Cina e il Giappone saranno i paesi messi in discussione: il Giappone perché svaluta, la Cina perché ha un grande avanzo commerciale e l’Europa-Germania per i motivi sopra. Un bel rebus. Verrebbe da dire che si prospetta una situazione di grande paralisi. La Germania ha vinto la sfida tra capitalisti ma ha fatto perdere il capitalismo.

L’Europa può solo prendere atto dello stato di cose. Rehn da questo punto di vista è coerente con la situazione generale. Il sistema economico è cosi ‘germanocentrico’ che tutta la politica europea è ormai finalizzata ad avvantaggiare la Germania. Il vantaggio comparativo che ha, ormai, è enorme. Basta fare l’esempio delle manovre sui tassi di interesse che nominalmente valgono per tutti ma che se si abbassano in Germania mentre negli altri paesi o restano immobili o si alzano. Questa situazione ha portato Oli Rehn a dire che c’è caos. E quindi serve un governo dell’economia. Per la prima volta il nodo della crescita e del disavanzo si sta manifestando in tutta la sua drammaticità. E’ evidente che la crescita così non ci può essere e tutti lo sanno. Nessuno può perseguire la crescita a discapito degli altri. L’Europa è la prova vivente che questo tipo di politica non sta funzionando. Il fatto che Obama lo renda esplicito costringe l’Europa a ragionare.

Siamo in una situazione in cui nemmeno più l’innovazione ha ricadute apprezzabili sull’intero sistema.

La crisi è un problema di domanda e tutti ne hanno preso consapevolezza. Il ciclo si può far ripartire solo con la domanda pubblica. Non può essere che a parità di prodotto interno lordo qualcuno cresce e qualcun altro no. In questo modo scarica sugli altri la sua crescita e non contribuisce in nessun modo alla creacita di tutti. Il problema dell’innovazione rimane il perno. L’era dell’informatica è finita. La nuova era può essere legata alla green economy. Molti dicono e sostengono che occorre un grande finanziamento pubblico capace di lanciare il rinnovamento tecnologico. La green economy in edilizia potrebbe far risparmiare il 40% di energia ma è un risparmio che poi verrebbe vanificato dal fatto che solo alcuni paesi hanno realmente in mano il sistema produttivo del settore. L’input pubblico produrrebbe sì dei vantaggi iniziali ma sarebbero inutili se poi le tecnologie di applicazione e dell’ indotto venissero da altri paesi.

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