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"Perché il solo stimolo monetario non ci può traghettare fuori dalla crisi". Intervento di Nadia Garbellini
L'avvio del QE, avviato lo scorso 22 gennaio dal Presidente della BCE, dovrebbe indurre le banche a concedere credito a imprese e famiglie, far scendere i tassi di interesse, sostenere le emissioni di titoli di stato e, soprattutto, riportare l'inflazione in prossimità del target ufficiale.
La domanda che ovviamente ci si pone è se una manovra monetaria possa traghettare il continente fuori dalla crisi.
La risposta dipende naturalmente dall'appartenenza di chi tenta di fornire una risposta. L'economia infatti, ben lungi dall'essere una scienza esatta, è forse la più ideologica delle discipline sociali. Come è giusto che sia.

Prima di entrare nel merito, dunque, chiarisco la mia posizione: chi scrive ha a cuore le sorti della classe lavoratrice e non disprezza affatto l'intervento diretto dello stato, laddove per intervento diretto si intenda pianificazione degli investimenti e programmazione dell'evoluzione della struttura produttiva.

Alla luce di questa premessa, la risposta alla domanda da cui siamo partiti è un secco «no». Non entro nei dettagli riguardanti il QE: lo hanno già fatto in molti e molto più capaci. Vorrei invece chiarire che cosa intendo per «pianificazione e programmazione» e perché ritengo che questa sia l'unica soluzione percorribile.
Dal 2007 a oggi, l'Italia ha visto un calo degli investimenti del 27.3%; questa percentuale cela un calo del 26.2% degli investimenti in trasporti, del 29.4% in edilizia residenziale, del 34.8% in edilizia non residenziale, e del 26.3% in macchinari. Si tratta di cifre impressionanti. Alle quali si accompagnano cifre altrettanto drammatiche in termini di posti di lavoro perduti: dal 2007 al 2013 il numero di occupati è calato del 3.92%. Se però osserviamo il numero di ore di lavoro - dato che ci permette di quantificare meglio la dimensione del fenomeno - il calo è del 7.50%. La disoccupazione come sappiamo ha raggiunto il 12.6% nel 2014, addirittura sfiorando il 20% nel Mezzogiorno.

È chiaro che uno stimolo monetario, anche ove lo si ritenesse condizione necessaria, non è certamente condizione sufficiente per invertire tale tendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno è una politica industriale che possa non solo creare posti di lavoro, ma anche determinare il futuro sviluppo del nostro sistema industriale, stabilendo cosa, dove, e come produrre. Per fare questo non è sufficiente proclamare la necessità di generiche politiche di domanda, ma occorre innanzitutto studiare la struttura del sistema produttivo, analizzando le caratteristiche settoriali - in combinazione con quelle regionali - delle catene produttive.

Un semplice quanto approssimativo esercizio può essere utile ad illustrare il punto. Prendiamo a titolo di esempio la produzione di mezzi di trasporto, al netto del comparto dell'automobile. Per ogni milione di euro prodotto, nel 2013 il settore utilizzava circa 6700 ore di lavoro. La catena produttiva ovviamente non si ferma qui; produrre questo milione di euro di output significa attivare tutta la rete delle relazioni interindustriali ad essa associate. Nel complesso - nell'intero settore verticalmente integrato - si aggiungono 500 ore di lavoro nello stesso comparto, più altre 13700 circa, oltre il 65% del totale, nel resto del sistema economico. Quali sono i comparti maggiormente coinvolti? Limitandoci a quelli manifatturieri, Fabbricazione dei prodotti in metallo (oltre 5%), Fabbricazione di macchinari (1.45%), Industria del legno (1.26%), Attività metallurgiche (1.16%). Una parte importante del settore integrato è poi dato dai servizi connessi, in particolare quelli amministrativi (12% circa), il Commercio all'ingrosso (quasi 5%), le Attività degli studi di architettura e d’ingegneria, collaudi e analisi tecniche (2.86%).

L'Italia ha già perso buona parte della sua capacità produttiva nel comparto dei mezzi di trasporto, ad esempio con la chiusura di Irisbus, e si appresta a liberarsi anche di quote importanti di Ansaldo, Finmeccanica, e del trasporto pubblico. In questo modo si perde la possibilità di dirigere quel processo di socializzazione degli investimenti che consentirebbe di mettere a frutto analisi - ovviamente più approfondite di quella riportata qui a titolo di esempio - della struttura produttiva. Eppure si è visto che investimenti di questo genere - pensiamo ad un eventuale piano per i trasporti pubblici - possono creare posti di lavoro, anche qualificati (ingegneri e collaudatori, tra gli altri) e stimolare la produzione di settori nevralgici. Un esempio è quello metallurgico, che richiama subito una questione di bruciante attualità: quella di Ilva, la cui «nazionalizzazione» potrebbe essere resa effettiva, ed efficace, se inserita in un più ampio contesto, anche in un'ottica di sviluppo del Mezzogiorno.
Naturalmente, la questione è molto complessa. Oltre alla capacità produttiva, il nostro paese ha perso le competenze - sia tecniche che politiche - necessarie a mettere in atto un progetto di questo tipo. Il loro recupero richiederebbe un percorso lungo e faticoso.
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