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"Monti e Pd vendono la ripresa, ma qui siamo alla guerra valutaria". Intervista a Sergio Cesaratto

Una campagna elettorale schizofrenica che non ha quasi mai toccato i temi e la natura della crisi.

La campagna elettorale si è svolta in un clima in cui la crisi europea è sembrata per lo meno avere un attimo di respiro. Probabilmente questo alleviamento c’è stato ed ha favorito, creato la condizione ideale ai politici che non avevano nulla da dire, di non dire nulla. Questo ottimismo viene quasi esibito alla luce di previsioni che poi vengono sistematicamente smentite. Si tratta di previsioni fatte in cattiva fede. Non si può sbagliare sistematicamente così come fanno Eurostat, Bankitalia, Ocse, Fondo monetario. Certo, può darsi pure che siano calcoli fatti su modelli sbagliati non keynesiani in cui la domanda aggregata non compare mai. E magari sono focalizzati tutte sul debito. Un ottimismo fuori luogo. Stamattina, per esempio, c’era sul Financial Times un articolo di Martin Wolf, che esprime spesso opinioni condivisibili, che si domandava se alla fine ci sarà un pavimento alla caduta del prodotto interno lordo. No, non c’è nessun pavimento. E quindi non c’è nessuna ragione per cui questo rimbalzo ci sia. Le speranze a fine 2012 erano un po’ affidate a una qualche ripresa extraeuropea.

E invece…

Questa ripresa è in seria difficoltà, tant’è che siamo all’inizio di una guerra valutaria. Guerra che può essere anche letta come una reazione alle politiche di austerità dell’Europa. L’Europa è il cancro dell’economia mondiale. Beh l’economia mondiale decide di difendersi a spese dell’Europa. Così andrà sicuramente peggio.E’ ovvio che viviamo un periodo di tregua ma sotto la pentola continua a bollire. Questo periodo di tregua non ha nulla a che fare con l’azione del governo Monti. Alla fine, tutto è in relazione con la dichiarazione di Draghi a inizio settembre 2012.

Nelle istituzioni europee non sono più così incrollabilmente convinti della strada intrapresa per tentare di uscire dalla crisi…

Oli Rehn sì, ha aperto una traccia, ma diciamo che c’è la Francia in una situazione imbarazzante. Non perché la Francia conti moltissimo, ma se il Governo francese si trovasse costretto a misure di austerità adottate per far rientrare un disavanzo e per questo mandasse l’economia ancora di più in recessione ovviamente il popolo francese si ribellerebbe alla Germania. Lo stesso Rehn ha detto basta con questa storia dei moltiplicatori fiscali che di fatto portano al disastro perché avvitano l’economia. E questo dice lunga sull’ideologia del liberismo.

Ecco, appunto. Alla fine il Pd appoggia un governo che di tecnico non ha un bel niente.

Certamente Monti non è un tecnico. Ha una agenda molto chiara in testa: utilizzare questa crisi per smantellare la Cgil e il sindacato e dare un colpo allo stato sociale. E quindi la crisi, e il disastro che sta producendo, dal suo punto di vista va bene.

Monti trae forza dalla crisi e il Pd racconta fandonie sull’uscita dal tunnel.

E’ una illusione perché non si vede l’uscita. E questo semplicemente perché non ci sono le politiche adeguate. Il Pd ha perso una occasione per andare in Europa e dire chiaro che su questa strada si possono anche vincere le elezioni ma poi c’è la reazione contraria e qualsiasi governo deve fare le valigie. Ha perso una occasione per dire chiaramente che la responsabilità di questa situazione è dell’Europa perché se non viene assicurata crescita e occupazione non si può migliorare nulla. Si poteva prendere una posizione più dura in Europa. Monti ha l’illusione che attaccando la Cgil e il welfare i costi del lavoro si abbassano e quindi si riprende su un modello basato sulle esportazioni, ma questo è un modello campato in aria perché intanto il mercato interno è distrutto.

Il Pd ha anche perso l’occasione per varare una patrimoniale

Non credo nelle virtù taumaturgice della patrimoniale. Devono cambiare le politiche macroeconomiche. Poi certo si deve agire sulla distribuzione del reddito e quindi andare a colpire i redditi al nero e certi patrimoni spropositati. Lì servono accordi internazionali.

Politiche macroeconomiche dici, ma certo che intanto la crisi ha cambiato i connotati al modello Italia. Politiche basate su cosa?

E’ un punto controverso del dibattito tra gli economisti. Sostanzialmente ci sono due tesi: irrimediabile declino da una parte, e segni di grande vitalità della piccola e media impresa e dei distretti industriali dall’altra. Se continua così, certo, con l’euro che si rafforza la vedo dura. E non si può vivere solo di esportazioni. Le difficoltà non sono tanto nella struttura produttiva ma nel fatto che la si sta uccidendo con un quadro economico che la colpisce profondamente. Certo, abbiamo la sfida dei paesi emergenti. E’ come se affrontassimo un’epidemia con una dieta totale.

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