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TRA SCHUMPETER E KEYNES: L’ETERODOSSIA DI PAUL MARLOR SWEEZY E L’ORTODOSSIA DI PAUL MATTICK (seconda parte)
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[E' uscito in libreria, per le edizioni Jaca Book, il terzo volume di L’Altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico. Il capitalismo americano e i suoi critici. Dal volume proponiamo il saggio di Riccardo Bellofiore su Paul Sweezy e Paul Mattick. Quella che segue è la seconda parte, dedicata a Mattick. La prima su Sweezy la trovate qui].

TRA SCHUMPETER E KEYNES: L’ETERODOSSIA DI PAUL MARLOR SWEEZY E L’ORTODOSSIA DI PAUL MATTICK (seconda parte)

La caduta del saggio di profitto in Paul Mattick

Una figura che potrebbe apparire del tutto opposta è quella di Paul Mattick. Nato nel 1904, giovanissimo operaio diviene spartachista, e partecipa alla fallita rivoluzione tedesca. Nei primi anni Venti, comunista «consiliare» e parte dell’opposizione di sinistra al bolscevismo leninista, abbandona il Partito comunista di Germania per entrare nel Partito comunista operaio di Germania. Emigra nel 1926 negli Stati Uniti, dove contribuì a redigere il Programma degli Industrial Workers of the World a Chicago nel 1933.

Mattick è stato «uno dei tre» del comunismo dei consigli, insieme a Karl Korsch e Anton Pannekoek. Denunciando i limiti e l’involuzione del partito leninista, Mattick ha invece sostenuto l’importanza della nuova forma organizzativa emersa spontaneamente durante la rivoluzione russa del 1905: i consigli operai. Tornati sulla scena con maggior forza nel febbraio 1917, determinarono la natura del processo rivoluzionario, ispirando la formazione di analoghe organizzazioni spontanee nella rivoluzione tedesca del 1918, e poi un pò dappertutto fino ai giorni nostri. Secondo Mattick, con il sistema consiliare nasceva una forma organizzativa capace di coordinare in piena indipendenza le autonome attività di masse molto vaste. Oltre ai saggi di critica dell’economia, ha pubblicato dal 1934 una rivista vicina al movimento dei consigli, l’ «International Council Correspondence», divenuta «Living Marxism» nel 1938, per cambiare ancora nome nel 1942 col titolo di «New Essays». Nel 1936 scrisse per la «Zeitschrift für Sozialforschung» di Horkheimer un saggio sul movimento dei disoccupati dopo il 1929: aveva partecipato alle organizzazioni spontanee per l’occupazione di case, per l’uso proletario del gas e dell’elettricità, per le grandi manifestazioni che la polizia non riusciva più a contenere.

Non seguiremo oltre il percorso della sua vita nel paese di emigrazione, o la sua attività pubblicistica e di ricerca (su di lui sono in uscita due importanti biografie intellettuali di Gary Roth, in inglese, e di Antonio Pagliarone, in italiano) per concentrarci su quello che è forse il cuore della sua riflessione. Ci riferiamo principalmente alle tesi contenute nel suo libro più noto Marx e Keynes (pubblicato nel 1969), che bene sintetizzano la sua riflessione sulla critica dell’economia politica. Politicamente «eretico», Mattick segue le orme di una rilettura «ortodossa» di Marx, filtrata dalle tesi sull’accumulazione e sul crollo di Henryk Grossmann. Abbiamo qui come il negativo del pensiero di Sweezy, che «risponde» alla sfida keynesiana pienamente valorizzandone gli aspetti «rivoluzionari» interni alla teoria economica borghese. Mattick inviò un articolo alla «Monthly Review» intitolato Dynamics of the Mixed Economy (la corrispondenza che cito di seguito è conservata nei Paul Mattick Papers presso l’International Institute for Social History di Amsterdam, e mi è stata messa a disposizione da Gary Roth).

Sweezy scrive a Mattick il 15 novembre del 1963 dopo aver letto il testo con molto interesse, trovandolo stimolante nonostante i dissensi su alcuni argomenti e formulazioni: è troppo lungo e, al tempo stesso, troppo contratto. Una seconda lettera di Sweezy è del 30 novembre, dopo aver ricevuto i commenti su quel testo che aveva chiesto ad un economista marxista «professionale». Le riserve e le critiche si sono rinforzate: «non penso che il vostro argomento fondamentale sulla impossibilità di stimolare continuamente l’economia privata attraverso l’espansione del settore pubblico stia in piedi». Sarebbe certo una tesi di grande rilievo, se fosse possibile provarla. Ma Sweezy ne dubita, anche se non intende rispondere a quella questione in modo opposto alle conclusioni di Mattick: dichiara anzi di dispiacersi che il ragionamento di Mattick non regga. Un contatto successivo tra i due segue alla recensione di Mattick del Capitale monopolistico. Il 30 ottobre 1966 Sweezy scrive a Mattick, stupito che quest’ultimo possa davvero sostenere che dal 1939 in poi il sistema si sia contratto e la profittabilità si sia ridotta in conseguenza della spesa dello Stato: il pil è invece aumentato di 7 volte e mezza, e i profitti al netto delle tasse di ben 9 volte. Ciò è compatibile con le teorie sue e di Baran, non certo con quelle di Mattick. Le contraddizioni del sistema capitalistico, scrive, non sono scomparse: ma hanno preso nuova forma, più violenta e distruttiva.

Vediamo cosa scrive Mattick. Bisogna – sostiene – ritornare alle tesi economiche di Marx saltando la quasi totalità dei suoi interpreti nel movimento operaio della Seconda e della Terza Internazionale. Per questo si vuole «marxiano» e non «marxista»: una distinzione che verrà valorizzata da Maximilien Rubel. Le tesi di Mattick sono a prima vista inseparabili dalla tendenza ad un crollo ineluttabile in conseguenza della caduta tendenziale del saggio di profitto dovuta all’aumento della composizione organica del capitale. Quando si passa dalla politica all’economia il «luxemburghiano» Mattick scarta senza molti complimenti la teoria della crisi da realizzazione dell’autrice dell’Accumulazione del capitale. L’insufficienza della domanda effettiva esprime una sovraproduzione di merci per cui la crisi deriverebbe dalla circolazione, e in fondo dall’insufficienza dei consumi, e non invece dalla dinamica della produzione e dalla insufficienza del plusvalore estratto dai portatori viventi della forza-lavoro, come nel Capitale.

Tesi del genere vanno innanzi tutto bene interpretate nella loro portata. Per Mattick, Marx non si attendeva affatto un crollo automatico, meramente economico, del capitalismo. La crisi finale del capitalismo si può produrre solo grazie ad azioni rivoluzionarie. Ogni crisi reale va spiegata a partire dalle condizioni concrete. Il modello di capitalismo su cui ragiona Marx è un modello «astratto» da cui, per il suo stesso autore, non è possibile derivare «previsioni» o conferme empiriche. Ciò che in teoria è l’esito ultimo di una ininterrotta accumulazione del capitale si deve presentare nella realtà come un ciclo ricorrente; ogni ciclo è, per così dire, una replica sintetica della tendenza di lungo periodo della espansione capitalistica. È soltanto quando la crisi capitalistica scoppia che la teoria marxiana viene convalidata, poiché è solo in questo caso che l’astratta analisi di valore della produzione capitalistica trova la sua verifica osservabile: quando il capitalismo è nella fase di espansione la caduta del saggio del profitto viene compensata da un aumento della massa dei profitti in rapporto a una massa di capitali più cospicua.

Mentre Keynes attribuiva i problemi dell’accumulazione ad un insufficiente incentivo ad investire, Marx le riconduceva al carattere fondamentale della produzione in quanto produzione di capitale. L’aumento della composizione organica è per Mattick incontestabile. Qualunque sia la massa della forza-lavoro nel capitalismo, la massa del capitale costante aumenta in modo sempre più rapido e la parte di forza-lavoro che produce plusvalore si riduce relativamente sempre di più. In termini logici ciò significa che una accumulazione sempre più rapida del capitale trasformerà prima o poi in diminuzione assoluta la diminuzione relativa del saggio di profitto. È solo quando ciò si verifica che la realtà corrisponde al modello di espansione del capitale descritto da Marx.

La crisi capitalistica è sovraproduzione di capitale esclusivamente con riferimento a un determinato grado di sfruttamento. Mattick sa benissimo che sino a che è possibile innalzare adeguatamente il saggio del plusvalore la caduta tendenziale del saggio del profitto resta allo stato latente. Inoltre, il capitalismo non è un sistema chiuso, e dunque l’aumento della composizione organica può essere rallentato mediante l’espansione all’estero e mediante l’importazionedi profitti dall’estero. Sottolinea pure che i ricorrenti salti tecnologici sono tali che, anche se la composizione organica del capitale può rimanere la stessa in termini materiali, essa può diminuire in termini di valore: un «aggiustamento» che aumenta la profittabilità dei capitali. La stessa crisi capitalistica, scrive, è una «causa antagonistica», così come lo è ogni fenomeno concreto che aumenta il plusvalore dei capitali investiti o ne riduce il valore in rapporto al plusvalore disponibile. Di più, l’incremento della produttività fa crescere i valori d’uso (mezzi di produzione e beni salario) chepermettono la messa in moto di più lavoratori nella produzione. La crescente composizione organica del capitale non ridurrà l’effettivo saggio del profitto finché il capitale si accumula più rapidamente di quanto non diminuisca lo stesso saggio del profitto.

Mattick critica duramente la teoria della crisi da sproporzioni alla Tugan Baranowski, al fondo delle riflessioni di Hilferding prima e di Lenin e di Bukharin poi, secondo cui la crisi rimanderebbe all’anarchia del mercato. Di qui proviene la tesi successiva di Hilferding secondo cui, essendo il capitalismo sempre più «organizzato», le crisi andrebbero smorzandosi nella loro severità. Socialdemocratici e bolscevichi condivono l’idea che il processo di produzione è sempre più socializzato, e che il passaggio al socialismo è nient’altro che la presa di possesso dello Stato – graduale (entrando nella stanza dei bottoni) o rivoluzionaria («rompendone» la forma borghese). La politica verrebbe così «socializzata», come lo è ormai l’economia.

Il difetto di fondo a queste correnti, come della teoria della crisi da realizzazione, è per Mattick comune, e sta nel loro riferimento agli schemi di riproduzione. Quegli schemi non possono essere letti come l’equivalente dell’equilibrio economico generale della teoria borghese. Quando il capitalismo diviene dominante, la «domanda sociale» è sempre più domanda che il capitale fa a se stesso. È la produzione di capitale, in quanto capitale, che determina le dimensioni e la natura della domanda di mercato: finché esiste una sufficiente domanda di beni capitali, non vi è ragione perché le merci che entrano nel mercato non vengano vendute. Quando scoppia la crisi la realtà si presenta capovolta, il problema della produzione di capitale lo si può sempre leggere come problema di realizzazione Sembra che il plusvalore non si possa realizzare per una sovrapproduzione di merci. Ma ad essere scarso è il valore d’uso dei lavoratori (la loro capacità di lavoro, e dunque il lavoro vivo da essi prestato) che va ai capitalisti in cambio del valore di scambio della merce forza-lavoro (salari).

La causa della crisi è la diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro in rapporto alle esigenze di profitto di una progressiva accumulazione di capitale. Il discorso sulla crisi di Marx ha come asse un’altra «sproporzione», quella del pluslavoro nella forma del plusvalore rispetto alle esigenze dell’accumulazione. Quando le forze che agiscono da controtendenza alla caduta del saggio di valorizzazione del capitale si esauriscono, la crisi dovrà scoppiare per insufficienza dello «sfruttamento».

Marx dopo Keynes

In fondo, ciò che fa la teoria di Keynes è di trasferire la sovraproduzione di merci (l’eccesso di offerta sul mercato dei beni) in una sovraproduzione di forza-lavoro (un eccesso di offerta sul mercato del lavoro). Lo sviluppo accelerato del «centro» capitalistico dopo la Seconda guerra mondiale non ha a che vedere che marginalmente con le politiche keynesiane. Ciò che ha giocato è stata innanzi tutto la «svalorizzazione» del capitale: che è venuta per un verso, come sempre, dalla stessa «grande» crisi nel suo decorso; e per l’altro verso dalla guerra planetaria, con la sua distruzione di mezzi di produzione e infrastrutture. La possibilità di rinnovare le attrezzature tecniche impiegando tecnologie e organizzazione più avanzati ha consentito di accoppiare l’aumento del capitale in Giappone e Europa occidentale con una spinta verso l’alto del saggio di plusvalore, mentre i salari rimanevano relativamente bassi, tenendo così in scacco (temporaneamente ma significativamente) il declino della profittabilità. Lo sviluppo europeo forniva alle imprese statunitensi la valvola di sfogo della «multinazionalizzazione» per reagire ai primi cenni di abbassamento della redditività del capitale. Epperò ogni teoria che neghi i limiti «oggettivi» dell’accumulazione capitalistica è, per Mattick, inaccettabile.

L’era del capitalismo misto keynesiano non può che avere i giorni contati. La soluzione dei problemi economici che assillano il mondo capitalistico – scrive – può avere solo valore temporaneo e le condizioni in cui tale soluzione è stata efficace stanno venendo meno. Mattick è il primo a sottolineare che il Capitale è stato scritto cento anni prima, e che Marx ha sottovalutato la capacità di adattamento del capitalismo attraverso una sopravvalutazione delle sue difficoltà. Marx non ha contemplato la possibilità di una «seconda vita» del capitalismo grazie all’intervento dello Stato, né poteva prevedere l’entità della distruzione di capitale tra le due guerre. Ciò non toglie che il keynesismo vada denunciato come una pseudo-soluzione capacedi rimandare ma non impedire l’andamento contraddittorio dell’accumulazione di capitale predetto da Marx. A meno dell’esistenza di governi disposti a distruggere il dominio sociale del capitale privato e di assumere il controllo dell’intera economia, il mondo di Keynes è destinato a crollare esso stesso.

Un punto del discorso di Mattick va sottolineato. La domanda proveniente dallo Stato sollecita una occupazione e una produzione di beni che, certo, consentono l’attivazione di forza-lavoro. Ma questa produzione, che viene finanziata da un plusvalore dato, non sgorga da lavoro «produttivo»: la spesa pubblica è spesa di reddito, non di capitale. L’area del lavoro produttivo di (plus)valore sta restringendosi, mentre l’area del lavoro improduttivo si sta ampliando: il che deve prima o poi creare tensioni, che si esprimono in una inflazione prima strisciante e poi aperta.

È opportuno presentare una lunga citazione per chiarire il pensiero di Mattick:

"La redditività del capitale esistente e relativamente ristagnante si può mantenere mediante un incremento accelerato di produttività del lavoro, vale a dire, mediante innovazioni che espellono lavoro e risparmiano capitale. Quanto più aumenta la produzione indotta dallo stato tanto più diventa urgente il bisogno di aumentare la produttività per mantenere la redditività del capitale. Il continuo aumento di produzione e di produttività genera però il bisogno di altri grandi aumenti di produttività mentre la base della produzione privata di capitale diventa sempre più ristretta. Anche se le innovazioni che risparmiano capitale contengono il crescente divario tra il capitale investito in mezzi di produzione e quello investito in forza-lavoro, e in questo modo frenano la caduta del saggio di profitto, la considerevole espulsione di lavoro attraverso le innovazioni che risparmiano lavoro impone questa caduta tendenziale. Il capitalismo però non può fare a meno di questa continua espulsione di lavoro che costituisce l’unico mezzo efficace per far fronte alla pressione intensificata esercitata sul saggio del profitto dalla crescente massa di produzione non redditizia. L’aumento di produttività ottenuto conl’espulsione di lavoro pur essendo una via d’uscita per il capitalismo, porta in un vicolo cieco." (pp. 248-49)

La piena utilizzazione delle risorse produttive è stata ottenuta attraverso una produzione non rivolta al profitto. Scrive Mattick: il prodotto ultimo della produzione di capitale è un capitale più grande, il prodotto ultimo della produzione indotta dallo stato è solo una produzione più grande. Dal punto di vista della iniziativa privata, qualsiasi produzione che lo stato comanda – lavori pubblici, spesa sociale, armamenti – rientra nella sfera del consumo. La produzione stimolata dallo stato riduce la massa complessiva dei profitti privati in rapporto alla massa complessiva del capitale esistente.

Il keynesismo è la testimonianza che la crisi della produzione privata di capitale che ha caratterizzato il secolo ventesimo non è stata ancora risolta. L’unica differenza è che le condizioni di depressione deflazionistica sono state sostituite da condizioni di depressione inflazionistica.

Si capisce perché Mattick ne possa concludere che il sistema capitalistico in tutte le sue fasi può essere considerato in stato di crisi permanente. Intanto è evidente che quando l’intervento «anti-congiunturale» dello Stato si accentua, la pressione sul lavoro salariato direttamente produttivo non può che accrescersi. Dal riproporsi della tendenza al «crollo» preconizzata da Marx non si può derivare alcuna tendenza automatica ad una politica rivoluzionaria. Per troppo tempo, secondo Mattick, è stata sospesa la tendenza all’impoverimento assoluto. Ma proprio il riattualizzarsi della tendenza alla crisi non può che riaprire la possibilità di una prassi antagonistica, senza che di essa vi sia mai certezza. Nel capitalismo si conferma l’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie».

Crisi permanente

Il ragionameno di Mattick è di estremo rigore. Pure, non convince in alcuni punti essenziali. Innanzi tutto per quel che riguarda la validità della teoria della caduta del saggio del profitto nella sua formulazione classica, in forza di un aumento della composizione organica del capitale. In realtà, ad essere rilevante è la composizione in valore del capitale, cioè l’espressione in valore degli elementi del capitale costante rispetto all’espressione in valore degli elementi del capitale variabile (come indice del lavoro vivo che la forza lavoro acquistata dal salario potrà mettere in moto). La dinamica nel tempo della composizione organica rappresenta la composizione in valore nella misura in cui il suo andamento segue quello della composizione tecnica del capitale (il rapporto «fisico» mezzi di produzione/lavoratori). È evidente che – assumendo, con Marx, la meccanizzazione/automazione come forma prevalente del progresso tecnico – la composizione organica dovrà per forza di cose aumentare. È come valutare mezzi di produzione e beni salario ai prezzi precedenti le innovazioni capitalistiche, senza tenere conto di quella «svalorizzazione» delle merci e della stessa forza-lavoro che è esito della «lotta di concorrenza» tra i molti capitali. Per il saggio del profitto è però significativa la composizione in valore del capitale, quella che tiene conto degli effetti delle innovazioni sul sistema dei prezzi.

Tenendo conto di ciò, è perfettamente concepibile che l’aumento del saggio del plusvalore (con i suoi effetti positivi sul saggio del profitto) sopravanzi sistematicamente l’aumento della composizione in valore (con i suoi effetti negativi sul medesimo). Anche nel caso estremo di una forza-lavoro che vive d’aria e lavora ventiquattro ore, il saggio del profitto – che raggiunge a questo punto il suo livello massimo, pari all’inverso del rapporto capitale costante/espressione monetariadel tempo di lavoro vivo – non ha alcuna tendenza necessaria a decrescere nel tempo. Non è infatti possibile escludere che il denominatore diminuisca per la «svalorizzazione» del capitale costante. Non si capisce come Mattick, pur avendo squadernato tutti gli elementi per una conclusione del genere, possa non trarla.

Un secondo punto riguarda l’erroneità della conclusione di Mattick che le crisi da sproporzione o da domanda effettiva siano sempre espressione di contraddizioni sul piano «superficiale» della circolazione. Le cose stanno altrimenti. Nel Capitale, Marx afferma la tendenza ad una caduta relativa del valore della forza lavoro. Si tratta dell’altra faccia della tendenza sistematica all’estrazione di plusvalore relativo. Il punto è stato riaffermato da Rosa Luxemburg. Le innovazioni capitalistiche aumentano la forza produttiva del lavoro. Si riduce il lavoro contenuto nel valore della forza lavoro, anche con un salario reale crescente. Cresce perciò la quota del neovalore prodotto che va ai capitalisti, o comunque alle classi dominanti: il pluslavoro nella forma del plusvalore. Sono gli stessi investimenti innovativi a determinare, insieme la riduzione relativa della quota del salario e a modificare i rapporti di scambio tra i settori. È insomma la dinamica stessa della produzione di capitale a dare luogo a quelle sproporzioni che possono facilmente diventare sovrapproduzione generale di merci, crisi da realizzazione. Quando l’eccesso di offerta si verifica in settori significativi, le imprese in perdita cesseranno di investire e licenzieranno. Cadrà la domanda che si rivolge alle altre industrie, e l’eccesso di offerta contagerà un settore dopo l’altro, sino a diventare ingorgo generale sul mercato delle merci.

Un terzo punto riguarda Keynes. Mattick trascura che l’aumento della spesa pubblica dà luogo, in conseguenza degli acquisti diretti, e poi del loro effetto moltiplicativo, ad un aumento del tempo di lavoro produttivo (di plusvalore) effettivamente comandato dal capitale, che è produzione di capitale che altrimenti non si darebbe. Quell’aumento della domanda e della produzione darà luogo, di rimbalzo, ad un effetto di accelerazione dell’investimento capitalistico, ad ulteriore produzione di capitale: la ragione è che l’aumento della utilizzazione della capacità produttiva, se prolungato nel tempo, può indurre le imprese a dotarsi di nuova capacità produttiva.

Male si farebbe però a non vedere l’importanza essenziale della riflessione di Mattick, scartandone troppo velocemente le conclusioni. Mattick vede bene un punto chiave. La teoria della crisi di Marx non è separabile dalla tendenza della caduta tendenziale del saggio delprofitto: anche se questo legame si dà in modo più articolato di quanto Mattick stesso non intenda. In realtà, a me pare, la caduta tendenziale del saggio di profitto va letta come una meta-teoria delle crisi, che si prolunga in una lettura diacronica delle «grandi crisi» capitalistiche. La caduta tendenziale del saggio di profitto nella sua forma classica è all’origine della Lunga Depressione di fine Ottocento. Fu proprio la controtendenza all’aumento della composizione del capitale e alla caduta tendenziale del saggio di profitto – controtendenza che si sostanziò in un «progresso» tecnico e organizzativo che svalorizzò capitale costante e variabile, e spinse verso l’alto il saggio di plusvalore – a determinare le condizioni che portarono al Grande Crollo degli anni Trenta per una insufficienza sistematica di domanda effettiva. Ad una grande crisi per insufficienza di profittabilità seguì dunque una grande crisi per eccesso diprofittabilità.

Qui interviene un altro punto su cui Mattick è del tutto convincente. La risposta keynesiana al Grande Crollo degli anni Trenta determinò il pieno impiego grazie, non soltanto alla banca centrale come prestatrice di ultima istanza, ma anche e soprattutto ad un intervento statale di sostegno di una domanda «generica» di merci (e alla spesa militare). Ciò si incarnò, in modo significativo, in spese «improduttive» – un punto cruciale anche per l’elaborazione di Sweezy e del gruppo della «Monthly Review». Si accentuò in questo modo la dipendenza dello sviluppo capitalistico da una estrazione di plusvalore, secondo un saggio di sfruttamento crescente, nell’area che produce (plus)valore. Di nuovo, dunque, una grande crisi per insufficiente profittabilità: la Grande Stagflazione. Ciò che la determinò fu questa volta non un aumento della composizione in valore del capitale, ma l’antagonismo sulla estrazione di lavoro vivo. La crisi si dava direttamente nel processo immediato di valorizzazione, metteva in questione lo stesso rapporto di capitale.

Di questa vera e propria Crisi sociale i due grandi antagonisti di cui trattiamo in queste pagine, Sweezy e Mattick, non vedono appieno i termini, intrappolati l’uno nel discorso sulla crisi da realizzazione, l’altro nel discorso sulla caduta del saggio del profitto: entrambi discorsi troppo «semplici». Ma l’uno e l’altro vanno integrati in un discorso più ampio sulla crisi capitalistica.

Conclusioni

È soltanto su questo sfondo che si può intendere quello che viene dopo, la nuova grande crisi che stiamo vivendo: a partire da Sweezy e Mattick, ma andando oltre Sweezy e Mattick. La risposta del capitale alla crisi degli anni Settanta si è mossa su due gambe. Da un lato, la frantumazione del lavoro, cioè la precarizzazione nel mercato e nel processo di lavoro, la concorrenza aggressiva dei global player che determina sovra-capacità, la centralizzazione senza concentrazione, il trasformarsi della struttura produttiva verso un capitalismo di imprese modulari articolate in rete. È un mondo di catene transnazionali della produzione, di delocalizzazioni e in-house-outsourcing, di lavoro migrante e sempre più «femminile». Dall’altro lato, abbiamo la finanziarizzazione. Favorita dalla globalizzazione dei capitali e dai cambi flessibili, e dalla conseguente incertezza, il rinnovato primato della finanza ha preso la forma di un money manager capitalism, di un «capitalismo dei fondi», che ha fatto esplodere il debito privato, e in particolare il debito al consumo, grazie ad una inflazione dei prezzi delle attività finanziarie che è fuori dall’orizzonte dei due pensatori qui considerati (ne ha scritto in importanti lavori Jan Toporowski). Questa nuova finanziarizzazione altro non è che una autentica «sussunzione reale del lavoro alla finanza» (ai mercati finanziari e alle banche). Essa non solo ha incluso le «famiglie» in modo subalterno. Essa ha anche, da un lato, accelerato la decostruzione del lavoro per mille vie, incidendo potentemente sui processi capitalistici di lavoro, dall’altro stimolato una domanda effettiva manovrata politicamente. Una sorta di paradossale «keynesismo privatizzato» di natura finanziaria.

Il capitale fittizio ha avuto conseguenze tutto meno che fittizie. Ha approfondito lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con una simbiosi di estrazione di plusvalore relativo e assoluto; e ha creato le condizioni della sua realizzazione sul mercato. Un mondo che non è compreso dallo stagnazionismo sottoconsumistico, o dalla caduta del saggio del profitto nei suoi termini tradizionali. La crisi possibile è stata a lungo posposta grazie a politiche monetarie di grande attivismo (la banca centrale come prestatrice «di primaistanza»), che hanno innescato a ripetizione bolle speculative nei mercati finanziari o sugli immobili. La crescita del valore delle «attività» ha spinto verso l’alto la domanda interna nell’area del capitalismo anglosassone grazie al consumo indebitato, consentendo ad altre aree di praticare politiche «neo-mercantiliste», cioè di crescere grazie al traino delle esportazioni nette. Il mondo del lavoro è stato ovunque consegnato all’insicurezza, su di lui si sono scaricati rischi e margini di aggiustamento. Un meccanismo dall’instabilità repressa, ed un capitalismo insostenibile, in cui è riemersa in forme nuove e violente la tendenza alla crisi sistemica del capitale.

A ben vedere, prima inclusi dal neoliberismo e poi messi a rischio dalla sua crisi, sono stati, e sono, non soltanto il consumo e il risparmio. Sono stati anche, e sono, in un elenco tutto meno che esaustivo, abitazioni, istruzione, pensioni, sanità, lavoro di cura. Prosegue intanto l’abbattimento del salario e la dilatazione del tempo di lavoro, l’aggressione al corpo e alla vita dei lavoratori e delle lavoratrici, sino alla spoliazione della stessa natura. In una parola, in gioco sono ormai le condizioni di esistenza e riproduzione degli esseri umani nella loro integralità. Per questo la nuova crisi sistemica ci squaderna davanti l’esigenza, ma anche il compito, di una «socializzazione» della banca e della finanza, dell’investimento, dell’occupazione, per provvedere diversamente ai bisogni sociali. Una socializzazione che non può essere scissa da una rimessa in questione del modo della produzione, delle condizioni del lavoro come attività, del «cosa, come e quanto» produrre, in un orizzonte che non può che andare oltre l’orizzonte capitalistico, e contestare l’illusione di un «ritorno a Keynes».

In questo senso, mi pare, il richiamo di Mattick all’alternativa luxemburghiana «socialismo o barbarie» rimane più attuale che mai.

Bibliografia

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