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La confusione fiscale della manovra di Renzi

Nella manovra di bilancio il fisco la fa da padrona. Sono fiscali i due interventi di spesa che più la caratterizzano, conferma del bonus 80 euro ed eliminazione del costo del lavoro dalla base imponibile Irap (14,5 miliardi di spesa, 5 dei quali finanziati da precedenti interventi). Sul lato delle coperture, le condizioni della finanza pubblica costringono a rivolgersi ovunque vi sia speranza di raggranellare qualcosa, cosicché, a fianco dei tagli di spesa, viene prevista una serie di aumenti di imposte per più di 3 miliardi: aumento delle aliquote su rendimenti di fondi pensione e rivalutazione del Tfr, maggiori imposte su giochi, dividendi pagati alle società non commerciali, polizze vita e tassa di circolazione su veicoli storici, oltre a rivalutazione di terreni e partecipazioni e aumento dell'acconto sui lavori di ristrutturazione. Sono poi previste coperture per 3,8-4,5 miliardi dal contrasto all'evasione fiscale, per le quali si conta soprattutto sulle nuove modalità di pagamento dell'Iva e sull'incrocio delle banche dati. È fiscale l'enorme clausola di salvaguardia prevista per il 2016, quando scatteranno aumenti Iva per 13-17 miliardi, salvo non si trovino in corso d'anno coperture alternative. Sono, infine, fiscali le due maggiori sorprese, la manovrina da 2,1 miliardi sul 2014 consistente nella revoca retroattiva della riduzione delle aliquote Irap approvata solo qualche mese fa e i 2,3 miliardi previsti dalla tassazione Irpef del Tfr in busta paga.

In tutto ciò si rivela di nuovo una discrasia fra comunicazione e sostanza della manovra. A livello comunicativo si punta tutto sulla riduzione fiscale, con enfasi tale da arrivare quasi a delegittimare lo stesso operatore pubblico, dato che viene spezzato il legame fra imposte e servizi pubblici, col risultato di far percepire la contribuzione come un inutile balzello pagato ad uno stato vorace e sprecone, arrivando addirittura ad additare ad esempio al paese la maggiore industria nazionale, malgrado essa abbia spostato all'estero la sede fiscale. A livello di interventi, invece, si opera in maniera disordinata e a trecentosessanta gradi per trovare maggiori entrate. In realtà, singolarmente presi, alcuni specifici interventi costituirebbero la parte forse più apprezzabile della manovra, nella misura in cui aggrediscono alcuni regimi fiscali di esenzione e di favore. Il problema però è che, al di là della necessità di alimentare le entrate, si fa fatica a cogliere un disegno complessivo nei provvedimenti fiscali contenuti nel Ddl di stabilità. La cosa è tanto più significativa in quanto il governo ha sul tavolo una legge delega già approvata sulla materia, che permetterebbe di dare organicità agli interventi.

Rimane poi il fatto che tutti gli interventi fiscali si muovono su un piano che si fa fatica a ricondurre ai dettati costituzionali di capacità contributiva e progressività. Continuano infatti a dominare forme di imposizione separata e proporzionale, anziché comprensiva di tutte le fonti di reddito e progressiva. Lo stesso vale per il patrimonio, cosicché ricchi e poveri continuano a pagare le stesse aliquote su conti correnti, le stesse aliquote Imu, senza alcun tentativo di realizzare la progressività e realizzare una valutazione complessiva della capacità contributiva, né sul reddito né sul patrimonio. Sembra poi assente, qualunque azione decisa volta al contrasto dell'elusione e della competizione fiscale al ribasso fra paesi, così come un qualche ripensamento dell'anomalia costituita dalla sostanziale assenza, in Italia, salvo per i patrimoni di grande dimensione - che riescono comunque generalmente a eludere l'imposizione - della tassa di successione.

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