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Ex Carbon, la speculazione sulla fabbrica della morte
A poche centinaia di metri dal centro storico di Ascoli, che vorrebbe diventare patrimonio dell'Unesco sorge la ex Carbon, che fino a una decina d'anni fa era di una multinazionale tedesca specializzata nel trattamento dei derivati del carbone. Oggi la fabbrica spenta fa gola ai poteri fortissimi della città per una colossale operazione speculativa

La ciminiera a strisce bianche e rosse si vede già dalla superstrada che dal mare sale verso Ascoli. A poche centinaia di metri dal centro storico di una città che vorrebbe diventare patrimonio dell'Unesco sorge la ex Carbon, un'area di ventisette ettari che fino a una decina d'anni fa era uno stabilimento di proprietà di una multinazionale tedesca specializzata nel trattamento dei derivati del carbone. Una fabbrica enorme, aperta all'inizio del secolo scorso, che ha dato lavoro a diverse generazioni di ascolani. Adesso è lì, spenta, una macchia nera grande come un quartiere, una città nella città che fa gola ai poteri fortissimi di Ascoli, uniti tutti insieme per una colossale operazione che per molti si può definire con una sola parola: speculazione. Tra una colata di 350mila metri cubi di cemento e quindici lotti potenzialmente in grado di ospitare 4.500 persone. Fatto strano per una città in conclamata crisi demografica, con il centro storico sfitto e degradato, capoluogo di una provincia in cui - dati Istat alla mano - ogni otto nati ci sono dieci morti.

Questa storia comincia nel 1984, quando la Usl 24 diramò una nota in cui si correlava lo spaventoso tasso d'inquinamento della città al «processo di distillamento del carbone». Nell'ottobre dell'anno successivo arriva il carico, dall'Istat: ad Ascoli la percentuale di mortalità per tumore è di trentasei volte superiore rispetto alla media nazionale. Come un'Ilva prima dell'Ilva: cosa scegliere? La salute o il lavoro? Morire di fame o morire di cancro? Con il senno di poi, ogni risposta si è rivelata sbagliata: adesso il Piceno, complice la fine della Cassa del Mezzogiorno, è sprofondato in una crisi nerissima, come e più del resto d'Italia. I dieci chilometri di zona industriale sono un cimitero di elefanti, l'unica multinazionale che - tra ambiguità e colpi di mano - rimane in piedi è la Pfizer: seicento dipendenti per lo più impegnati a produrre ansiolitici per mezzo emisfero boreale.

Gli anni '90 sono stati il crocevia che ha portato alla chiusura della Carbon, tra le proteste degli operai e la vittoria (di Pirro) delle associazioni ambientaliste. I forni vennero prima sequestrati e poi dissequestrati, i ricorsi e i controricorsi da parte di ministero e azienda si susseguivano davanti a tribunali di ogni ordine e grado. Il caso più clamoroso è del 1997: «In fabbrica si lavora grafite radiottiva», scrisse «Repubblica».

La procura di Ascoli cominciò a indagare. Il sostituto procuratore Umberto Monti scoprì che tra il 1950 e il 1990 i morti per tumore tra i lavoratori Carbon erano stati 152. Certificati. Ne nacque un'inchiesta mostruosa, e nel 2001 arrivarono i rinvii a giudizio per 12 dirigenti dello stabilimento, ritenuti responsabili della morte di dieci operai per carcinoma. Perché così pochi? Per gli altri, a dir degli investigatori, era impossibile stabilire un «nesso di causalità» tra le condizioni di lavoro e la malattia. In parole povere: chi fumava o beveva era già un soggetto «potenzialmente a rischio» e così la pubblica accusa decise di concentrarsi soltanto su chi aveva condotto una vita più vicina alla santità che ai vizi terreni. Dopo quattro anni di udienze, la stessa procura ammise di non avere niente in mano e Monti, al termine della sua requisitoria, arrivò a chiedere l'assoluzione degli imputati. Il processo, infatti, si risolse in una bolla di sapone: tutti innocenti. Mancava, va da sé, il «nesso di causalità».
Seguì un fallimentare referendum cittadino sul futuro della Carbon, mentre i tedeschi prima chiusero i cancelli della fabbrica e poi cercarono di vendere a chiunque quei 27 ettari per cifre ridicole.

Siamo nel 2010 quando un consorzio di trenta aziende ascolane si riunisce sotto un cartello chiamato Restart e rileva tutto per 6 milioni di euro, con i costi per la bonifica che si aggirerebbero intorno ai 40 milioni. In città l'entusiasmo è alle stelle, e allora, a tempo di record, il 31 maggio 2011, Regione, Provincia, Comune, sindacati e Confindustria firmano con Restart un protocollo d'intesa in cui la bonifica del sito viene indicata come «propedeutica per programmi di valorizzazione immobiliare e interventi di riconversione industriale e di sviluppo economico e produttivo». La bonifica dovrà essere pagata completamente dal consorzio, «in modo coerente con la destinazione urbanistica già indicata». Attenzione: nell'accordo non si menziona mai un'ipotetica costruzione di edifici commerciali o residenziali. E qui si comincia a sentire puzza di fregatura: se è vero che «chi inquina paga», in questo caso chi ha inquinato ha già venduto tutto e ora non vuole più sapere nulla di quello che accade ad Ascoli.

E allora, dopo essersi accorti che i 40 milioni necessari per ripulire l'area dai disastri della Carbon e che l'acquisto a prezzo stracciato dei 27 ettari sta diventando una rimessa incredibile piuttosto che un investimento intelligente, il Comune di Ascoli - guidato dal sindaco Guido Castelli, Pdl - cambia le carte in tavola e decide di consentire al consorzio Restart di realizzare 350mila metri cubi di «volumetria commerciale-residenziale». Il tutto mentre non si sa bene come fare la bonifica e le idee più disparate si accavallano: c'è addirittura chi suggerisce di non ripulire e di imprigionare per sempre tutte le schifezze sotto terra in una enorme bara di cemento armato.

Con un numero di magia, poi, la Provincia - anche questa di centrodestra - malgrado sia sommersa dai debiti, nell'aprile del 2011 decide di fare un regalo da 659mila euro a Restart, comprando una parte dell'area, villa Tofani. E qui l'interrogativo è enorme: perché pagare un decimo di tutta la Carbon (ricordiamo, 27 ettari) un edificio fatiscente di 700 metri quadrati? Risposta degli interessati: è la prima pietra di un fantascientifico Polo Tecnologico. Bene, ma detta così vuol dire poco. Ad Ascoli non c'è un'università scientifica, né si fa ricerca. E allora? La risposta è vaga come le stelle dell'Orsa per Leopardi e Visconti. L'unico elemento certo, al momento, riguarda questi 350mila metri cubi di abitazioni e locali commerciali.

E torniamo alla domanda iniziale: chi comprerà appartamenti in un'area del genere, in una città in cui non vuole più vivere nessuno? Qui entra in gioco l'attore principale di questa commedia: la Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli, guidata da Vincenzo Marini Marini, che dopo una ricapitalizzazione ha fatto fuori gran parte dei soci e ha preso il controllo di Restart, nominando addirittura il nuovo amministratore delegato. Il grande accusatore è il deputato del Pd Luciano Agostini, che sull'affaire Carbon ha recentemente stilato due interrogazioni ai ministeri dell'Ambiente e dello Sviluppo Economico, firmate anche da alcuni parlamentari di Sel e del Movimento 5 Stelle. Per Agostini l'operazione rappresenta una gigantesca speculazione «non immobiliare, ma finanziaria». Quanto vale, in tempi di crisi, un fondo immobiliare che può disporre di centinaia di migliaia di metri cubi nuovi?
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