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Chi si rivede? La governance del Fmi

Crisi ucraina. Dal grande crack del 2009 al primo prestito (12 miliardi di $)

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Set­tem­bre 2008, crolla Leh­man Bro­thers. La crisi esce dal peri­me­tro ame­ri­cano e con­ta­mina l’intero pia­neta. Ci siamo ancora den­tro, con tutto il ven­ta­glio di pro­blemi che l’eurozona, la vit­tima più illu­stre della con­giun­tura, sta affrontando.

Ma prima dell’Irlanda e del Por­to­gallo, prima di Cipro, della Gre­cia e dell’area della moneta unica nel suo insieme, sono state la fascia orien­tale dell’Ue, i Bal­cani e lo spa­zio post-sovietico a evi­den­ziare le crepe più pro­fonde, rice­vendo il soc­corso del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e dive­nendo dun­que il primo labo­ra­to­rio di austerità.

A otto­bre e novem­bre del 2008 il Fmi stan­ziò dodici miliardi di euro in Unghe­ria e altri dodici in Ucraina. A Buda­pest, dove sono inter­ve­nute anche Banca mon­diale e Ue (in tutto il pre­stito è stato di 20 miliardi), si trattò di soste­nere il sistema del cre­dito e snel­lire il debito pub­blico, il più alto dell’Europa centro-orientale. A Kiev vacil­la­rono tutti i fon­da­men­tali e il sistema ban­ca­rio si ritrovò al tappeto.

A dicem­bre fu la Let­to­nia a essere soc­corsa. Strauss-Kahn, l’allora numero uno del Fmi, mise sul tavolo due dei circa otto miliardi neces­sari a sal­vare Riga. Anche le vicine Tal­linn e Vil­nius ini­zia­rono a maci­nare auste­rity , senza però arri­vare al bai­lout .

Nel 2009 i rubi­netti furono aperti di nuovo. Alla Bie­lo­rus­sia anda­rono due miliardi, alla Bosnia poco meno, alla Ser­bia tre e alla Roma­nia tre­dici, sui venti com­ples­sivi del piano d’aiuti.

Che effetti ha avuto la cura Fmi in que­sti paesi? Qual­cuno con­si­dera la Let­to­nia una sto­ria di suc­cesso, visto il rapido recu­pero. Altri, come Paul Krug­man, sosten­gono che die­tro que­sta visione ci sia troppo otti­mi­smo. Per molti, sem­pli­ce­mente, la repub­blica bal­tica è troppo pic­cola per fare scuola. In ogni caso ha preso più che alla let­tera la filo­so­fia austera, tanto che lo stesso Fmi ne ha cri­ti­cato tagli e sfor­bi­ciate varie che hanno acuito le disu­gua­glianze sociali.

Que­sta postura potrebbe stu­pire, ma biso­gna con­si­de­rare che rispetto agli anni ’90 si pre­sta mag­giore atten­zione ai rim­balzi sociali del bino­mio prestito/condizioni. Da un lato la cri­tica di Joseph Sti­glitz all’approccio ultra-liberista di Fmi e Banca mon­diale, ela­bo­rata dal pre­mio Nobel per l’economia quando era capo eco­no­mi­sta di quest’ultima (1997–2000), ha intro­dotto qual­che accor­gi­mento in più. Dall’altro, la crisi ha dato al Fmi il pro­filo di colonna della gover­nance glo­bale. Dun­que c’è l’esigenza – non così rispet­tata nella pra­tica, vedi in par­ti­co­lare alla voce Gre­cia – di con­te­nere un po’ i prov­ve­di­menti più draconiani.

Se la Let­to­nia è uscita dalla reces­sione a colpi di auste­rity , ben­ché il balzo all’indietro del 2008–2009 è lungi dall’essere assor­bito, l’Ungheria lo ha fatto rifiu­tando la ricetta di Fmi, Banca mon­diale e Ue. Il primo mini­stro Vik­tor Orban, appena ricon­fer­mato con una sla­vina di voti, ha por­tato avanti una poli­tica sta­ta­li­sta, la rispo­sta di destra alla crisi, si può dire, tas­sando le grosse aziende stra­niere, riac­qui­sendo asset e gio­cando di spesa pub­blica. Ma il suc­cesso di Buda­pest, che ha estinto il pre­stito del 2008, è tutto da veri­fi­care nella tenuta, visto che i con­ti­nui tagli ai tassi pra­ti­cati dalla Banca cen­trale, una delle chiavi della ripresa, non pos­sono certo andare avanti all’infinito.

Tra le altre espe­rienze del Fmi a Est si segna­lano il mezzo fal­li­mento in Bie­lo­rus­sia e le dif­fi­coltà incon­trate in Bosnia. Minsk non ha fatto riforme e ha sfrut­tato il Fmi come diga verso gli appe­titi economico-politici russi. Invece a Sara­jevo i veti incro­ciati tra par­titi etnici, una costante della sto­ria post-bellica del paese, hanno incep­pato anche la mac­china del Fondo.

Sem­pre nei Bal­cani, si attende che a Bel­grado si fac­cia dav­vero sul serio. Il nuovo primo mini­stro Alek­san­dar Vucic, forte del ple­bi­scito da poco otte­nuto alle ele­zioni poli­ti­che, è in pro­cinto di lan­ciare una poli­tica ancora più rigo­ri­sta di quelle dei pre­ce­denti governi.

Quando alla Roma­nia, sia i governi di destra che l’attuale coa­li­zione a guida socia­li­sta si sono ade­guati, più o meno obtorto collo , alle poli­ti­che austere. Buca­rest è fuori dalla reces­sione, ma gra­zie all’export rea­liz­zato dagli inve­sti­tori. I con­sumi rista­gnano, la classe media fatica, si con­ti­nua a emigrare.

Per finire, l’Ucraina. Le con­di­zioni poste dal Fmi e dall’Ue in cam­bio dei trenta miliardi che ver­ranno ero­gati nei pros­simi tempi sono le stesse pre­sen­tate nel 2008: ridu­zione del defi­cit, qual­che bal­zello in più, aumento delle tariffe del gas, ammo­der­na­mento indu­striale, riforme. Ma a Kiev c’è un forte blocco anti-cambiamento trai­nato dagli oli­gar­chi, che dall’indipendenza si sono arric­chiti fre­nando l’ascesa della classe media, se non addi­rit­tura impo­ve­rendo la popo­la­zione. L’ostilità alle riforme portò alla sospen­sione del pre­stito del 2008. Sta­volta il Fmi riu­scirà a sfon­dare? Se sì, chi sarà a rimet­terci? I pochi ric­chi o i tanti poveri?

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