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Tra evasione e stagnazione

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Lotta all’evasione ed investimenti pubblici sono la condizione per crescere. Non stanno parlando la Cgil e Sinistra Italiana, ma Confindustria e Padoan.

Quindi, procediamo con ordine. Come sempre accade ad ogni aggiornamento delle stime di crescita, il nuovo dato risulta essere più basso di quello precedente. Non è dato sapere se i modelli econometrici che prevedono il Pil incorporano nei loro algoritmi una dose di ottimismo renziano. Ma così sembra visto che sbagliano sempre per eccesso.

Poi, naturalmente, quando ci si avvicina alle stime reali la correzione si impone e l’autore deve ammettere che le cose vanno meno bene del previsto. Ed allora, come in un film già visto o in una staffetta, un altro attore potrà subentrare per fornire una lettura più politico teorica a giustificazione della mancata crescita.

Il primo attore è stato ieri il Centro studi di Confindustria che ha rivisto al ribasso la previsione di crescita del Pil. Il secondo è stato il ministro Padoan che ha fornito una lettura teorica collocando la bassa crescita italiana nello scenario dell’economia globale.

Confindustria che fino a tre mesi fa prevedeva una crescita dell’1%, adesso parla di un + 0,7%. Naturalmente per il 2016 si stima un salto a +1,4%, ma sovradimensionare le previsioni future fa parte del gioco. Per adesso accontentiamoci della diagnosi: «Il vero rebus è il mancato decollo dell’economia italiana… Il paese è in recupero, ma meno velocemente di quanto atteso…. In autunno ci potrebbe essere una ripresa di slancio, ma ci sono anche rischi al ribasso legati al terrorismo». Comunque, continua Confindustria, «se si dimezzasse l’evasione, si potrebbe, abbassando le aliquote, avere una crescita del Pil del +3,1% e dell’occupazione di 650.000 unità».

Se queste frasi rispecchiano la grande incertezza che regna nelle file di Confindustria, indicano anche una presa di coscienza: le strombazzate riforme del mercato del lavoro fatte di deregolamentazione e finanziamenti non producono la crescita attesa fino a quando non si interviene sui fattori distorsivi strutturali dell’economia italiana il principale dei quali è l’evasione.

Meglio tardi che mai e questa prima ammissione meritava un approfondimento. E’ venuto, a commento di quei dati, dal Ministro dell’economia Padoan: «La ripresa è debole. Sono tra quelli che ritengono che l’ipotesi di stagnazione secolare non sia così peregrina. La sfida è trovare il modo per sostenere gli investimenti ed il governo cerca di accelerare quelli pubblici».

Considerando queste prime analisi, si potrebbe dire che si comincia a prendere atto che non basta predicare ottimismo per far crescere l’economia, che ci sono nodi strutturali da aggredire, che ci vogliono investimenti e pubblici.

Possiamo condividere questa evoluzione dell’analisi se, però, si chiariscono alcuni punti. Almeno tre.

  1. Se si riconosce che la nostra debolezza si colloca in una crisi più profonda e strutturale, occorrerebbe allora concentrarsi di più sulle politiche redistributive verso il basso in termini di redditi e di servizi.
  2. Se si ritiene che l’evasione è tanto grave da produrre distorsioni nel mercato e mancata crescita, allora la lotta per ridurla non si può conciliare con scelte politiche che perdonano e quindi stimolano l’evasione o con incentivi ai pagamenti in contanti.
  3. Che la crisi sia strutturale e diffusa tanto da far pensare ad una stagnazione secolare non ci può assolvere dalle nostre responsabilità specifiche. Ed allora ci si dovrebbe spiegare perché la crescita italiana è pari alla metà di quella media europea pur avendo l’Italia usufruito delle condizioni favorevoli di tutti – quantitative easing , crollo dei prezzi del petrolio e svalutazione dell’euro. Se così è, allora, quello che si è fatto di più e di diverso – incentivi per assumere, facilitazione ai licenziamenti – a cosa è servito? Non sarebbe stato il caso di concentrare energie e risorse su obiettivi meno propagandistici e di facciata e più mirati e concreti?

Naturalmente questo non ce lo aspettiamo dai due attori citati.

Ed allora ci permettiamo di dirlo noi.

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