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"La disoccupazione è molto più alta dei dati ufficiali e non recede con la ripresa". Intervista ad Andrea Fumagalli

Nessuno sembra avere le idee chiare sulla fine della recessione, però si sta diffondendo un senso comune, errato, a proposito di una relazione diretta e automatica tra incremento lieve del Pil e crescita dell’occupazione.

Innanzitutto diciamo che queste aspettative di crescita del Pil sono fatue. Anche le previsioni di Fmi Commissione Europea e Ocse prevedono una dinamica con segno negativo. Altra cosa è parlare di un arresto della caduta tendenziale del Pil verso il terzo quarto/trimestre, come alcuni prospettano, per poi avere un aumento dello 0,3-0,4% nel 2014. Quindi, fino a fine 2014 assisteremo a una stagnazione economica e di conseguenza pensare che con un incremento contenuto si possa uscire dalla fase di disoccupazione di massa è illusorio. Quello che potrebbe succedere è l’arresto della precarizzazione del lavoro che potrebbe trasformarsi in lavoro stabile, e la disoccupazione a sua volta in precarizzazione. Bisogna tuttavia tener conto che i dati sulla reale ed effettiva disoccupazione in Italia non sono quelli ufficiali.

Ecco, questo è un altro nodo del tema. La metodologia utilizzata per il calcolo della disoccupazione sembra desueta, in relazione al fatto che non siamo più in una fase di crescita.

Noi abbiamo degli indicatori che descrivono il mercato del lavoro basati su una struttura legata a una fase di espansione e a una tipologia di mercato del lavoro di stampo fordista: tasso di occupazione, tasso di attività e tasso di disoccupazione. Quello che viene messo in crisi negli ultimi dieci anni è proprio il tasso di attività. Perché le trasformazioni qualitative hanno reso labile il nesso tra attività e non attività. Quindi c’è una fascia grigia di inattivi che non entrano nel novero della forza lavoro. E di conseguenza non entrano nel tasso di disoccupazione. Tutta quella fascia di persone che vengono considerate per scelta inattive. Sono i cosiddetti scoraggiati. Il tasso di disoccupazione viene così sottostimato. La situazione particolare dell’Italia e dei paesi del mediterraneo è che gli scoraggiati sono quattro volte rispetto alla media europea. Il criterio prevede la ricerca o meno di una occupazione nelle ultime tre settimane, mentre vengono considerati occupati quelli che hanno fatto almeno un’ora di lavoro. Con il lavoro instabile che c’è in giro è chiaro che questo è un criterio assurdo.

E quindi, quali sono i conti reali?

L’Eurostat ha iniziato nel dicembre 2011 a fare le stime degli scoraggiati. E in Italia arrivano a tre milioni di persone. L’Istat calcola tre milioni di disoccupati e se a questi aggiungiamo i tre milioni di disoccupati e i 600mila cassa integrati abbiamo quasi quattro milioni di perone in un limbo lavorativo. Considerato che gli attivi sono 26 milioni, i numeri ci danno un tasso di disoccupazione superiore del 22 per cento. E’ chiaro che nel caso si ripresentasse una timida ripresa economica è probabile che avvenga ciò che è avvenuto tra il 2003 e il 2007 con un aumento dell’occupazione di tipo fasullo cioè la trasformazione di una parte del lavoro precario in lavoro stabile. Aumenteranno i censiti come occupati che si distribuiranno una quantità di lavoro inferiore. Assisteremo parallelamente alla stagnazione del monte salari e ad effetti sul tasso di produttività.

La produttività, un altro mito da sfatare…

La produttività non dipende dal fatto che si lavora poco. In Italia risulta che il numero medio di ore lavorate è il più alto nei paesi europei con 1.800 l’anno. Il problema è che questo monte ore è caratterizzato da precarietà. E’ questo che incide sulla produttività.

Prende sempre più forza l’idea dell’istituzione di un reddito minimo garantito, di cui tu in questi anni sei stato un convinto assertore.

In Italia si è sempre seguita una politica dei due tempi che è poi quella della flexsecurity: incremento di flessibilità con l’illusione di aumentare la competitività passando sulle tutele e i diritti, e una seconda fase di distribuzione di parte della produttività. E’ anni che in Italia si gioca nel primo tempo e non si entra nel secondo. E’ stata proprio questa politica che ha favorito la crisi nel nostro paese. La possibilità per uscire dalla crisi è invertire questi due tempi. Ovvero garantire sicurezza sociale e continuità di reddito con il reddito minimo garantito. E la proposta fatta da Bin Italia è sicuramente un punto di partenza. La garanzia di un reddito permette di lavorare meglio e quindi si è più produttivi. E’ una questione di equità e anche la condizione per uscire dalla crisi. La questione del reddito minimo diventa speculare alla battaglia per l’equità salariale negli anni settanta. Il reddito minimo è fattore di sviluppo.

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