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La (s)bolla degli emergenti non è poi così catastrofica

Il tracollo della rupia indiana è l’evento del momento nel mondo dell’economia. La prima domanda che mi viene è: perché tutto questo panico? Sì, la rupia si è svalutata sensibilmente e nel giro di poco, al pari di altre valute dei Paesi emergenti: anzi, le fluttuazioni delle valuta indiana sono contenute rispetto alla pietra di paragone più ovvia, il Brasile. Prima i Paesi avanzati sono precipitati in una crisi prolungata, che ha fatto scendere i tassi di interesse a livelli molto bassi e spinto i capitali a migrare verso i Paesi emergenti, provocando un apprezzamento delle valute di questi ultimi (o, come nel caso della Cina, un apprezzamento in termini reali attraverso l’inflazione).

Poi i mercati hanno cominciato a capire di aver esagerato e gli accenni di ripresa nei Paesi avanzati hanno causato un aumento dei tassi a lungo termine: e qui è nato il problema. Insomma, la rupia di recente si è fortemente svalutata. Ma il panico è giustificato? Ci sarebbe da aver paura se l’India fosse come i Paesi asiatici durante la crisi del 1997-1998 o come l’Argentina nel 2001, cioè con grandi quantità di debito denominato in valuta estera. Ma a meno che non abbia letto male i dati, non è così. Il deprezzamento della rupia probabilmente provocherà un’impennata dell’inflazione, ma dovrebbe essere temporanea. A una prima analisi, quindi, non mi sembra che sia un problema così grande come certi titoli di giornale sembrano indicare. O c’è qualcosa che mi sfugge?

La pioggia di capitali riversata sui mercati emergenti a posteriori appare come l’ennesima bolla. Per il momento non vedo valide ragioni per ritenere che lo scoppio di questa bolla possa produrre effetti catastrofici: l’elemento che rese pesante la crisi asiatica del 1997-1998 fu l’alto livello di debito denominato in valuta straniera, e questo aspetto oggi non sembra costituire un grosso problema. Il pericolo principale, come ha suggerito Ryan Avent sull’Economist, sembra venire da un eccesso di reazione da parte delle autorità economiche e monetarie: Paesi che alzano i tassi di interesse per difendere tassi di cambio indifendibili, scatenando recessioni evitabili. Però sono meno sicuro del solito nella mia diagnosi. C’è comunque una domanda collaterale che mi sorge spontanea: perché ci sono così tante bolle?

Tanti rispondono che la causa è l’eccesso di easy money, cioè i tassi di interesse troppo bassi. Ma allarghiamo un attimo lo sguardo ai decenni passati e diamo un’occhiata all’evoluzione dei tassi negli Usa dall’inizio degli anni 50.

C’è stato un periodo di tassi molto alti negli inflazionistici anni 70 e all’inizio degli anni 80. Dopo la stabilizzazione di Volcker, negli anni 80, i tassi sono scesi, ma per tutto quel decennio, gli anni 90 e anche gran parte degli anni Zero sono rimasti su livelli relativamente alti rispetto ai parametri degli anni 50 e 60. Orbene, è un fatto che dal 1985 le bolle si susseguono senza tregua. Negli anni 80 ci fu un’enorme bolla immobiliare, strettamente legata alla crisi delle casse di risparmio; a metà degli anni 90 ci fu la bolla dei flussi di capitale verso l’Asia; poi la bolla di internet, la bolla immobiliare e ora, a quanto sembra, la bolla dei Bric. Negli anni 50 e 60 non ci fu nulla di comparabile.

La politica monetaria durante tutto questo periodo è stata troppo easy? Se è così, dov’è l’inflazione? Qualcuno potrebbe sostenere che il denaro a buon mercato, per un certo periodo, si manifesta nei prezzi delle attività più che nei prezzi dei beni: ma per una generazione intera?

E allora che cosa c’è stato di diverso in quegli anni? La risposta è ovvia: la deregulation finanziaria. Hanno aperto le gabbie alle banche e le banche si sono scatenate: ancora, e ancora, e ancora.

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