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"Sulle tragedie del lavoro in Bangladesh in occidente c'è troppa ipocrisia". Intervista a Silvana Cappuccio

Sulle “fabbriche della morte” in Bangladesh, www.controlacrisi.org ha intervistato Silvana Cappuccio, autrice di diversi saggi sulla catena dello sfruttamento dei grandi marchi tessili occidentali in Asia. Cappuccio lavora al Dipartimento politiche globali della Cgil ed è rappresentante della Cgil nell’Ilo. Intanto, in queste ore il numero dei cadaveri estratti dalle macerie è arrivato a 1033.

Il Governo del Bangladesh ha chiuso diciotto aziende che non avevano i requisiti segnando una inversione di tendenza. Qual è il tuo giudizio? C’entra qualcosa l’ordine pubblico?
Non credo che l’azione dell’esecutivo sia stata determinata da preoccupazioni per l’ordine pubblico e per i movimenti islamici in fermento. Quel che c’è di nuovo è una reazione sul piano internazionale che ovviamente sta producendo una forte pressione sul governo del Bangladesh. Voglio ricordare che immediatamente subito dopo il crollo ci sono state due aziende, una canadese e una britannica, che hanno subito parlato di indennizzo ai parenti delle vittime. Contestualmente, la Walt Disney insieme ad altri marchi importanti hanno dichiarato che sono pronti ad andarsene dal Bangladesh. La seconda reazione che ha colpito il governo è stata la reazione dell’Ilo, che per l’Onu si occupa del lavoro su scala mondiale e in cui sono rappresentati sia i sindacati che le aziende. Immediatamente, il direttore ha disposto una missione di alto livello. Una assunzione di responsabilità e la sottolineatura di un cambiamento di registro.

Cosa ha prodotto l’ispezione?
La missione si è conclusa con due punti molto concreti, tra cui anche il fatto di monitorare la realtà delle filiere del tessile a medio-breve termine. Intanto, c’è stato un aumento degli ispettori, da diciotto a duecento. E poi, l’esecutivo ha disposto una cosa importante, ovvero per tutte le aziende in cui siano accadute negli ultimi sei mesi incidenti, le autorità devono perseguire i responsabili.

Perché non venivano perseguiti?
No, non accade. E’ importante questa disposizione perché lì le procedure giudiziali arrivano sempre davanti a un muro e le vittime non vengono risarcite, per esempio. Nel caso specifico del palazzo crollato a Dacca, i lavoratori si erano rivolti il giorno prima del crollo per segnalare le crepe sempre più evidenti. Di fronte ai controlli e, sembra, ad un preciso ’ordine di evacuazione, i proprietari hanno poi detto ai lavoratori che dovevano tornare a lavorare perché era tutto a posto, con tanto di copertura da parte degli ingegneri. Voglio ricordare, che tra i le centinaia di corpi estratti hanno rinvenuto due neonati nati sotto le macerie.

Questa tragedia dovrebbero scuotere un po’ gli animi…
Tra le risultanze della missione dell’Ilo, c’è anche l’accertamento in tutte le fabbriche manifatturiere per l’export. Questo è difficilmente realizzabile perché si parla di centomila fabbriche intorno a Dacca. Chiuderne diciotto è una specie di goccia nel mare. Ovviamente, in occidente la stampa non ne parla abbastanza e non ne parla secondo l’ottica giusta. Non è un mero fatto di cronaca. C’è il coinvolgimento delle aziende occidentali, e sembra che se lo dimenticano tutti. Lì non c’è l’osservanza dei diritti minimi, a partire dalla libertà di organizzazione sindacale. Lo sfruttamento pullula. Anche laddove l’elemento normativo fosse colmato c’è il nodo dell’applicazione.

E poi c’è l’elemento della filiera della fornitura.
Tocchiamo un tasto delicato perché c’è il rischio di interpretazioni ipocrite. La domanda sulle forniture è se l’azienda madre deve essere considerata al di là delle responsabilità e dell’osservanza dei diritti umani. Anche mettendola sul piano delle responsabilità ci sono le linee guida volontarie dell’Ocse, e i governi, facendone parte, si sono assunti un impegno preciso. Quindi va chiesto conto ai governi del rispetto delle regole. Le istituzioni europee si rifanno a questi principi. C’è una comunicazione della Commissione europea della fine del 2011 che invita i governi ad adottare i principi guida dell’Onu: proteggere, rispettare e risarcire. Non ci si può nascondere dietro le etichette ma bisogna intervenire direttamente. E’ un impegno per tutti.

E in Italia?
Negli atti parlamentari si trova una interrogazione sul Rana Plaza presentata l'8 maggio dall'on. Teresa Bellanova, in cui vengono elencati cinque nomi di aziende italiane, ovvero Benetton, Itd, Pellegrini, De Blasio ed Essenza. Quest'ultima è l’unica ad aver confermato, mentre Benetton ha parlato di un rapporto occasionale con un fornitore che si serviva di subforniture presso società che producevano nel Rana Plaza. Se il governo italiano volesse, a questo punto intanto potrebbe chiedere alle aziende italiane un chiarimento e impegnarle così con una assunzione netta di responsabilità, prevedendo un indennizzo e il reimpiego per i superstiti, e chiedendo che in tutta la filiera si produca in modo trasparente, nel rispetto dei diritti, dei contratti, delle procedure di informazioni. Per creare lavoro dignitoso e non occasioni di morte.

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