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"La crisi oltre la crisi. Due casi da manuale: Taranto e Ravenna". Intervento di Vincenzo Comito
I proclami trionfalistici del governo, e di Renzi in prima persona, sul preteso grande miglioramento della situazione economica del nostro paese, che sarebbe poi soprattutto dovuto all’azione della compagine ministeriale in sella, si scontrano con la realtà dei fatti.
Non vogliamo tanto in questa sede analizzare in dettaglio le tendenze delle variabili macroeconomiche, tendenze che nelle ultime settimane sembrano comunque poco incoraggianti su diversi piani. Infatti la crescita del pil rallenta e le previsioni tendono a farsi in generale più caute di solo qualche settimana fa; in ogni caso l’andamento della nostra economia, anche quando il pil e l’occupazione, come nei mesi scorsi, sembravano crescere di più, continua ad essere tra quelli meno favorevoli dell’intero continente e l’Italia persiste nella sua tendenza ad allontanarsi, lentamente ma sicuramente, dagli altri paesi europei.

Ci limitiamo, inoltre, a ricordare la doccia fredda venuta negli scorsi giorni da Bruxelles. I responsabili dell’analisi dei nostri conti indicano, nei loro documenti, come la nostra economia presenti sempre rilevanti problemi, da una produttività inadeguata, ad una scarsa competitività, mentre i nostri prodotti continuano a perdere colpi sui mercati internazionali e i livelli della disoccupazione appaiono sempre molto alti.
Intanto il governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco, reclama politiche attive del lavoro, mentre ricorda come manchi un sostegno al reddito per i bisognosi.
Ma al di là degli andamenti dell’economia a livello nazionale, è l’immersione nella realtà degli specifici territori di cui è fatto il nostro paese che indica come le cose non vadano troppo bene e come le prospettive potrebbero ulteriormente deteriorarsi.

Taranto e Ravenna
Vogliamo in effetti soprattutto descrivere, per come possiamo, la realtà attuale e prospettica, non troppo incoraggiante, di due città rappresentative dell’attuale situazione, quelle di Taranto e di Ravenna, una collocata al sud e l’altra al nord.

Taranto
Cominciamo dunque da Taranto. Abbiamo già ricordato in un articolo apparso di recente su questo stesso sito come la situazione della città si presenti con toni drammatici, mentre nessuno vede l’avvio convincente di una qualche iniziativa pubblica per affrontare i problemi in atto. Taranto è tra le più importanti realtà del meridione con circa 200.000 abitanti. Essa possiede un’economia che, sino a qualche anno fa, sembrava avere un andamento abbastanza soddisfacente ed anzi, per molti aspetti, essa poteva essere invidiata da molti altri territori del Sud.
Ma ora, non solo la situazione dell’Ilva possiede quella drammaticità che è nota a tutti, ma anche tutte le altre realtà imprenditoriali dell’area presentano dei rilevanti problemi. Il cementificio, il cui ciclo produttivo è legato a quello dell’acciaieria, non se la passa certo bene; la raffineria dell’Eni registra problemi ambientali rilevanti e conti incerti, mentre il complesso dell’Arsenale, che rappresentava una delle realtà più importanti e consolidate della città e che preesisteva alla stessa Ilva, rischia di essere spostato altrove e comunque intanto perde occupati; inoltre, un grande call center che occupa circa 3000 addetti è anch’esso di fronte a molte difficoltà per problemi di conto economico.
In tutto questo quadro il governo brilla per la sua assenza quasi totale. Per altro verso la città è un esempio da manuale degli errori commessi al momento dei tentativi di industrializzazione del Sud.

Ravenna
Se Taranto piange, Ravenna non ride. La città romagnola, con un numero di abitanti inferiore a quello di Taranto, aveva saputo con il tempo mettere progressivamente in piedi un’economia ricca e molto diversificata. Ad un’iniziale base agricola, da parecchio tempo in buono stato (tra l’altro, la Romagna è una delle capitali mondiali della produzione di frutta), si aggiungevano un porto a lungo in crescita di traffici, essendo diventato uno dei più importanti a livello nazionale, un turismo anch’esso in sviluppo, un’industria petrolchimica, con l’Eni, molto avanzata, un fiorente settore edilizio, uno solo peraltro dei punti di forza del movimento cooperativo, qui molto importante, gli stabilimenti della Marcegaglia, un peso crescente delle imprese della metalmeccanica off-shore, diventata anch’essa un punto di riferimento a livello mondiale per il settore; e si potrebbe continuare.

Ma negli ultimi anni la situazione ha teso a deteriorarsi. E’ in difficoltà l’edilizia per le note ragioni, comuni al resto del paese; il porto si dibatte tra problemi organizzativi interni alla città e condizioni esterne non favorevoli, mentre il suo rilancio avrebbe bisogno di risorse rilevanti; in notevole difficoltà l’off-shore, principalmente per la crisi del settore dell’ oil & gas, mentre anche la Marcegaglia non brilla per risultati a livello locale e di gruppo; intanto il turismo non ha saputo rinnovarsi adeguatamente; la chimica Eni è in corso di vendita a dei finanzieri statunitensi, cosicché gli impianti non solo di Ravenna, ma anche di Ferrara, Porto Marghera, Mantova, rischiano di andare verso una sorte piena di incognite, con potenziali chiusure di stabilimenti, ristrutturazioni, licenziamenti. Ne saranno colpite poi molte altre realtà locali legate all’attività della stessa Eni.
Anche in questo caso le politiche pubbliche non sembrano riuscire ad incidere in alcun modo sulle prospettive della città e del territorio.

Conclusioni
Dietro i cori entusiasti si nasconde una realtà del paese la cui situazione, mentre non appare certo brillante, e al di là delle possibili minime oscillazioni congiunturali, si presenta in prospettiva come potenzialmente devastante, in assenza di un governo adeguato del territorio, al Sud come al Nord ed in mancanza, in particolare, di qualsiasi azione che possa essere in qualche modo inquadrata in una parvenza di politica industriale.
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